280 views

Pietà di Kim Ki Duk

 

(Pubblicato su Alcinema.org il 28 settembre 2012)

Il crudele Kang-do mutila la gente per conto dei suoi capi strozzini, insomma per denaro. Eppure l’incontro con la presunta madre, che l’aveva abbandonato appena nato, fa nascere in lui lentamente -e con lo sforzo violento con cui un bambino viene al mondo- la pietà per le sue vittime.
Pietà è un film geometrico in cui nulla è detto a caso e ogni azione è sempre connessa al suo contrario o al suo analogo. È così sin dal principio di questa pellicola. La scena iniziale del suicidio di una vittima è seguita da quella della masturbazione del suo carnefice: morte e sesso. Un modo diverso per esprimere lo stesso concetto: il desiderio di dissoluzione nella solitudine della disperazione. Il regista Kim-Ki Duk mette in campo da subito tutte le pedine in gioco. E che il sesso in questo film sia interpretato come tentativo di metter fine all’angoscia di vivere, alla miseria dell’esistere, è evidente nella scena in cui un uomo, terrorizzato poiché entro qualche istante l’aguzzino Kang-do lo ridurrà uno storpio per riscuoterne l’assicurazione, afferra la moglie e la costringe a far l’amore. E quando questa gli chiede come mai non abbia timore per quello che a breve accadrà, lui risponde che vuol far sesso proprio perché ha paura. Amore e morte vanno a braccetto in questo film. E così altri due opposti: crudeltà e pietà. Che Kang-do sia crudele è evidente persino dalla sua necessità di uccidere ciò che mangia. Non compra un pollo, lui compra un gallo a cui tirare il collo, le cui viscere possano rimanere sparse per il pavimento del bagno, affinché la sua casa profumi sempre di sofferenza, dolore, morte. L’anguilla segna forse il momento di passaggio, quando la pietà comincia a far capolino nella sua vita devastando l’equilibrio in cui si pasceva Kang-do. Gliela regala la donna che sostiene di essere sua madre e gliela dona viva. Kang-do non la uccide. Sta a osservarla. Sarà Mi-sun, la stessa madre, a farla a pezzettini, perché è lei adesso a cui il dolore ha strappato la pietà. L’uso degli animali in questo film è fortemente simbolico, mette maggiormente in evidenza un’altra coppia di analoghi di cui qui si vuole sottolineare la differenza: animali e umani. Ancora una volta vittime e carnefici. E tutto gira in una ruota che permette sempre a ognuno di poter ricoprire questo o quel ruolo, di poter vestire panni diversi. Tutto si incasella in una dicotomia manichea, in cui però è sempre il male a farla da padrone.
Ma qual è il male? Questo motore che genera il meccanismo distruttivo in cui ogni cosa non soltanto si libera della sua accezione positiva ma allontana il vantaggio del bene? Chiede Kang-do alla madre: «Cosa sono i soldi?»; e Mi-sun risponde: «L’inizio e la fine di ogni cosa: amore, onore, rabbia, violenza, odio, gelosia, vendetta». Il denaro è il male. Esso è il grande protagonista dell’ultima fatica di Kim-Ki Duk. Il mostro che genera sofferenza, che genera obbrobri deformi, che genera crudeltà e di essa, in modo incestuoso, poi finisce per alimentarsi ingravidandosi e partorendo in ultima istanza la vendetta. Una vendetta che non può soddisfare, perché prevede l’odio e l’odio di solito sgorga da una fonte d’amore, che rende impossibile andare fino in fondo senza provare pietà. Per vendicarsi bisognerebbe essere indifferenti, ma in tal caso non si tratterebbe più di vendetta. A conclusione è la pietà a vincere. È lei che rimane vittoriosa su una massa di cadaveri.
Persino la fotografia in Pietà è superba. Bellissima la veduta dall’alto del paesaggio urbano in evoluzione, in cui si fa visibile come il capitalismo, sotto forma di mostruosi grattacieli, ingoi l’artigianato rappresentato dai tetti fatiscenti di case e officine. I dialoghi risultano spesso teatrali nella loro artificiosità, come se tutto dovesse essere controllato da un deus ex machina che agisce dall’alto e detta la misura: regia o capitalismo che sia. E pur se è una pellicola che narra la violenza allo stato puro non è un film violento. Fa vedere senza macchiarsi di orrore.  La scena finale è in tal senso la più esplicativa, anche a dimostrazione che in Pietà ogni parola ha un peso specifico.
Un film che ha meritato dunque ampiamente il leone d’oro ottenuto alla 69° Mostra del Cinema di Venezia.

*****************************
Pietà
Regia di Kim Ki-Duk.
Con: Cho Min-Soo (Min-Su), Lee Jung-Jin (Kang-do)
Corea del Sud, 2012

Questa voce è stata pubblicata in Dintorni e contrassegnata con , , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *