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La domestica iettatrice – Settima e ultima puntata

 

Il licenziamento fu cosa buona e giusta

Nacque mia figlia e a dispetto di quanto vaticinato dalla mia domestica, Sofia era una bellissima bambina nata già grande. Certo, c’è da dire che il parto non fu una passeggiata. Sofia stava rischiando la vita. Non so perché ma anche la mia ostetrica pensava che la bimba fosse piccola e si era convinta che io ero semplicemente grassa da far paura.
Che avesse parlato con la mia domestica?
Durante il travaglio nessuno si rese conto della fatica che faceva la bambina a venir fuori. Soltanto verso la fase finale, l’ostetrica e la ginecologa capirono d’un colpo che: la bambina aveva un doppio giro di cordone intorno al collo e intorno al braccio; la bambina era piuttosto grande; loro (cioè io) erano nella… condizione di inaspettata difficoltà. Alla fine però riuscirono a tirarla fuori.
La mia ostetrica urlò contenta (io ero stramazzata sul lettino in preda al freddo e ancora da cucire, i particolari raccapriccianti della venuta al mondo della bimba ve li risparmio):

«Giusy, tua figlia pesa 4 chili e mezzo ma è come se tu avessi partorito una bimba di sei chili e mezzo! Sei contenta?»
«Assai» ebbi la forza di risponderle.
E aggiunsi: «Ma l’esofago, ce l’ha?».

Ce l’aveva, ma la portarono via ugualmente perché stava malissimo. Era nera e i parametri non erano soddisfacenti. Insomma, pensai che fosse lo scotto da pagare per evitare la profezia della domestica: il picciriddru «siccu siccu e nicu nicu, ma accussi nicu ca era quasi invisibile e con un esofaco stritto stritto e lungo lungo che il primo panino se l’è potuto mangiare quando aveva diciotto anni».
Quando tornammo a casa, ci misi un po’ per riprendere la normale deambulazione (il perché lo lascio alla vostra immaginazione). Qualche tempo dopo ci sarebbe stato il battesimo e io decisi di farlo il giorno di Pasqua. I preparativi fervevano e la mia domestica mi osservava silenziosa mentre puliva. Io la evitavo.

«Che fa? Prepara le bomboniere?»
«No, questi sono i bigliettini da mettere dentro i confetti».
«Che fa, me li fa vedere?»

Un po’ esitante, gliene porsi uno.

«Mih, bello è. Ma, signora, quando la vattia ‘sta figlia (quando la battezza, la bambina)? Il giorno di Pasqua?»
«Sì».
«Ah… Addirittura…Senta… io non le voglio dire niente ma…»
«Va bene, signora, allora non dica niente. Facciamo così?»
«Come vuole… Solo una cosa le volevo dire, per lei lo faccio. A Pasqua, u signuri fu ammazzatu. In croce l’hanno messo. Che fa, vuole mettere in croce sua figlia? Un vilussi ca ci purtassi mali a picciriddra, picchì secunnu mia porta na scalogna incredibile! (trad. non vorrei che portasse male alla bambina, perché secondo me porta una sfiga incredibile)».

La guardai con un ghigno di disprezzo disegnato sul volto, pronta a sferrare la contromossa che l’avrebbe messa all’angolo, tappando in modo definitivo la sua bocca infernale.

«Si dà il caso che il giorno di Pasqua il Signore sia resuscitato!».

Ma la domestica fulminea ribatté:

«Il Signore! Appunto! E chi ci pari ca partorì Gesù Bambino lei? (trad.: Non si sarà mica convinta di aver partorito Gesù Bambino?)».

Fu il punto di non ritorno. Non ne potevo più. La guardai con gli occhi inferociti. Al confronto Freddy Krueger avrebbe ispirato fiducia. Le strappai il biglietto dalle mani. Respirai. Inspirai. Espirai. Feci il segno delle corna, toccandomi le ovaie, che rappresentano scaramanticamente il corrispettivo femminile dei testicoli.
E con tono pacato le risposi:

«Signora, ritengo a questo punto che per motivi di sicurezza io debba licenziarla».

Il mio sguardo non lasciava presagire nulla di buono, per cui non oppose alcuna resistenza e credo fu persino felice di aver potuto varcare la soglia di casa ancora intera.
Quando informai Caterina dell’ultima azione terroristica della mia domestica, mi consigliò –sempre ridendo- di far benedire la casa come forma di protezione contro tutti i malefici seminati dalla iettatrice. Ovviamente scherzava, io pi sì e pi no -picchì è “megliu diri chi sacciu ca chi sapiva” -chiamavu u parruccu (questo non lo traduco che mi pare brutto).

 

 

 

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