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Thomas Struth. Unconscious Places

 

(Pubblicato su Alcinema.org il 27 settembre 2012)

Thomas Struth (1954) è un artista tedesco. Si occupa di fotografia di architettura e sebbene sia stato allievo dei coniugi Becher c’è una nota in più nella sua poetica che ne costituisce la cifra e consente di chiamare le sue fotografie opere d’arte: una sensibilità propria del reportage. Nonostante le sue immagini infatti rappresentino gli edifici nella loro essenza, essi non sono immersi nel vuoto. Si avverte intorno non soltanto la presenza dell’uomo, ma il risultato della sua presenza.
Alla tredicesima edizione della Biennale di architettura di Venezia, Struth ha allestito una mostra dal titolo Unconscious Places, che si articola in quattro aree dell’Arsenale, con alcune fotografie realizzate tra il 1978 e il 2010. Il tema della Biennale è quest’anno il Common Ground, lo spazio comune, e l’indagine fotografica di Struth va in questa direzione. Il grande formato, spesso usato dall’artista, permette un’analisi più accurata dei dettagli ripresi e così ci si accorge di questa particolare cura per la “verità” della vita urbana. Benché le vie siano silenziose o gli edifici vuoti di presenze, sono sempre visibili «le prove dell’esistenza degli abitanti: il banco di un mercato, un tabellone pubblicitario e qualche volta, una persona, che porta specificità alla ricerca tipologica e mostra come le sue composizioni siano anche rappresentazioni della varietà della vita cittadina» (dal Totem d’ingresso).
Lo stesso Struth afferma che questa sensibilità nei confronti dell’urbano gli deriva dal modo di osservare l’architettura che già aveva a soli dieci anni: «Quelle prime impressioni mi fecero capire profondamente come l’architettura e l’urbanistica rappresentano ciò che la società è e vuole: le sue capacità, i suoi limiti e i suoi fallimenti. La strada, con i suoi edifici, i vuoti creati dove una volta si trovavano (o sarebbero potuti essere) altri palazzi, influenza e si imprime nella mente e nel cuore dei suoi abitanti, e ha un effetto che dura a lungo nel tempo» (Common Ground, Marsilio Editore, Venezia 2012, p. 146).
Le fotografie delle città sembrano un po’ tutte assomigliarsi, ma più nel modo di essere riprese che nella realtà. Anzi, sembra emergere l’identità di ognuna, come una sorta di carattere inemendabile. Gli edifici di solito non sono isolati rispetto al contesto, ma in esso immersi, anche se parzialmente. Struth non predilige mai vedute dall’alto, per cui anche l’osservatore finisce per sentirsi dentro lo spazio rappresentato in una sorta di veduta stereoscopica. Il più delle volte le architetture sono catturate di scorcio e non frontalmente. Spesso l’assenza dell’elemento umano si fa ancora più impercettibile e invisibile come nelle immagini dei palazzi romani e napoletani: i panni stesi, le antenne televisive, le finestre aperte, i balconi arredati. Emerge l’usato, il vissuto, il sentito, il provato, l’esperito. La vita. Il mondo antropizzato e dall’uomo invaso, ricreato attraverso le sue architetture, espressione del suo volto, del suo essere sociale. Tutto è lì, perché anche l’osservatore possa partecipare a quel tratto di vita, di cui i muri sono impregnati e le vie testimoni silenti e gli edifici spazi vissuti.
Ma Struth non è soltanto un fotografo di architettura, come questa installazione può far credere, e forse la sensibilità diversa che in queste immagini si riscontra nasce dall’aver indagato tutti i campi della fotografia, anche il reportage. Se sono noti i diversi lavori di Struth sulla ricerca tecnologica, i suoi risultati e i suoi strumenti, altrettanto conosciuto è il portfolio sui musei, con l’obiettivo di riprendere i visitatori nell’atto di guardare, osservare e riflettere nell’intimità di questo luogo che, nonostante la munificenza, è sicuro e accogliente; oppure il portfolio sulla giungla, le cui immagini di grande formato danno la sensazione di poter entrare dentro la vegetazione; e infine il portfolio, che per anni Struth ha arricchito andando in giro per il mondo, sui ritratti di famiglia.
Struth non è soltanto un grande fotografo ma anche e soprattutto un osservatore raffinato dell’esistenza nella sua temporalità più intrinseca.

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Thomas Struth
Unconscious Places
Biennale di Venezia
Sede Arsenale
Dal 29 agosto al 25 novembre 2012

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Didascalie delle immagini:
West Broadway, New York, 1978
Via Vanella Gaetani, Naples, 1988
Via Giovanni a Mare, Naples, 1988

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