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American beauty

 

(Pubblicato su Alcinema.org il 30 maggio 2012)

I Burnham sono dei borghesi con una vita ordinata e schematica. Una figlia adolescente, una bella casa, un lavoro. Si ha da subito la dimensione del livello di stress che vige sopra ogni cosa in quella casa all’apparenza perfetta, in cui persino il divano è bello, perfetto, foderato con seta italiana, ma impedito a svolgere sino in fondo la sua funzione: più importante ciò che rappresenta in termini estetici che ciò a cui serve.
L’efficacia di questa pellicola, oltre all’impeccabile montaggio e alla fotografia da oscar, sta tutta nella sceneggiatura e nella capacità registica di traduzione in immagine della tematica, di presentare il doppio volto della famiglia medio-borghese americana, che non è neanche da rintracciarsi all’interno della coppia interno-esterno, semmai finzione-verità. Se infatti ci si sofferma su alcune scene, allora emerge l’incapacità dei Burnham di vedere la propria miseria, di affrontare la propria nevrosi, di confrontarsi con la propria realtà. Si pensi al momento della cena: candele accese che svettano sui candelabri, sottofondo musicale, tavola ottimamente imbandita, disposizione elegante di stoviglie e arredi. Insomma, si direbbe che persino all’interno vogliano continuare a interpretare la parte che propongono all’esterno, evitando di uscire al naturale. Ma a tavola la famiglia usualmente “cede”, è proprio quello il luogo da fortificare perché più facilmente mostra le falle dellazienda famiglia. Qualsiasi argomento se non è scelto con cura può aprire discussioni con esiti nefasti. Così il velo si strappa proprio a tavola, nonostante i tentativi infruttuosi della padrona di casa di puntellare la zona, di rinforzarla con arredi e roba varia. Il gruppo familiare continua a resistere però, a vivacchiare nel suo precario equilibrio. Persino la crisi adolescenziale viene riassorbita facilmente. Quando però l’inatteso irrompe, la messinscena subisce un colpo fatale e gli eventi si succedono in un domino che rotola verso il collasso finale. È un’amica della figlia l’imprevedibile: Angela Hayes. Lester, quarantenne con un’incipiente crisi di mezz’età, s’infatua della bella e disinibita ragazzina e comincia a strapparsi la maschera del bravo marito e papà. E attiva il processo domino: la moglie, con una nevrosi in parte dovuta all’ansia da prestazione che il suo lavoro di venditrice le impone, inizia una relazione con un collega e Jane, la figlia irriverente e in crisi, vira verso un amore poco raccomandabile. Il ragazzo è figlio di un colonnello ossessionato dal suo ruolo. Alla fine la più sana risulterà l’adolescente un po’ stupidina Angela, che sorprenderà benevolmente lo spettatore, la quale svela la sua inadeguatezza a omologarsi a una società malata che ha scambiato il compromesso e l’uniformità di stili e modi per eccezionalità del quotidiano. Alcune scelte registiche risultano un po’ enfatiche, nonostante il film sia misurato nel dire anche quando potrebbe calcare la mano. Il sogno ossessivo di Lester di possedere la ragazzina ha come costante simbolica i petali di rosa rossa. Distese di petali cadono giù, fluttuano, avvolgono, si distendono, coprono, volano. Benché la rappresentazione mostri in qualche modo il lato ironico della faccenda –posto che in un’aberrazione simile ci sia un lato ironico- il risultato è abbastanza kitsch.
Eccezionale invece la scena del sacchetto che svolazza e il rimando emotivo all’importanza della partecipazione alle cose del mondo attraverso uno sguardo contemplativo che riesce a trarre il senso della bellezza dal semplice, involontario movimento degli enti, dalla vitalità degli oggetti che “stanno” intorno a noi e a cui abbiamo tolto l’“esistenza” con il nostro sguardo segnato irredimibilmente dall’ovvietà.
Ogni attore è entrato nel ruolo aderendo al proprio personaggio, come se l’immedesimazione non avesse neanche richiesto grandi sforzi. Insomma, un film che a distanza di tredici anni -possiamo ancora dire- conferma il meritato successo e i cinque oscar ricevuti nel 2000. Certo con qualche riserva dovuta però forse al cambiamento dei gusti e del paradigma culturale. Di fatto è ormai tra i film d’autore.

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American Beauty
Regia di Sam Mendes
Sceneggiatura di Alan Ball
Fotografia di Conrad L. Hall
Con: Kevin Spacey (Lester Burnham), Annette Bening (Carolyn Burnham), Thora Birch (Jane Burnham), Wes Bentley (Ricky Fitts), Mena Suvari (Angela Hayes), Chris Cooper (colonnello Frank Fitts), Peter Gallagher (Buddy Kane), Allison Janney (Barbara Fitts), Scott Bakula (Jim Olmeyer), Sam Robards (Jim Berkley).
USA 1999

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