691 views

Il sasso dell’emigrato

 

Che cosa leghi una persona alla sua terra è difficile a dirsi. C’è un “in più” di ineffabile che è impossibile tradurre con una manciata di emozioni, ricordi, volti, o ridurre a qualche centinaia di chilometri quadrati. Negli ultimi nove anni non ho mai voluto pensare veramente al mio distacco da Agrigento. Mai. Ho lasciato che soltanto la rabbia sostenesse la mia fuga, desse senso al mio rifiuto, mi spogliasse della mia pelle akragantina. Sono due anni che non vado ad Agrigento. Sono trascorse due primavere. Per due volte sono sbocciati i piselli odorosi e i mandorli si sono innevati di fiori. Già due volte l’odore del mare ha inondato la città investendo l’aria umida dell’inverno, invadendo i polmoni di quello strano senso di gioia che preannuncia l’estate. Due volte soltanto ho sentito il richiamo. Il bisogno di camminare sulla mia terra, di guardare i miei luoghi, di toccare la mia sabbia, di respirare la mia aria. Di andare a casa. Nessuna città, che non sia quella tua, può accoglierti con l’abbraccio che avvolge tutti i sensi; nessuna città, che non sia quella tua, può dire di te quello che tu non sai di te; nessuna città, che non sia quella tua, può essere una tale fonte d’amore da spingerti a raggiungerla. Eppur non ti ama. Non si muove. Sta sempre lì e non piange il tuo distacco. Come l’impassibile e unico dio di Aristotele, che pur essendo immobile dà movimento ai cieli, così la tua città, quella a cui apparterrai per sempre, ti spinge a muoverti verso di lei. Ti obbliga a dissotterrare i ricordi, a coprire la distanza col pensiero, a rintracciare vecchi profumi nell’aria straniera, a ritrovare vecchi volti in quelli nuovi, a proteggere il tuo dialetto nelle mura domestiche, a rendere speciali quegli amici che qui non hai. Troppo dolore. Meglio lasciare in un cantuccio buio la tua verità, meglio non parlarne, meglio non darle credito, meglio pensare all’indomani e incatenare ieri con un grosso sasso da buttare nel fondo della tua anima. E mai scavi. Eviti. Non vuoi neanche pensarci alla possibilità che forse, forse sei stato derubato. Sei cambiato, sei diverso, sei stato abbastanza intelligente da lasciare che il solco tra te e i tuoi nuovi concittadini rimanesse visibile: non ti sei lasciato affascinare dal loro accento e hai mantenuto con orgoglio il tuo; vuoi rimanere straniero, vuoi essere un pezzo della tua città che vaga in un’altra per spargere un po’ di storia, di tradizioni, di linguaggio, di mentalità, come una cosa gustosa, come un pezzo di parmigiano grattugiato su un buon piatto di pasta. Vuoi essere te stesso fino in fondo. Ti convinci che hai trovato il modo per soffrire di meno, come uno che ha un dolore fisso in un arto e sa ormai quali movimenti non fare per evitare di avvertire il dolore. Sì, la medicina c’è, ma è un sintomatico, non un curativo. Puoi farla “una scappata” nella tua città. Ma a che serve? Meglio l’evitamento. Poi un giorno qualcuno decide di inserirti in uno di quei gruppi feisbucchiani insopportabili, da cui ti arrivano decine di notifiche al giorno. E dai un’occhiata, giusto per imprecare in silenzio. Invece leggi e poi leggi ancora. E poi mentre leggi, ancora e ancora, dentro di te si smuove qualcosa. La rabbia che ti ha sostenuto non ti soccorre. Il profumo, con cui dovevi fare i conti soltanto in primavera, entra prepotentemente nelle tue narici e non si sa da dove arrivi. Il linguaggio si traduce in voci che arrivano da lontano, che si accavallano, che si trasformano in volti, che diventano luoghi. Una gran ressa si accalca dentro di te. Come se il grande sasso a cui avevi legato il tuo ieri ritornasse a galla. Inspiegabilmente. Quella gente ti conosce, sa di te, dei tuoi ricordi, condivide la tua memoria, le sfumature del tuo linguaggio; sa persino di quei personaggi preziosi che abitavano la città da protagonisti, con il loro soprannome, il loro folclore, la loro follia buona o la loro semplice presenza caratteristica. Quella gente ti conosce. È un mistero come sia possibile, eppure accade. Alle tre del mattino ti svegli. Tutto dorme. Il silenzio avvolge la tua casa nella terra straniera. I tuoi figli dormono e tace il loro dialetto che non ha nulla del tuo. La città riposa avvolta nel gelo invernale, bella come sempre, ma come sempre non tua. Il cellulare si illumina e leggi i nuovi commenti. Qualcuno ha postato una vecchia canzone. “Non ascoltarla -ti dice una vocina-, lascia chiuso lo scrigno se non puoi più indossare i gioielli di cui è colmo”. Ma non resisti. La musica arriva con le parole. E un fiume ti investe. E ritrovi la tua identità. E piangi perché sei incompleto. Spaccato in due per sempre.

Questa voce è stata pubblicata in Temi e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *