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Il sacro mondo del mito nell’Edipo di Sciaccaluga

 

(Pubblicato su Teatro.org il 9 novembre 2012)

È un’opera d’arte. Senza dubbio. La scenografia è già di per sé un intero che narra senza dire. Simbologia di altissimo valore scenico e di grandissimo effetto. Metafora della vita e del mondo mentale. Un albero su una montagna, le cui radici avviluppate nelle roccia si insinuano in essa e incorniciano il passaggio che conduce all’interno. È quella la caverna dello schiavo platonico? È insieme con l’albero l’iceberg di freudiana memoria? È la nostra stessa mente artigliata dai pensieri che ci divorano? È l’immagine del nostro inconscio che sa di noi quel che noi stessi non sappiamo? È il sacro mondo del mito che nel suo apparire mostra le vie scoscese e l’irrazionalità con cui il caso è regolato? Al di là di qualsiasi metafora questa scenografia ha a che fare con la verità, con la sua ricerca, con la sua realtà, con la sua conoscenza, con la sua follia, con il suo contrario. Il mito spiega e traduce l’irrazionale e lo chiama verità, mostrandone il volto terribile; ricrea una logica laddove essa sembra non poter respirare; disvela l’ignoto e in tal modo controlla la paura, sconfigge il dolore, vigila sull’imprevedibilità, prevedendo gli eventi e limitando così l’angoscia generata dal timore di un ritorno della sofferenza. Non è poco. Edipo tiranno, la tragedia di Sofocle del 430 a.C., è senza dubbio l’espressione più autorevole della potenza del mito. Rappresenta in modo magistrale il senso della sua funzione, della sua geometria e della sua indagine sulla verità. E il mito che Sciaccaluga mette in scena è quello della tragedia attica, in cui «Apollo parla la lingua di Dioniso» (F. Nietzsche, La nascita della tragedia in “Opere”, Adelphi, Milano 1964 e sgg, Vol III/1, p. 145). Apollo è qui L’obliquo. La doppiezza del dio si manifesta agli uomini attraverso la terribilità del responso della Pizia, sua sacerdotessa a Delfi, che dà luogo a un enigmatico succedersi di eventi. Follia e razionalità sono il volto del determinismo che ci avviluppa e ci impedisce di sottrarci al necessario svolgersi della nostra vita. Edipo tiranno è la storia della non libertà dell’uomo, della sua sottomissione al determinismo degli eventi. Il magnifico Eros Pagni è la personificazione del Coro, che nella tragedia rappresenta il dionisiaco e che, ancora una volta, è qui proposto nella verità del suo volto: più che orgiastica irrequietezza soprattutto calma grandezza. La musica semmai individua del dionisiaco la sua mania. Ed Eros Pagni narra cantando, accompagnato dal ritmo di un tamburo che esalta la melodia dei versi tradotti dal greco dal grande Edoardo Sanguineti. Nulla è fuori posto in questa rappresentazione. Lo spettatore si lagna semmai con se stesso per non avere l’energia sufficiente ad assaporare fino in fondo ogni momento di questo dramma che dura 135 minuti. Nicola Pannelli poi, altro non può essere che Edipo. Si muove sulla scena davvero come un cercatore, quasi strisciando a volte, oppure indugiando su un angolo, rincantucciato, imbozzolato, schiacciato. Restituisce nel suo incedere il peso che si porta addosso e mostra nel suo parlare la tracotanza che lo abita. Il paesaggio intorno, quello spazio costruito che rappresenta anche Tebe, sembra che gli appartenga in modo ancestrale, come se fosse una sola cosa con lui. È affamato Edipo. Di sapere. A lui si rivolgono gli abitanti di Tebe, colpiti dalla peste, che già una volta erano stati salvati dalla sua sapienza, quando aveva sciolto l’enigma della Sfinge. Ma questa volta la sua hybris, la sua arroganza sarà punita. La superbia della ragione nulla può contro il sacro furore divino che fa del cercatore e del cercato la stessa persona. Il mito ha anche questa forza: disvelare all’uomo la sua miseria.

«Se c’è un male più grande del male, questo lo ebbe in sorte Edipo».

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