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Razzismo

 

1 Caricamento. È l’autobus che fa capolinea al Porto antico, arriva poi fino a Voltri passando per Sampierdarena. Ore 5,00 del pomeriggio. Salgo sul mezzo per tornare a casa, dopo aver assistito a uno spettacolo teatrale al Museo Commenda. Ho il tempo di fare il biglietto. Vedo una signora che si fa spazio impedendo a una bimba di circa tre anni di sedersi al suo posto. La bimba è frastornata. Dà la mano alla mamma. Forse sono ecuadoriane. La donna accenna all’impossibilità per la piccola di tenersi a qualche sostegno. La signora, dopo essersi accomodata e prima di dare il morso al panino che tiene ben stretto in mano, afferma imperiosa: «I bambini italiani stanno sulle ginocchia delle madri e non seduti». La mamma e la bambina non dicono nulla. Mi giro. Hanno sentito tutti. L’autobus è pieno ma non stracolmo. E io con calma mi rivolgo alla signora: «I bambini italiani? Che cosa significa i bambini italiani? Che cosa significa i bambini italiani? I bambini sono bambini e basta». 
La signora mi informa che lei se ne intende perché è una pedagogista e conosce perfettamente le fasi evolutive del bambino. Capisce che non sono di Bolzano. Io capisco che è razzista. Comincia a inveire contro i meridionali. Sporchi. Assassini di animali. Inefficienti. Falsi invalidi. Fannulloni. Etc etc. Esattamente come gli extracomunitari. E’ certa che la bambina non ha pagato il biglietto. Le spiego che a tre anni non si paga il biglietto. Poi la trovata. Dico alla signora di essere giornalista (millantato credito) e che sarei ben lieta di promuovere le sue idee  scrivendo un articolo su di lei. Le chiedo dunque di darmi il suo nome e cognome. Rido. Lei mi chiede il mio. Giusy Randazzo. A sua disposizione. Rido. La signora rifiuta di dirmi il suo. I meridionali sono pericolosi. Ha ragione, come gli stranieri. È risaputo che i delinquenti abitano tutti nel sud del mondo. Anzi, mi avverte che se continuo a disturbarla chiama i carabinieri. Sono io dunque che disturbo lei. Non mi era chiaro. Poi parte per la tangente con una filippica contro i giornalisti del sud che vendono fumo (mi perdonino i giornalisti del sud è colpa del millantato credito di prima) e contro gli extracomunitari che se ne dovrebbero tornare al loro paese. Anche io me ne devo tornare al mio. Mi chiedo dove me ne dovrei andare. Credevo di essere italiana. La signora forse si è persa per strada non solo le rotelle ma anche un pezzo importante di storia.  Qualcuno è intervenuto quando Lady Boccadinferno ha cominciare a dare di matto. Ha continuato per tutta la tratta -e suppongo anche dopo che io sono scesa- a urlarmi di tutto. A me e agli stranieri. La bambina continuava a guardarla stranita.
Io ridevo. Ho riso tutto il tempo. Volevo ridere per la bambina, perché sapesse che il razzismo è dei mentecatti e degli sciocchi, degli assassini e dei fannulloni, dei luridi e dei disonesti.
Io però so che non è così.
So che il razzismo è come la delinquenza.
È dovunque.
Sta nella pancia di tanta gente al posto della coscienza.

 

 

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