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Biennale di architettura 2012- Gateway. A cura di Norman Foster

 

(Pubblicato su Alcinema.org il 25 settembre 2012)

L’esperienza di entrare in Gateway è senza dubbio unica. L’osservatore si attiva non soltanto nella decodifica di quanto vede ma anche e soprattutto nella gestione di una percezione che si apre costantemente a diversi tipi di emozione: inquietudine, sbigottimento, disorientamento, divertissement. Di che cosa si tratta? Innanzitutto di una doppia installazione che si trova in una delle due sedi –quella dell’Arsenale- della Biennale di Architettura di Venezia. La tematica che il curatore della nota mostra, David Chipperfield -allievo dell’archistar Norman Foster, ideatore dell’installazione di cui stiamo parlando-, ha scelto quest’anno è lo spazio comune. Tant’è che il titolo della Biennale di Architettura del 2012 è appunto Common Ground. Foster chiamato anche lui a contribuire, come gli altri professionisti coinvolti in questa tredicesima edizione, doveva scegliere con chi svolgere la proposta presentata e ha optato per l’artista Charles Sandison e per il regista Carlos Carcas. Cominciamo col dire che l’ha chiamata Gateway, a voler sottolineare lo scopo dell’installazione: creare un passaggio comunicazionale tra la cultura architettonica e i visitatori, spronando questi ultimi a compiere dei collegamenti. Così sul pavimento scorrono con una scrittura bianca luminescente i nomi degli architetti di tutti i tempi, insieme con un testo animato che fluisce all’interno secondo algoritmi genetici realizzati in base al comportamento delle formiche. Charles Sandison ha chiamato questa installazione The Radiant City -come La città radiosa di Le Corbusier. Si tratta di un lavoro che nasce in due località distinte: Singapore, in cui Sandison ha studiato la società multiculturale, e le foreste della Finlandia, dove l’artista ha analizzato il comportamento di una colonia di formiche. L’obiettivo di questa installazione è di «sviluppare un modello di utopia urbana, utilizzando la pura capacità di utilizzare calcoli molto complessi dei calcolatori moderni» (dal totem d’ingresso).
Queste immagini interagiscono con le altre proiettate sulle pareti –l’installazione è intitolata Impermanence-, imponendo la decodifica del primo collegamento: quello tra il cammino dell’architettura rappresentato dal movimento del testo e dai nomi degli architetti e quello degli spazi creati, visibili nelle immagini che si alternano sulle pareti in armonia con i suoni di sottofondo che ne lasciano emergere la potenza visiva. L’ulteriore nesso comunicazionale è generato da quelle stesse «immagini ferme, provenienti da una rete globale di architetti, urbanisti, fotografi e critici, realizzate e combinate per formare sequenze che animano le pareti» (dal totem d’ingresso). E così chi osserva è spinto a costruire nuovi collegamenti mentali: tra i luoghi canonici –piazze, parchi, spazi verdi- e i grandi interni –stadi, musei, terminal- della nostra epoca; tra le Grandi narrazioni che hanno ispirato le utopie rivoluzionarie e i totalitarismi; tra l’urbanistica e le favelas, tra il naturale e l’artificiale, tra la distruzione, la rovina, la demolizione, la caduta e la costruzione, la realizzazione, la creazione. C’è ancora molto altro, ma si deve vivere, si deve essere attraversati da queste immagini, da questi suoni per poter comprendere fino in fondo che cosa di queste installazioni -il cui montaggio video, è bene ricordarlo, si deve a Carlos Carcas- è ineffabile, che cosa rimane dentro, inalterato dalle parole e dai pensieri razionali, che cosa si mischia col folle e risiede in quel fondo sacro che c’è dentro ognuno di noi. Le immagini e i suoni di Gateway fanno degli uomini rappresentati in massa e dei loro movimenti null’altro che formiche, ma le immagini e i suoni delle opere architettoniche degli uomini rappresentano il superamento della loro piccolezza.

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Gateway
A cura di Norman Foster
Concept & Design: Norman Foster con Ivorypress team
Prodotto da Elena Ochoa Foster and Antonio Sanz (Ivorypress), Katy Harris e Matthew Foreman (Foster + Partners)
Regista e montatore: Carlos Carcas
Art Installation: Charles Sandison
Sponsor: La Fondazione Norman Foster and Ivorypress
 

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