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La domestica iettatrice – Terza puntata

 

Il lapsus

Prima del battesimo di mia figlia Sofia avvenne il terribile delitto di Cogne. La morte di Samuele mi scosse profondamente poiché aveva la stessa età di mio figlio, che proprio in quei giorni compiva tre anni. La domestica aveva persino avuto un moto di indulgenza – forse dettato da un’ombra di compassione per me, giovane partoriente – un giorno che mi aveva trovata in lacrime.
«Che fa, signora? Chianci (piange)? Chianci e spolvera? E chi successi, beddra matri?».

Mi lasciai ingannare da quella punta di sensibilità che mi parve di scorgere all’altezza della sua bocca. Una sorta di sensibilità allo stato embrionale che timidamente sembrava far capolino tra i denti mettendo al guinzaglio la lingua.

«No, niente, niente…» risposi, fermandomi e sedendomi sul divano. «È per quel bambino, sa? Quello di Cogne, Samuele. Provo un dolore immenso».
«No, Signora, non deve fare così! È che ha partorito da poco e quannu si partorisce le donne sono un pocu… accussì (così)…» e concluse la frase accompagnandosi con un gesto della mano proprio all’altezza della tempia.
«Non sto piangendo: sono commossa. Tutto qui. E poi credo che lei non abbia capito il motivo di questo mio turbamento? Mi sta dando della pazza?».
«Nooo…, signora. Ma che dice? Ci voglio spiegare, va, che lei non mi pare tipa di ammazzare i figli. Lei unn’ava chianciri (non deve piangere). E poi, caso mai, non ci sono io che la fermo?».

Pensai che fosse opportuno non proseguire perché avevo capito, guardandola negli occhi, che non c’era più alcuna traccia del nanosecondo di indulgenza e della punta di sensibilità, scorti in precedenza. Tacere era l’unico modo per evitare ulteriori intimidazioni.
Ma da quel momento la mia domestica prese a chiamare mio figlio col nome di Samuele.
La prima volta che accadde un moto di orrore mi pervase, ma non le diedi la soddisfazione di chiederle quali oscuri motivi le avessero provocato il lapsus poiché ero certa che –Freud a parte- mi avrebbe dato una spiegazione tale da vedermi certamente costretta all’ultima forma di difesa: arredare la mia casa con corni rossi, trecce d’aglio et similia. Un giorno, dopo l’ennesimo lapsus, decisi di affrontarla.

«Signora cara, mi vuole spiegare perché continua a chiamare mio figlio col nome di Samuele?»
«Ragione ha, signora. Vero è. Unnu sacciu picchì lu chiamu Samuele (non lo so perché lo chiamo Samuele). Mi viene così… Spontaneo, va. U capì?»

Assunse la tipica espressione da invasata, una sorta di Pizia dei poveri. Indietreggiai: stava per figliare un’altra iattura. Ne ero certa.

«Ma ce lo voglio dire il motivo! Ce lo voglio dire e basta».
«Non è necessario!»
«No, assolutamente, ce lo voglio dire: è che suo figlio mi fa ricordare il bambino morto. Vedo il suo picciriddru e dico: “preciso è, va”. Però, il suo è vivo. Questa solo è la differenza: che il suo è ancora vivo. Ma soprattutto è lei quella che mi fa fare lo scambio di nomi».
«Io?!»
«Lei, lei… Lei, signora, è precisa alla matri di quel bambino. Pariti soru! (sembrate sorelle)».

Lo so, avrei dovuto -quantomeno- metterle le mani addosso, mi avrebbero prosciolto quasi subito per legittima difesa (peraltro avrei potuto beneficiare dell’attenuante del post-partum). Ma ancora una volta preferii la via del silenzio.

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