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Uzak

 

(Pubblicato su Alcinema.org l’11 agosto 2012)

Nuri Bilge Ceylan è il regista turco di C’era una volta in Anatolia (2011) -nelle sale italiane dal 15 giugno- al quale dobbiamo Uzak (2002), di cui è anche sceneggiatore e direttore della fotografia. La trama è semplice, quasi banale. Mahumt è un uomo in piena crisi esistenziale. Ancora innamorato della ex moglie, ha la passione per la fotografia che deve piegare alle esigenze dell’azienda per cui lavora. Il suo obiettivo si prostituisce per insignificanti fotografie di piastrelle. Yusuf, più giovane, è il cugino che arriva fresco di licenziamento dalla campagna per cercare lavoro in città. Nel frattempo Yusuf spera anche di trovare l’amore. Non troverà né l’uno né l’altro. I due cugini convivono con difficoltà sempre più evidenti, a causa delle loro diversità caratteriali. La nevrosi del cittadino Mahumt si rivela quasi subito, così come la svogliatezza di Yusuf. Il loro carattere è il vero demone che li possiede e li domina, impedendo loro nell’ambiente domestico di usare una salvifica maschera sociale, che all’esterno rende di solito -quantomeno- accettabili. Una maschera peraltro necessaria per non condividere con gli altri l’intimità del proprio modo di essere e di stare al mondo. La convivenza diviene in tal modo claustrofobica; una sensazione che pervade l’intera pellicola, insieme con la distinta percezione del disincanto, evidente nella vita di Mahumt, a cui lentamente il quotidiano fa approdare. Una pellicola geometrica che si chiude nel momento giusto, nel modo giusto e con l’azione giusta: Mahumt fuma le sigarette del cugino che qualche giorno prima aveva definito disgustose.
Lentissimo questo film d’autore -splendidamente introdotto e commentato nella serata agrigentina Approdi (al) Funduk da Beniamino Biondi-, la cui proiezione dopo dieci anni dall’uscita è stata lungamente applaudita nella suggestiva cornice dello spazio culturale Il funduk, nel cuore del centro storico della Città dei Templi. Ma Uzak non è un film facile, soprattutto per l’uomo occidentale abituato ai ritmi cittadini e televisivi; per quest’uomo occidentale disumanizzato, insomma. Così qualcuno, nel bel mezzo della proiezione, è andato via lamentando che il film fosse troppo noioso. Noioso? Sì, perché racconta del quotidiano e del «carattere distruttivo del quotidiano» per dirla con Benjamin. Lo inquadra, lo mostra, lo analizza, lo segue. Sempre con una cura maniacale per i particolari. Non si lascia sfuggire nulla. Come se il regista avesse fatto proprio il monito che il fantasma di Fedro aveva appreso dall’architetto di Megara, Eupalinos: «Nell’esecuzione non esistono particolari» (P. Valery, Eupalinos, Mondadori, Milano 1947, p. 79). Tutto è importante, tutto è straordinario; oppure tutto è segnato da uno stesso basso continuo, uguale e monotono, monocorde e ripetitivo, che rende l’intero semplicemente eccezionale. È l’eccezionalità del quotidiano che Ceylan ci presenta. Il quotidiano che giornalmente frequentiamo, che abitiamo magari diversamente da Mahumt e Yusuf, anche se il perimetro in cui ci si muove è proprio quello. Non c’è dubbio. E noi preferiamo credere che esso non sia tanto banale e noioso, distruttivo e depauperante, ma che sia straordinario, mentre la sua eccezionalità sta tutta nel suo essere pedissequamente ordinario. Epperò, se lo vediamo rappresentato, un moto di angoscia ci spinge al rifiuto. Non siamo abituati alla verità. Giustamente Beniamino Biondi ricordava che non siamo più abituati neanche alla nostra terrestrità, tant’è che le lunghe riprese cinematografiche sulla natura -che a volte certi film d’autore ci propongono- sfiancano la maggior parte degli spettatori; siamo mondani. Veloci, inconsapevoli, ignari e cyborg. Non siamo a nostro agio col tempo terrestre, preferiamo ingannarlo velocizzando il divenire. E come si fa? Basta perdere la consapevolezza di ciò che si è. E il gioco è fatto. Come quando si dorme di sonno profondo. Allontanarsi da se stessi e dagli altri. Da qui il titolo del film: Uzak, distant, lontano. Insomma, Ceylan mette in campo la verità: l’eccezionalità del quotidiano sta tutta nel suo carattere distruttivo. Basta un obiettivo, un badget minimo e il racconto delle giornate di quello che potrebbe essere il nostro vicino di casa per ritrovare la lentezza che si cela nella nostra vita frenetica. Lentezza intesa come adattività, come noia, svogliatezza, egotismo, distanza da sé e dall’altro.

«The path from Kasaba to Uzak reveals a film-maker whose register is subtly expanding, with a melancholic moral perspective, a sharp, understated wit and a keen eye for the revealing, ostensibly empty moments of everyday living. In Uzak Ceylan emerges as an ambitious geographer of city life, exploring the spaces that irrevocably separate people, both in the street and indoors» (Jonathan Romney, S&S, June 2004).

Così si leggeva sul numero di giugno del 2004 dell’autorevole rivista cinematografica Sight & Sound, che poi nel febbraio 2010 inserì il film di Nuri Bilge Ceylan –Uzak, per l’appunto- nella lista delle trenta pellicole più rappresentative del cinema del primo decennio del XXI secolo.  E intanto nel 2003, nella 56ª edizione del Festival di Cannes, Uzak si era aggiudicato due premi: il Grand Prix Speciale della Giuria e la Migliore interpretazione maschile.
Grazie, dunque, a Beniamino Biondi per avercelo riproposto.

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Uzak
Regia di Nuri Bilge Ceylan
Sceneggiaturae fotografia di Nuri Bilge Ceylan
Montaggio di Ayhan Ergürsel
Scenografia di Ebru Yapici
Con: Muzaffer Özdemir (Mahmut), Emin Toprak (Yusuf)
Turchia 2002

Trailer ufficiale: http://www.youtube.com/watch?v=1rUL0qRNHeA

 
 
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