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Melancholia

 

MelancholiaMelancholia è un film del 2011, scritto e diretto da Lars Von Trier. Interpretato da una magnifica Kirsten Dunst (Justine) e un’efficace Charlotte Gainsbourg (Claire).
È il giorno del matrimonio di Justine. Lei ha tutto: bellezza, giovinezza, amore, ricchezza. Ha anche una sorella che si prende cura di lei. Ha però una madre anaffettiva ed egoista e un padre infantile e inaffidabile. Justine ha anche melancholia, una depressione profonda che le fa sentire ogni cosa, come se in lei fosse connaturata una lente di ingrandimento che le mostra la misura di tutto e la miseria del mondo della vita. Non riesce a immergersi nel divertimento, Justine è sempre ripiegata in se stessa, ma sempre aperta alla terra, in grado di guardare lucidamente, di comprendere il senso dell’insensatezza umana. Il rimando voluto è all’Ofelia di Shakespeare: «Ho visto quel che ho visto, e vedo quel che seguito a vedere!» (Amleto, III, 1). Claire è sua sorella. È sposata con John, un astrofilo ricchissimo; ha un figlio piccolo che ama la zia «spezza acciaio» e adora la mamma; vive in una casa immensa immersa nel verde e circondata da un enorme campo da golf con diciotto buche. Vorrebbe che la sorella fosse felice. Per lei ha organizzato un meraviglioso matrimonio. È  John ad aver pagato il ricevimento e spesso lo ricorda a Justine, di cui non tollera molto la depressione. Anche lui la vorrebbe felice. Perché mai altrimenti avrebbe messo a disposizione una casa con un campo di golf da diciotto buche? Nella seconda parte del film, Claire è spaventata. Melancholia è anche un pianeta che pare colpirà la Terra. Il marito la tranquillizza, bisogna credere agli scienziati. I calcoli sono calcoli, Melancholia si avvicinerà ma poi si allontanerà dalla Terra. Si nutrirà soltanto di un po’ della nostra atmosfera. Justine è a casa di Claire dopo il fallimento del suo matrimonio. Aspetta con la sorella l’arrivo di Melancholia. A lei sembra non importare di Melancholia: «La Terra è corrotta. Non c’è alcun bisogno di affliggersi per lei. Nessuno ne sentirà la mancanza […]. Siamo soli […]. Lo so». La sua certezza sembra assoluta. È calma da qualche giorno, serena, tranquilla. Claire invece è sempre agitata, in pena, nel panico. Compra addirittura dei sonniferi nel caso l’impatto dovesse rivelarsi inevitabile. La pena più grande è per suo figlio. Justine l’aiuterà. Claire vivrà il tempo della disperazione. Il marito quello della vigliaccheria. La sua scienza è presuntuosa. Troppa intenta nei calcoli, troppo fedele alla logica, troppo innamorata del razionale, non bada ai particolari, non coglie l’essenziale, non vede neanche ciò che gli si para davanti. Il campo da golf di John, per esempio, ha diciannove buche. Il mondo nel frattempo si fa un deserto di solitudini. L’umanità sembra scomparsa. Ognuno è solo. In attesa di una possibile catastrofe, in attesa ma con ciò che conta.
Allo spettatore è concesso un tempo nuovo. Strappato al divertimento della visione è costretto al ripiegamento, è costretto alla riflessione. E ritorna l’umanità intorno.
Vigliaccheria, tracotanza, cattiveria, superbia, vanità, inconcludenza, chiacchiera. Solitudine. Perché? «Ognuno sta solo sul cuore della terra/ trafitto da un raggio di Sole:/ ed è subito sera». L’umanità è questa. Un ammasso di derelitti che vive nell’atomo solitario di un io ipertrofico e che corre sempre troppo velocemente. Non si tratta semplicemente di brevità del percorso, ma dell’illusione che il tragitto sia null’altro che una pista; una gara per l’acquisizione di un trofeo sempre troppo di là da venire. Sfugge il qui e l’ora. E il futile, l’impermanente, il “non” – quello che ancora non sei, quello che ancora non hai, quello che ancora non è avvenuto – diventano prioritari. Poi ci si ritrova con un qualsiasi Melancholia pronto a far fuori chiunque e si comprende che il valore è altrove. Non nelle cose che si possiedono, non nelle cose che si vorrebbero avere, non nel ruolo che si ha, non nel futuro nel quale si è sempre proiettati. Il valore è in ciascuno, nel tempo che siamo. Prioritario è il movimento lento della foglia che non sa, è il secondo successivo che si fa prezioso, è uno ieri qualsiasi in cui si è colto il senso del tempo della felicità. E adesso anche tu sai. Sai che la felicità l’hai legata a doppio filo al palo del futuro. Come un cane ha ululato per farsi liberare, ma tu eri troppo distratto. Solo quando muore, sai che era lì. E scopri anche che l’hai deliberatamente uccisa proprio tu. Disperarsi come Claire non serve mai a niente. La calma con cui i depressi affrontano gli eventi più traumatici ha molto da insegnarti, la lucidità con cui guardano il mondo e quel certo disprezzo che avvertono per un’umanità ignara di se stessa, ospite di un mondo che crede suo possesso esclusivo, aggressiva contro la sua stessa specie, cattiva fino al midollo perché convinta che l’intero universo sia stato creato affinché essa ne possa beneficiare a suo piacimento. Non l’Inno alla gioia di Beethoven ma il Tristano e Isotta di Wagner può tradurre la tensione di questo amore impossibile tra l’uomo e la Terra e la frustrazione che abita l’uomo quando avverte lo scacco: il futuro non c’è più. Ma non è stato Melancholia ad averlo assassinato. Riappropriarsi del presente diventa un dovere.

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5 risposte a Melancholia

  1. Giusy Randazzo scrive:

    Non ricordavo di aver già scritto su Melancholia che ho sempre ritenuto un’opera d’arte totale. Me ne sono accorta dopo averlo pubblicato. Ne avevo già parlato esattamente 4 anni fa (http://www.giusyrandazzo.eu/2012/04/29/melancholia/). Ho guardato innumerevoli volte questo film, sin dalla sua prima uscita al cinema. Tradurre in parole e da un’unica prospettiva, tenere a freno tutte le emozioni, scegliere tra i vari spunti culturali che offre significa lasciar fuori troppo o ridurre in poco il molto. Oggi l’ho proposto ai miei alunni e oggi ho deciso di correre il rischio per l’ennesima volta, pur non ricordandomene.

     
  2. Alberto De Luca scrive:

    Ho 42 anni, ho studiato cinema al DAMS, nessuno mi ha mai proposto la visione di questo film, nemmeno l’analisi contenuta nel suddetto articolo, tutto questo per dire agli alunni della Maestra Randazzo di ritenersi fortunati ad avere trovato un’insegnante con determinate caratteristiche di qualità e di sensibilità. “La calma con cui i depressi affrontano gli eventi più traumatici ha molto da insegnarti, la lucidità con cui guardano il mondo e quel certo disprezzo che avvertono per un’umanità ignara di se stessa, ospite di un mondo che crede suo possesso esclusivo, aggressiva contro la sua stessa specie, cattiva fino al midollo perché convinta che l’intero universo sia stato creato affinché essa ne possa beneficiare a suo piacimento”. Parole sacrosante, condivisibili, attuali, che dovrebbero far riflettere tutti, specialmente chi vive la vita in maniera superficiale. Vorrei incontrare personalmente l’autrice dell’articolo, ma le circostanze radiocomandate non mi piacciono, chissà che un giorno non possa avvenire d’incontrarla per caso, magari in una sua lezione. Sempre con ammirazione, Alberto De Luca.

     
    • Giusy Randazzo scrive:

      Sentirmi definita maestra è un onore immenso. Lei è troppo generoso, Alberto. Il maestro è per etimologia tre volte grande. Io non lo sono neanche una volta.
      La ringrazio moltissimo.
      Ammetto che l’ho fatto vedere ai miei alunni dell’ultimo anno, sol perché oggi ne ho fatto riferimento durante una lezione su Freud e dintorni. I miei studenti hanno insistito e io mi sono lasciata convincere, certa che l’avrebbero apprezzato. E’ un film lento. I giovani non sono abituati a questo tipo di pellicole, ma io sono fortunata: ho sempre degli alunni speciali.
      Saluti,
      Giusy

       
      • Alberto De Luca scrive:

        La malinconia del regista fa di questo film un capolavoro della psiche umana, una tensione massima latente nell’essere umano trasformata in un’opera d’arte cinematografica di nicchia. Un film in cui la musica accompagna tutte le sequenze senza mai abbandonarle un attimo, in un meccanismo che trafigge lo spettatore direttamente nell’anima, trascinandolo nell’angoscia più atroce dell’inevitabile tragedia. L’apprensione dello spettatore fa a pugni con la tranquillità di una mente instabile rimanendo attonito di fronte all’equilibrio psicopatico di chi nel film si rifugia in un’ampolla fantastica aspettando la fine. Lo spettatore che rimane disorientato dopo la visione, come accade nel giro sulla giostra, dopo aver rimesso i piedi per terra la testa continua a girare. Grazie, per avermi fatto guardare questo film, Alberto De Luca.

         

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