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Sulla pazienza e contro la violenza domestica

 

Chi vi dice che bisogna avere pazienza nella vita mente sapendo di mentire. La pazienza non è un contenitore che si riempie fino all’orlo, metafora tanto cara ai sempliciotti. La pazienza è una virtù che riguarda le piccole cose quotidiane, non l’esistenza intera. Siamo pazienti con il maleducato che incontriamo per strada, con il figlio che lascia la sua camera in disordine, con il vicino che ci tormenta per il cane che abbaia, con il nostro cane che fa la pipì nel posto sbagliato, con il genitore che ci ricorda quel che ancora non abbiamo fatto, con noi stessi per il piatto rotto inavvertitamente per mal destrezza. Sciocchezze, insomma, che non mettono a repentaglio la nostra vita. Non si può essere pazienti con un compagno che urla, che ci deprezza, che ci squalifica, che ci inchioda a un destino di miseria mentale, ogni giorno, con ogni parola, con ogni sguardo, con ogni azione, con ogni singolo gesto. In tal caso non si tratta di pazienza, ma di masochismo allo stato puro. Un’altra cosa, insomma, che nulla ha a che fare con la pazienza. La pazienza prevede la sopportazione momentanea, non può essere uno stato d’essere, un basso continuo, un denominatore dell’intera esistenza. La pazienza è una virtù, non un atto sacrificale, e non c’è nessuna virtù in questa tolleranza che ci rende vittime e prigionieri di noi stessi prima che del nostro carnefice.
Per rialzarsi non serve continuare a lamentarsi di chi ci ha costretti ad accettare la nostra codardia: l’infanzia, i genitori, quell’uomo cattivo conosciuto nel tempo della crescita, i figli, un’etica discutibile che ci protegge dal coraggio che bussa insistentemente alla nostra porta. Per rialzarsi bisogna semplicemente ammettere a se stessi che nessun futuro sarebbe peggiore di quello che ci attenderebbe se continuassimo a stare con un compagno abitato dalla miseria della pochezza e della meschinità.

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