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Lei

 

Ho riflettuto molto prima di pubblicare questa breve nota. Ho riflettuto per timore di fraintendimenti. La sua morte sta nell’ordine naturale delle vicende umane. Lo so. Ma lei era lei. Questo è indubbio. Unica e irripetibile. Alla fine ho superato le mie riserve. Per renderle l’onore che merita. E per mia madre, per mia sorella, per mio fratello. Per condividere con i miei amici la pace e la comunione che ho vissuto a distanza con lei nei giorni della sua agonia.

Genova, 30 aprile 2014 -Ore 20.35
Ci sono persone che transitano nella tua vita e scompaiono come bolle di sapone. Forse ti regalano un po’ di allegria ma null’altro. Altre invece attraversano la tua esistenza divenendo denominatori ineliminabili di ogni tuo ricordo. E questo è lei per me. Lei è la sua borsa. Quella che nascondevamo con mio fratello per obbligarla a trascorrere la notte a casa nostra. Lei è la x del nome del bottegaio vicino a casa sua. Quella lettera che non sapeva pronunciare facendoci ridere con le lacrime. «Di’ Ginex». «Ginechis». Lei è le sue labbra serrate. Quelle che dovevano fingere l’arrabbiatura e cedevano all’amoroso sguardo o che dovevano stare in posa per una foto ma non ce la facevano; quelle che si aprivano in un sorriso autentico e trascinante. Lei è le sue canzoni e le sue filastrocche. Quelle che cantava e con cui incantava. «Ma sei cantante tu?». «Cantante cantante». Lei è i suoi occhi chiari. Ineguagliabili. Quelli che avevano visto e vissuto la guerra, il fascismo, lo sbarco degli americani in Sicilia, la prigionia dell’unico uomo che ha amato nella sua vita. Lei è il suo accento. Quello ancora palermitano dopo una vita trascorsa a Girgenti. Lei è il suo Nino. L’uomo che amava, spronava, guidava e a cui faceva da navigatore. Lei è le sue lacrime. Quelle sincere e autentiche, le uniche di cui io mi sia mai fidata. Lei è la forza. Quella che possedeva e che le ha fatto vincere il cancro e l’infarto. Lei è la sua etica. Quella che non la faceva mai vacillare sul daffarsi e che la spingeva a esser se stessa. Lei è il suo rosario. Quello che sgranava ogni giorno pregando per ognuno di noi convinta che potesse tutto contro il male. Lei è il suo papa Giovanni XXIII. Quello che era già santo da molti decenni senza bisogno della buffonata di qualche giorno fa. Lei è il suo abbraccio. Quello che sembrava ti avvolgesse come una coperta protettiva. Lei è il campeggio. Lei è il piatto di lasagne affogate nella salsa. Lei è i cardi fritti. Lei è il rimprovero. Lei è l’amore. Lei è la verità. Lei è le mani. Lei è il profumo. Lei è la bellezza. Lei è l’eleganza. Lei è l’infanzia. Lei è la Casa. Lei è la Cura. Lei è la mia nonna. La storia. Novantasei anni. Nove papi. Lei ha attraversato il Novecento. Me l’ha raccontato dal suo piccolo magnifico punto di vista. Uno spazio piccolo e un tempo enorme. Il vero grande tragitto che abitano e percorrono gli umani. «Nonna, ma ce la farai a finirmi la coperta?». «Ah, grazie! E che devo morire?». È qui. Ci dormirò stanotte. Una coperta all’uncinetto che si trasferisce con me da quando avevo vent’anni e che già possedevo a sette. L’ultimo grande dolore l’ha provato per me. «Come stai?». «Sto bene, nonnina». Si era fatta piccina piccina. «Tu hai i tuoi figli. Sono preziosi. Giusina, prego per te. Sei nei miei pensieri e nelle mie preghiere ogni giorno». E piangeva. Piangeva per me. Sta percorrendo l’ultimo tratto di tempo e gloriosa chiude il suo cerchio. Stringe la mano. «Ci sono». Voleva andarsene di notte. Mentre dormiva. Lo diceva sempre. La clessidra scorre per ognuno. E comincia al primo vagito. Ma il tempo che raccoglie nell’ampolla inferiore è tutto ciò che l’uomo semina. Cenere o oro. Questa la sua eredità. Lei ci ha arricchiti. Tu ci hai reso migliori. Distendi le membra, adesso, che tanto sanno. Accogli il sonno che ti trova pura. Ascolta il Dio che ami perché ti aspetta. Lascia andare la presa perché è ora. Ritrova la pace perché la meriti. Rasserena il corpo stanco perché tanto ha viaggiato. Chiudi i tuoi occhi di luce perché la Luce ti avvolga.

Agrigento, 03–05-2014 – Ore 16.25 – Te ne vai e hai ancora lo smalto sulle unghie. Sempre elegante e ordinata. La morte ti fa l’inchino e ti porge la mano con il garbo di un cavaliere per farti oltrepassare la soglia

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