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Il valzer di un giorno

 

(Pubblicato su Alcinema.org il 18 ottobre 2012)

Che sia una danza non c’è dubbio alcuno. Chi apre il volume di Carlisi deve sapere che verrà condotto in un vortice di emozioni che gli faranno ripercorrere memorie, luoghi e persino eventi; deve sapere che si relazionerà col tempo che qui si compie, che qui sembra iniziare il suo percorso per disvelare, durante la visione di questo portfolio, la continuità inarrestabile del suo movimento che non conosce fratture. Dalla culla alla tomba, al vagito, al sorriso della sposa e al suo pianto, dalla ruga della nonna alle macchie di una vecchiaia giunta al termine, dai piedini candidi che compaiono tra il biancore di un abito nuziale alla lapide di chi continua a vivere nella memoria. Il matrimonio è passaggio, è accesso, cambiamento, proiezione, attraversamento, è strappo. E attraverso il matrimonio Carlisi racconta la Sicilia, la tradizione siciliana, le generazioni che si susseguono, ma narra anche la storia universale dell’uomo, della sua fatica, dell’amore, della lealtà alla famiglia, della fedeltà alla terra. E gli sguardi divengono specchio. La nonna e le sue rughe, la mamma e la sua eleganza -che non elimina la fatica che ne ha attraversato il corpo modificandolo per sempre-, lo sguardo nascosto del padre, triste, disilluso, felice, orgoglioso, soddisfatto, e il biancore dell’abito che diventa spuma, che si confonde con i piedini teneri di un bimbo nato troppo presto, che invade la scena e dice che quei luoghi hanno visto momenti diversi, ma sempre uguali nella sostanza profonda. E poi quel cimitero. La sua presenza, il suo attraversamento. Come racconta Carlisi? Attraverso le trasparenze, i riflessi, i riverberi di luce, le rifrazioni, gli specchi. Specchi che riflettono la narrazione e che dicono attraverso la loro funzione l’essenza di questo volume. Ogni volto è speculare all’altro, più vecchio o più giovane, più triste o più gioioso. Le rughe dell’uno raccontano la stessa storia dell’altro e attendono di incarnarsi nel volto liscio di chi ora l’accarezza ignaro. Affetto e amore sono la ricchezza di questo popolo così fedele alla tradizione e così leale a una terra infida. Il resto s’imprime nella retina, sfocato, come se certa povertà, visibile nell’architettura, negli arredi casalinghi e urbani, fosse lì soltanto per decorare, ma nel senso più etimologico del termine: partecipare alla dignità (decor) di ogni volto, di ogni azione, di ogni ente, ornamento di queste foto e sua cifra.
L’eleganza degli sguardi permette di colmare i vuoti di bellezza e ogni soggetto si fa paradigma estetico. Le foto di Carlisi non sono bressoniane, non sono documentarie, non sono surrealistiche o concettuali e non sono neanche realistiche; sono carlisiane. Il genere di questo artista è una sua creatura, nata direttamente da uno stile che non cede a nessun compromesso: né a quello della necessaria attesa dell’attimo fuggente né a quello della costruzione dell’azione quasi fosse cinematografica e neanche alla realizzazione di un ritocco intelligente che lasci solo il profumo dell’ente reale.

«Sicché l’occhio di Franco Carlisi scrive Andrea Camilleri – coglie continuamente dei “fuori campo” e ce li restituisce, direi proprio da narratore, con straordinaria vivezza e intensità. […] Attraverso lo sguardo di Carlisi, tutto diventa carnale, vissuto, forte, reale, senza mezze tinte. Guardate Delia 2007 o la sposa che allatta il bambino. Non sono un racconto di grande forza espressiva?» (p. 9).

Carlisi usa il mosso, lo sfocato, l’open flash, ma non si confina dentro prestrutture incatenanti. Spazia sempre con la volontà di ricercare nuovi modi per dire, per raccontare, per narrare, per dipingere la realtà, per cogliere l’essenza e restituirne la trama. Il bianco e nero si aprono così a una gamma infinita di colori, il cui range attraversa lo spettatore, permettendogli di sentire e vedere un arcobaleno di emozioni, di storie, di verità, di strade.Ma quella maestra dell’esistenza sembra solo una; sembra che i personaggi si muovano su questo sentiero battuto più e più volte; sembra che siano consapevoli che la via è quella e non si scappa, perché tutto è scoperto, chiaro, deciso da sempre o almeno dalla nascita della nostra identità -attesa e già programmata-, che procederà secondo tappe precise, seguendo un percorso che si ripete in un eterno ritornello dell’uguale. Quelle nuvole di bianco, quei volti sfocati, quegli abbracci tra generazioni diverse, quell’affetto così collante, quel modo di stare vicini, di non fermarsi alla morte, di viverla insieme ai morti, che sono parte del cammino; tutto questo stare al mondo nello stesso modo, sulla stessa via, con le stesse prefigurazioni fa della vita una ruota e rende questo volume esempio ultimo della giostra nietzscheana.

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Franco Carlisi
Il valzer di un giorno
Polyorama
Modena 2012
Pagine 206

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