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Ti lascio di nuovo

 

4EA3D37D-E59E-4FF3-8943-2C3973B97641In tutti noi esiste un fondo di pura irrazionalità. Ed è talmente intimo che non ne condividiamo il contenuto neanche con la persona che più ci è amica, quella insomma a cui possiamo confidare ogni cosa. Eppure appartiene a tutti.
Facciamo qualche esempio.
A chi non è mai venuto in mente, di fronte a un freno di emergenza -una semplice leva rossa- o a un martelletto, di quelli per infrangere il vetro del pulsante d’emergenza, di pensare di usarli pur senza alcuna effettiva emergenza? E non è forse vero che l’istinto è divenuto talmente forte che abbiamo dovuto girare lo sguardo altrove? O ci siamo messi a ridere di noi stessi per le follie che stavamo pensando? Oppure, a chi non è mai venuto in mente in una riunione seria di pensare qualcosa del tipo “Ma ti immagini se ora cominciassi a urlare o a saltare su quel tavolo facendo il pazzo davanti a tutti”? Oppure, a chi non è venuto in mente, di fronte a qualcuno che a malapena conoscevamo, di pensare cose del tutto inappropriate che ci confondevano a tal punto da impedirci di comprendere che cosa ci stesse dicendo l’ignaro personaggio che ci stava di fronte? Di esempi ce ne sarebbero a bizzeffe, ma non può mancare un accenno a quel che facciamo delle volte – liberatorio o meno che sia – quando abbiamo la certezza di essere veramente da soli. Ditemi, non è forse vero che in queste occasioni pensate di essere mediamente più folli degli altri? E non è forse vero che in queste occasioni pensate che, se la gente sapesse che cosa davvero vi sta passando per la testa, vi allontanerebbe? Bene, sappiate che cose simili le hanno pensate tutti e chi non l’ammette sta impunemente mentendo.
Il bello dell’umanità è che a un certo punto ha avuto irruzione la razionalità che ci ha consentito, per esempio, di trasformare gli istinti in pulsioni e di evitare così di pisciare sulle ruote come fanno i cani. La razionalità si è ammantata anche di una copertina per nulla deprecabile: la diplomazia.
E’ questa delicatissima vocina che ci spinge a fermare l’altra vocina diabolica che spesso urla nella nostra testa invitandoci in talune occasioni all’aggressione verbale. Per esempio, quando incontriamo qualcuno che riteniamo antipatico (anche se non ci ha fatto niente) o di cui non condividiamo le idee, la diplomazia ci impone di ricambiare il saluto, addirittura con un sorriso (questo lo potete evitare, fidatevi). Ed è sempre grazie alla diplomazia che ci complimentiamo senza crederci con amici e conoscenti per qualcosa che ci mostrano o che ci partecipano: dalla nuova pettinatura all’auto appena acquistata, al matrimonio a cui è appena approdato. Lo dobbiamo sempre a quest’angelo, se stiamo in silenzio e annuiamo di fronte a uno sproloquio infinito in cui l’unica cosa che abbiamo capito è l’incipit: “Ciao, come stai? Bla bla bla bla bla…”. Si chiama “diplomazia” e non “ipocrisia” e serve a non ferire le persone. L’ipocrisia è invece un’altra cosa: serve a far credere alle persone che siamo autenticamente sinceri – mentre in realtà sappiamo di essere totalmente bugiardi – su qualcosa che le riguarda al solo scopo di ingannarle per ottenere vantaggi (anche il banale vantaggio di sembrare “tanto carini e virtuosi”). Niente di grave. Tutti, qualche volta, siamo stati ipocriti. Credo ci sia qualcosa di peggiore dell’ipocrisia: le persone che ritengono di potere dire tutto, senza curarsi di ferire l’altro, perché loro sono troppo sincere e non possono mentire.
Ecco, adesso vi spiego perché io non amo più -e neppure tollero- i social in genere o perché non leggo più i commenti a conclusione degli articoli. Eppure ogni tanto ci tento – sperando che nel frattempo qualcosa sia cambiato -, come un mese fa quando ho riattivato il mio account Facebook dietro la spinta di una coppia di amici. Ritrovo su fb, ogni volta, persone a me care che solitamente non sento o gente che non conosco con cui mi piace comunque confrontarmi. Troppi però sono gli altri che staccano la spina della razionalità e attivano senza rendersene conto -cosa gravissima- il fondo di irrazionalità, lasciando che emerga la parte peggiore di loro, quella più intima che sta nel magma primordiale che ci abita.
La violenza delle parole, la rabbia con cui si “confrontano”, l’indecenza di certe affermazioni, il sessismo sfrenato, il razzismo smisurato vanno oltre il mio livello di sopportazione e di indulgenza. Ogni tanto alternano questa follia con immagini della Madonna o con frasi buoniste in cui loro sono sempre vittime e gli altri sempre carnefici.
Camminando per strada, raramente mi è capitato di vedere follie simili oppure sul luogo di lavoro o negli uffici o nei negozi. Insomma, tra le persone reali questa violenza verbale non la riscontro, almeno non con tale frequenza. La diplomazia è ancora attiva e funziona bene: trattasi di buona creanza. Poi magari quelle stesse persone, che di presenza non sarebbero neanche in grado di proferire un semplice cenno verbale di dissenso per timore dell’altro, arrivano sui social o su un quotidiano e vomitano delle cattiverie talmente gravi che avrebbero certamente ampliato la fantasia – già macabra – dei peggiori dittatori.
Sui social manca la diplomazia, campeggia l’ipocrisia ed è padrona la vigliaccheria.
E poi c’è tanta ignoranza. Troppa. Non si può combattere. Mi arrendo. Ma avete idea di quanti credano sul serio che l’accesso al dato – che ci ha concesso il web – dia loro l’onniscienza o consenta loro l’apprendimento? Ma se fosse così semplice, innestandomi un chip nel cervello con il dizionario cinese-italiano e un intero corso di livello avanzato della stessa lingua, secondo voi parlerei il cinese? No.
L’apprendimento è sintesi e comprensione.
Perché dunque molti credono che lette due notizie di cinque righe su siti inattendibili possano permettersi di parlare di qualsiasi argomento come se non avessero studiato altro in tutta la loro vita?
Ecco un’altra cosa che manca spesso sui social e nel democratico web: l’umiltà. E poi manca la pietà. E manca la cortesia.
Ho così deciso di optare per la realtà se proprio devo interagire socialmente.
Sì, perché siamo giunti, insomma, all’azzeramento di tutti i valori, pur se nessuno si è accorto del congedo. Ci resta soltanto questa realtà sbiadita in cui esercitare l’ottimismo della volontà e presuntuosamente sperare di divenire nuovi seminatori.

«Il “mondo vero” – un’idea, che non serve più a niente, nemmeno più vincolante – un’idea divenuta inutile e superflua, quindi un’idea confutata: eliminiamola! […] Abbiamo tolto di mezzo il mondo vero: quale mondo ci è rimasto? Forse quello apparente?… Ma no! col mondo vero abbiamo eliminato anche quello apparente!»2.

Così ho deciso: Facebook, ti lascio di nuovo.

Un caro saluto,
Giusy Randazzo

PS Mentre scrivevo questa nota mi sono imbattuta in questo articolo – Non fate l’amore di Mattia Feltri, che trovo eccellente. Dopo averlo letto, provate a leggere “trasversalmente” i commenti. Ciò che più mi diverte è l’ultimo capoverso dell’articolo che si invera, senza necessità della fonte a cui fa riferimento, leggendo poi i commenti.

Note

1 F. Nietzsche, «Crepuscolo degli idoli», a cura di F. Masini, in Opere di Friedrich Nietzsche, a cura di G. Colli e M. Montinari, vol. III, t. III, Adelphi, Milano 2008, p. 47.

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Depressione virtuale

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Imbecilli e dintorni

 

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Una risposta a Ti lascio di nuovo

  1. Biuso scrive:

    Hai fatto benissimo, Giusy, a prendere questa saggia decisione.
    Non tornare più indietro. Si tratta di conservare la propria intelligenza di studiosi, oltre che la propria dignità di umani. Facebook è la negazione di entrambe.

     

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