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Piccolo uomo

 

SamarcandaTi ho visto correre e mentre correvi gli anni ti raggiungevano e le tue gambe magre si facevano muscolose e poi stanche e i tuoi capelli diventavano bianchi e i tuoi calzoncini dei pantaloni eleganti e la tua maglietta una camicia a righe di gran lusso, appena visibile dalla giacca di marca a doppiopetto. E la corsa si faceva più lenta e il fiatone un respiro lungo da pavone e lo sguardo impaurito diventava fiero e deciso e l’odore acre del sudore annegava nel tuo profumo da cento euro. La corsa è quasi finita e il tuo volto sarà perso per sempre. La tua pelle, piccolo uomo, la tua pelle, persino quella hai cambiato? Che rimane di quel ragazzo? Neanche la strada è più quella. Io ti ho visto, sai? Eri tu. Ho letto la tua ombra attraverso quei poveri occhi che urlano ancora. Imprigionati dentro la miseria di un adulto sconosciuto. Quasi metà vita ti resta ancora, e quella spesa è andata, per essere fedele al tuo sistema, che nessun altro oltre te ti ha imposto. Ma che ti è saltato in mente, piccolo uomo? Perché mai hai rubato una maschera tanto spregevole? Tante volte avrei voluto farti girare soltanto un momento affinché tu potessi vedere quell’uomo che corre inutilmente mentre il mio urlo non arriva alle sue orecchie: “Fermatelo! Non deve correre. Deve star fermo, deve star fermo e troverà quel che cerca dentro di sé”. Ma non urlo più. Sto in attesa e ti guardo. Da vicino. Osservo i tuoi vestiti costosi, ai miei occhi sono stracci da mendicante; guardo il tuo viso invecchiato e smagrito, ai miei occhi è il tuo destino umiliante; mi arrivano le tue parole di odio, ai miei occhi sono il tuo io più profondo; ti rivedo mentre mi chiedi perdono in ginocchio, ai miei occhi è la tua pelle che cade. Ti sei perso. Tra fiumi di gente invidiosa e bestie avide, tra amici finti e risate divertenti, tra favole adulte e miseri capricci, tra soldi ammucchiati e progetti improbabili, tra estranei indecenti e gruppi da niente, tra sogni di ricchezza e serate volgari. Corri con chi ti ha derubato di tutto. Corri ancora fiancheggiato da chi ha voluto il tuo male. Concedi ancora ai tuoi assassini il residuo di vita rimanente. E a chi ti ha donato l’oro vivente, sputi violento il veleno di una vita insensata come un serpente a sonagli a cui hanno insegnato a odiare. E urli che ti sono stati sottratti gli averi, mentre calpesti i tesori di cui la vita ti ha fatto dono. Chi ti ha insegnato a misurare così il vero bene? Non io. Non io. Avrei potuto curare ogni tuo respiro, avrei potuto insegnarti ad amare il tuo tempo, avrei potuto educarti a gustare il momento. Dovevo essere tua guida preziosa, amica fedele, saggia compagna, alleata devota. Mi hai voluta nemica e ora piangi perché mi credi carnefice. E fuggi ancora da me, dimenticando che esisto; e mi guardi come se fossi di altri e non anche tua; e mi temi come se fossi una ladra che vuole rubarti il denaro; e mi allontani credendo di conoscere bene il mio volto e la mia falce. Compiangi te stesso, piccolo uomo, e divertiti per il tempo che resta. Non fermarti più. Non voltarti più. Continua a correre. Da me verrai, pur volendomi sfuggire. Ma quel giorno, la falce la troverai in mano tua e il volto temibile scoprirai esser tuo e il ladro peggiore comprenderai sei stato tu e il tuo nemico più accanito lo troverai dentro di te.
Sono la Morte. A vivere insegno io. Chi mi tiene presente, muore soltanto una volta.

 

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2 risposte a Piccolo uomo

  1. Claudio Zarcone scrive:

    Bellissimo Giusy. Non voglio adularti, ma mi ha preso moltissimo con le sue venature nietzscheane. Un bacio.

     
    • Giusy Randazzo scrive:

      Grazie, Claudio. Il tuo parere conta molto per me e mi inorgoglisce. E’ vero, c’è un riflesso nietzschiano -filosofo che mi ha insegnato ad amare più profondamente di quanto già non facessi Alberto Biuso- e c’è Pascal e Heidegger, l’uno con la sua amara riflessione sul divertimento, l’altro con l’analisi sulla prospettiva della morte.
      Un abbraccio,
      Giusy

       

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