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Il cugino lontanissimo, l’esame di stato e i campionati del mondo

 

Correva l’anno 1982. Luglio inoltrato. Tutti parlavano della grande vittoria della nazionale. Un mio cugino -parentela lontanissima- doveva sostenere l’esame orale di maturità. La sua carriera scolastica non era stata tra le più felici. I suoi genitori le avevano tentate tutte: dalle raccomandazioni alle preghiere dirette, dai viaggi a Medjugorje alle scuole private.
Dopo circa dieci anni era dunque giunto alla meta agognata. Il volto segnato dall’indefinibile e congenito disprezzo persino per le copertine dei libri. Il poverino sentiva il profumo della carta stampata anche da lontano e come se si trattasse di iprite cominciava ad aver fame d’aria -come in preda a una crisi d’asma- e a subire un’aritmia severa. Insomma, potremmo sostenere, senza tema di smentita, che lo studio non fosse cosa sua.
Il giorno dell’esame, le domande parvero al discente una cascata di nonsense. Il poverino si guardava bene dal rispondere, preferendo rimanere invece con la bocca aperta e gli occhi spiritati, oscillando – col naufrago pensiero da sempre da solo nell’isola deserta – tra l’incredulità e l’ingenua speranza che quei tipi impettiti, che sembravano pozzi di scienza, avessero pietà di lui. Alla fine, dopo un’ora di vani tentativi, la commissione – ormai sfiancata – non sapeva più che cosa fare, a parte bocciarlo. Quel ragazzo, ormai cresciutello, cominciò a divenire un mistero per i membri della commissione, che pensavano più o meno così: Che tonalità di voce avrà mai? Siamo sicuri che il giovane adulto qui davanti non sia muto o non lo sia divenuto per lo shock?
Così pensando, un professore della commissione ebbe l’illuminazione. Fece tacere gli altri e chiese al mio parente lontanissimo:
“Dimmi un po’, sai per caso chi ha vinto i campionati mondiali di calcio due giorni fa?”.
E lui: “No, prof, io studiavo”.
Non si diplomò mai.

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