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Per essere felici basta dirlo

 

felicita 1Chiuso in quella caverna. Il sole era tutto quello che avrebbe desiderato vedere. Null’altro. Ma non c’era più tempo. Bisognava fare in fretta prima che tutto crollasse. Raccogliere il passato per il presente. Fuggire con il bottino confidando in una buona dose di fortuna. E poi quello strano messaggio. Non riusciva a respirare. Doveva imparare a respirare. Cercò di capire che cos’era quella strana iscrizione sulle pareti. 

“Per essere felici basta dirlo. Per dirlo devi sorridere; devi muovere uno dei trentasei muscoli della tua faccia; devi dimenticare le noie, i piccoli dolorini, la crisi, le tragedie. Metterli tra parentesi. Per un po’? No, no. Deve diventare un’abitudine. Poi l’abitudine diventa il tuo carattere. Il mondo non si salva con il tuo dolore, con la tua sofferenza, con la tua tristezza. Il mondo non ha bisogno delle tue lacrime. E tu non devi redimerti da nulla. La vita è là fuori. Devi salvare quella. Non te per un’altra vita. Ma te per quella che ricevi. Il linguaggio cambia il mondo. Vedrai. E la felicità è contagiosa. Non è vero che non esiste. Esiste se la nomini. Come tutte le cose di questo mondo umano. Se poi oltre a essere felice impari ad avere anche pietà, allora innescherai il circolo virtuoso che salverà il mondo. Lo salverà dagli uomini. Io sono felice perché sono stata amata. È una buona ragione, migliore della morte. Ma avrei preferito vivere che rimanere nell’oscurità”.

Davanti a lui il buio cominciò a ingoiare il fievole lumicino. Non c’era più tempo. Bisognava uscire dalla caverna. Uscire subito. Rilesse il messaggio. Cercò di memorizzarlo. Il budello di terreno che lo portava fuori franava sotto i suoi piedi. Si arrampicò tenendosi a una radice. Cominciò a intravedere l’uscita. Ce l’aveva fatta. Forse era salvo. Quando l’ultimo tratto si parò davanti a lui temette che la troppa gioia potesse distrarlo. Si fermò. Si concentrò. Raccolse tutte le sue forze e vide la luce. 

Un vagito. Il suo. Lo poggiarono su un ventre caldo. Smise di piangere. La gioia lo travolse. Dormì. Ma poi dimenticò tutto. Vago rimase in lui il ricordo di qualcosa che si chiamava felicità. 

 

(GR, 5 giugno 2013)

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