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Alla faccia vostra!

 

Pascal tuonava conJANNUZZO-OK_792x498_Template17-18tro il divertimento. Lo considerava una delle vie umane per evitare di pensare alla nostra naturale condizione esistenziale segnata dall’incostanza, dalla noia, dall’inquietudine. Il suo stesso etimo devertere significa deviare, distogliere. Insomma, il divertimento, per Pascal, ci allontana da noi stessi e da un’autentica riflessione interiore.
Stiamo calmi, non è sempre così, per fortuna. Ma il linguaggio non mente e scava nel silenzio della coscienza disvelando a noi e agli altri il nostro fallimentare tentativo di sospendere la ricerca di senso, distraendoci.
Talune commedie brillanti hanno questo scopo: donare allo spettatore un momento di evanescente leggerezza che possa per qualche ora fargli credere di aver dato un significato – altro – alla propria vita. Ridere per non pensare, ridere per distrarsi, ridere per evitare la noia, ridere per trovare un po’ di quiete.
Quando però certe commedie, pur essendo esilaranti – alla lettera -, al contempo permettono una riflessione seria su se stessi e sul senso generale di quel “naufragio” inaspettato, non voluto, a cui la nostra adultità ha consegnato sogni e originaria purezza, allora non è più il divertimento il tratto distintivo di queste pièce. Si tratta piuttosto della giocosa volontà di farci da specchio, magari – chissà – col sotteso invito a provare a dare una nuova direzione al nostro modo di stare al mondo e di guardarlo senza gli occhiali distorti che non sappiamo di aver cominciato a indossare da un certo punto in poi della nostra esistenza.
Alla faccia vostra! è tra queste commedie. Gianfranco Jannuzzo è Lucio Sesto, un uomo pieno di debiti; è anche il genero di uno scrittore molto noto e ricco, Stefano Bosco, che muore d’infarto a settantaquattr’anni. I parenti sono immediatamente informati del decesso dell’uomo dalla sua fedele governante, Luisa, dopo che il grande professore di medicina, il Dott. Garrone – vicino di casa del defunto -, ne ha certificato la morte. Arriva anche la moglie Angela, più giovane di oltre trent’anni, interpretata da una convincente e frizzante Debora Caprioglio. Basta poco a comprendere che sono tutti ben contenti – a parte la governante – della dipartita dello scrittore, nonostante si fingano affranti con frasi solenni e ripetute o gridolini infantili e stridenti o con repentini cambiamenti d’espressione. L’eredità, che ammonta a ben 300 milioni di euro, è il motore della felice sofferenza. Ma il morto non è morto. Ed è proprio questo incredibile e lento ritorno alla vita del defunto che toglie la maschera a ciascuno di loro. Lucio aveva ormai convinto il banchiere Marmotta a fargli un prestito di ben due milioni di euro – che gli avrebbe evitato la galera -, contando sull’eredità che la moglie Vanessa avrebbe ricevuto dal padre. Ed è Lucio Sesto, Gianfranco Jannuzzo, il grande burattinaio: convince tutti sulla giustezza di continuare a far credere al mondo che il defunto sia ancora defunto. E per quanto la povera Luisa, autentica fin nel più profondo anfratto del suo animo semplice, vada in giro a comunicare la grande notizia della “resurrezione” del suo datore di lavoro, nessuno le crede, anzi è presa da tutti per folle, grazie agli intrighi messi in atto da Lucio Sesto che come un regista cura ogni dettaglio per evitare che la notizia della non-morte possa varcare la soglia di casa. Arrivano corone, telegrammi, mazzi di fiori, telefonate e le pompe funebri. Il funerale è vicino, ma il morto è ancora vivo.
Jannuzzo è sempre Jannuzzo. Il palco è casa sua, ma sul palco non smette mai di pensare al suo pubblico e – per sua stessa ammissione – ama profondamente quello genovese che non teme di ridere e di applaudire, non teme di partecipare facendo sentire la propria presenza. Jannuzzo, alla prima del 9 gennaio, ha fatto di più: è sbucato per ben due volte da quella sorta di velo illusorio che separa la finzione teatrale dalla realtà degli astanti rivolgendosi direttamente a noi spettatori, fermando per pochi istanti il tempo irreale della commedia e intrufolandosi con la sua leggera ironia in quello reale che scorreva allegro. Noi eravamo lì, con loro, sul palco. Comprendevamo persino l’ironica angoscia che si era impossessata di ciascun personaggio, muovendone le azioni tragicomiche segnate dalla speranza di una definitiva morte “seria”: insomma che il morto morisse definitivamente. Ma è lo stesso Jannuzzo al termine della commedia, con un brevissimo monologo, a ricordarci che cosa sia la vera Ricchezza che questa isterica società del consumismo sfrenato misura col denaro. Siamo così ritornati a noi stessi, col sorriso sulle labbra, comprendendo con questo gioco serio che cosa sia la Cura: di certo non le medicine del Dott. Garrone. E che cosa sia la Casa: di certo non quella che lo stesso dottore cerca di misurare in metri quadri. Che cosa sia l’Amore: di certo non la sessualità che lo stesso “defunto” aveva cercato nella giovane moglie, dispensatrice generosa. Che cosa sia la Gioia: di certo non il divertimento pascaliano. Quanto durerà questa illuminazione? Sta a noi. Ma quella leggerezza che tutti noi abbiamo provato all’uscita, “pesava” perché era piena di verità, di senso, di accettazione.
Jannuzzo non è soltanto un grande attore; ha questa potenza interiore di essere se stesso anche quando non è se stesso, di far sorridere anche quando è serio, di far ridere anche quando è muto, di far riflettere anche quando la sua comicità sembra fine a se stessa, di farci ritornare alla nostra natura originaria anche quando ci fa divertire.
E gli altri attori sono stati grandi. Bisognerebbe dilungarsi troppo per spiegare la comicità esilarante di Antonio Fulfaro, la comicità seria di Antonella Piccolo, la comicità prorompente di Debora Caprioglio. Ogni personaggio rappresentato calzava come un guanto in ognuno di loro, come fosse l’autentica personalità di ciascun attore.

9 -10 gennaio 2018
Teatro Politeama genovese
ALLA FACCIA VOSTRA!
GIANFRANCO JANNUZZO – DEBORA CAPRIOGLIO
di Pierre Chesnot
e con Antonella Piccolo
e con Antonio Rampino, Gianni Federico, Paola Lavini, Antonio Fulfaro
scene Andrea Bianchi
luci Mirko Oteri
costumi Valentina De Merulis
regia Patrick Rossi Gastaldi

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