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J. Edgar

 

(Pubblicato su Alcinema.org il 23 maggio 2012)

È l’amore ciò che sorprende in questo film in cui è la spietatezza di J. Edgar Hoover, capo dell’FBI per quasi un cinquantennio, a far da protagonista. Un amore che crea legami a tal punto forti da sopravvivere all’assenza di carnalità, al carattere indomito di Hoover, al suo narcisismo, al suo io ipertrofico, alla sua debolezza e alla sua risolutezza; da trasformarsi in dedizione totale, in cortina di protezione contro chi lo odiava e lo temeva; da abbeverarsi soltanto di spiritualità, di sguardi, di lealtà e poi di ricordi sino al rimpianto di non aver rimorsi, che arriva allo spettatore energico e persuasivo. Eastwood racconta la storia di Edgar lasciando che le contraddizioni affiorino senza infingimenti, a cominciare dalla presunta omosessualità di Hoover, il quale per il ruolo che ricopriva, per le idee conservatrici che difendeva, per la nazione forte che esaltava, per la figura virile che proponeva, non avrebbe potuto neanche confidare a se stesso l’amore per Clyde Anderson Tolson, direttore associato del Federal Bureau of Investigation, dove era entrato tre anni dopo la nomina di Edgar. E poi c’è Helen. Anche lei lo ama e anche lei trasforma il suo sentimento in pura devozione, in abnegazione professionale. Intorno sta il mondo che Edgar crede di poter far girare come vuole, forse non a torto, perché negli anni acquista un potere senza pari, grazie anche ai suoi archivi personali in cui nasconde le debolezze degli uomini più importanti d’America, tra gli altri anche Kennedy. Questa sua potenza gli consente di ricattare persino i presidenti della Repubblica, non a caso Nixon alla sua morte decide di limitare la durata del mandato dei direttori dell’FBI a dieci anni.
E il film narra con toni volutamente scuri, poco chiari, esattamente come la figura di Hoover che Eastwood vuole presentare. La fotografia dunque si contraddistingue per la poca saturazione dei colori che rendono l’ambiente sempre ombroso. Se dunque questa è una scelta registica, meno giustificabile è invece il trucco posticcio non tanto di Hoover quanto di Clyde, che davvero rasenta il robotico, impedendo all’attore di compiere movimenti naturali. La scena in cui Edgar e Clyde fanno colazione è paradigmatica dell’artificiosità di posture e gesti che perdono del tutto in spontaneità.
Al di là di questo, la pellicola per quanto lenta restituisce bene l’idea della stanchezza interiore che Edgar si trascina sin da piccolo, dovendo lottare con la figura potente di una madre che lo vuole virile e macho e la sua tenera verità interiore che afferma tutt’altro. E’ un film che denuncia il limite umano di Hoover, la sua miseria, l’autocelebrazione così come l’incensimento che lo inebriava sino a spingerlo a licenziare chi pur bravo potesse in qualche modo offuscare la sua celebrità. Ma Eastwood ne mostra anche la grandezza e i meriti indiscutibili come funzionario e acerrimo nemico della criminalità che avversò usando tutti i mezzi che la scienza poteva mettere a disposizione. È a lui che si deve l’enorme archivio di impronte digitali. Uno dei tanti sistemi scientifici ideati da Hoover.
L’interpretazione di Leonardo DiCaprio è impeccabile. Nella versione italiana non è possibile apprezzare il lavoro che ha fatto sul proprio accento per risultare più vicino al personaggio, caratterizzato dalla forte cadenza di Washington.

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J. Edgar
Regia e musiche di Clint Eastwood
Sceneggiatura di Dustin Lance Black
Fotografia di Tom Stern
Montaggio di Joel Cox, Gary Roach
Con: Leonardo DiCaprio, Naomi Watts, Armie Hammer, Judi Dench, Josh Hamilton, Geoff Pierson, Ken Howard, Dermot Mulroney, Josh Lucas, Cheryl Lawson, Kaitlyn Dever, Gunner Wright, David A. Cooper, Ed Westwick, Kelly Lester, Jack Donner, Dylan Burns, Jordan Bridges, Brady Matthews, Jack Axelrod
USA 2012

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