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Agrigentinità

 

Non è grossa, non è pesante la valigia dell’emigrante…/ C’è un po’ di terra del mio villaggio, / per non restare solo in viaggio… / Un vestito, un pane, un frutto, / e questo è tutto (Gianni Rodari, Il treno dell’emigrante).

Richiedere a se stessi la verità è un’arte tra le più difficili. Ciò che è riposto nel fondo del nostro animo spesso emerge in un sentire fragile che necessita della cura del silenzio per poter dire di noi ciò che noi siamo. Ci determina nel migliore dei modi se lo trattiamo con delicatezza, sfiorandolo come un piccolo monile di vetro soffiato o osservandolo quasi timorosi che lo sguardo possa scalfirne la delicata matericità. È un territorio dunque in cui entrare in punta di piedi e per narrarlo occorre misura e un linguaggio originario che dica persino quando non dice, perché proprio quando si pensa di averne individuato la forma, essa sfugge, si fa aria, si trasforma in figure che ingannano la percezione e la memoria. Appartiene a tutti, declinandosi in modo singolare, pur se unico è il seme che l’origina: lo spazio in cui si è nati, configurato nella città in cui si è cresciuti, che ci rende abitanti prima che di un luogo di un modo di essere comune. E il nostro modo comune, il luogo che ci accomuna è la sicilianità, in cui risiede la verità che sta nel nostro fondo. La sicilianità è l’abitazione della nostra verità. Noi stiamo lì, anche quando andiamo via dalla nostra terra. Che cosa sia, come si presenti nei nostri occhi, nelle nostre azioni, nei nostri pensieri, nelle nostre relazioni è quasi impossibile a dirsi, a tal punto che ci si sente compresi fino in fondo, ci si sente capiti veramente soltanto quando si ha di fronte un altro che si abbevera dalla stessa sorgente. Non basta una sicilianità qualsiasi, però. Non è la regione che fa la differenza, che ci fa da specchio dell’anima, ma la città, quella città: Agrigento. Non si tratta, dunque, di sicilianità ma di agrigentinità. Lì abita la nostra verità, si muove tra quelle vie, in quell’aria, dentro quel mare, sotto quel cielo che hanno dato forma al nostro essere trasformandosi nel nostro respiro, scorrendo nel nostro sangue, illuminando il nostro orizzonte e indicando la nostra via. È l’agrigentinità che necessita di esser detta con cura, sapendo che il silenzio dirà sempre molto di più. Ritorniamo ad Agrigento, dunque. Con gli occhi chiusi, nel silenzio di una solitudine ricercata, si riesce a sentire il rumore armonioso del treno che si avvicina alla stazione, entrando nell’anima di un luogo di memorie, di forme, di voci, di divino, di essere. Spazio del nostro abitare originario che va oltre l’ammonticchiarsi inconsulto di costruzioni senz’anima; che si traduce in un’immagine profumata e sorda all’incuria che non ha devastato l’Agrigento che proteggiamo nella nostra intimità; che si racchiude come perla preziosa nella conchiglia dietro alla quale nascondiamo il nostro volto, rendendo agli altri una maschera: quella di cittadini stranieri, per sempre emigrati. Rintracciamo nell’aria il profumo del mandorlo in fiore, l’esplosione di colori, di odori, di gusti, di visioni di una primavera che arriva sempre prima di ogni altra, che si fa cornice della nostra memoria più cara. Scivolare lungo il tornante che costeggia la valle non è più soltanto un passaggio per giungere al lido ma una via dell’amore che ripercorre la nostra storia mentre ricapitola la storia dei nostri avi. Gli occhi sono avidi di profumi che divengono forme: i templi, gli ulivi, le case antiche, la chiesa, persino i recinti o i muretti o quella piccola distesa di macchia mediterranea che si srotola ai margini della strada quasi rimarginando la cesura tra antico e moderno, permettendo di tuffarci nel passato attraverso un declivio armonioso che conduce lo sguardo oltre e lì lo fa beare. E d’un tratto si avverte l’esigenza del suono. Gli occhi cercano il linguaggio, quel parlare solo nostro, e si muovono irrequieti tra una memoria e l’altra, tra uno spazio e un altro, tra un luogo e un altro, sino a fermarsi a Porta di Ponte, dove già i saggi anziani, che all’entrata si incontrano ogni giorno, ci donano la pace dell’ascolto di una parlata che soltanto per noi è musica. Entriamo in quella via, perdendoci nella confusione della folla che la ravviva, nel coro delle loro voci sempre alte, bramiamo il contatto, lo stesso che invece rifuggiamo quando ci ritroviamo negli autobus opprimenti della città che ci ospita. Siamo ancora insieme, popolo che è riunito in un solo spirito, gente che parla la stessa lingua, persone che sentono nello stesso modo. E ancora voliamo sul mare e respiriamo profondamente per portarci da questo viaggio visionario tutto, persino la tattile sensazione della sabbia che scivola dal pugno chiuso, svuotandolo lentamente, lasciando che i polpastrelli avvertano i piccoli granelli rimasti di quel mucchio sfuggito alla nostra presa. La mano si apre, colorata di un marroncino tenue, puntiforme, che riporta all’infanzia, quando era sempre troppo presto per fare il bagno e la mamma ci invitava ad aspettare ancora e ancora, e all’adolescenza quando con i primi fidanzatini, distesi sul telo, giocherellando con la rena forse per timidezza, forse per gioco, forse per felicità, ci si isolava dal resto del mondo che gioioso invadeva quell’angolo di paradiso, dimentico dell’inferno che spesso la gente portava nell’animo.
E quando riapriamo gli occhi l’agrigentinità ci pervade e in un istante quasi percepibile fisicamente la cogliamo. Comprendiamo noi stessi che non capiamo, nonostante il passare degli anni, come l’abitudine a vivere altrove faccia tanta fatica a radicarsi; come sia possibile che il gusto del nostro cibo rimanga inalterato dentro la bocca e renda insipido qualsiasi altro; come i nostri figli possano avere avuto tanto da una città che a noi ha concesso poche emozioni; come mai il tentativo di essere uguali sia andato a vuoto, traducendosi sì in integrazione, ma lasciandoci il sapore di una diversità insuperabile e preziosa al contempo. Siamo ingiusti verso il nuovo? Troppo clementi verso il tempo andato? Arrivati altrove la mappa mentale della nostra città era ancora topografia del nostro stesso corpo. Le vie del nuovo mondo che ci accoglieva erano sempre straniere: nessun collegamento tra loro, nessuna spiegazione della struttura urbana, nessun ricordo già fissato in memoria. Sembrava un viaggio, nient’altro che una vacanza. Poi, col tempo quelle vie si andavano unendo, si rintracciavano tra loro insieme con i fatti, i volti, i monumenti, le abitazioni. E quando ci si accorgeva di avere ormai ben appreso la venatura della città, di sapere con certezza come muoversi, dove sfociava ogni strada, la vacanza giungeva al termine. Non eravamo più turisti e il nostro cuore si spaccava definitivamente in due. Preziosa la città che ci ha ospitato, preziosa la città che abbiamo lasciato. Una lacerazione che vive nel nostro sguardo e che si trasforma in particolari impercettibili. Ricucirla sembra dapprima impossibile, poi s’impara che quella perla, che è la nostra agrigentinità, che è la nostra verità, che vive nel fondo del nostro animo pervadendolo e determinandoci, forse è nata proprio dal nostro dolore, dallo strappo che abbiamo vissuto, e forse proprio come ostriche ferite l’abbiamo protetta e fatta crescere. Senza questo luogo che ci ospita, quel viaggio visionario, che ci permette di sentire la malia di Agrigento sospendendo l’irritante realtà che ci ha fatto fuggire, non sarebbe possibile.

Ma il cuore no, non l’ho portato: / nella valigia non c’è entrato. / Troppa pena aveva a partire / oltre il mare non vuol venire. / Lui resta, fedele come un cane, / nella terra che non mi dà pane: / un piccolo campo, proprio lassù…/ Ma il treno corre: non si vede più (Gianni Rodari, Il treno dell’emigrante).

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2 risposte a Agrigentinità

  1. Caterina Montalbano scrive:

    Cara Giusy,
    come sempre riesci a rendere le immagini VIVE!!!
    Un racconto, un reportage fedelissimo che si riesce financo a VEDERE. Vedere un racconto mentre lo si legge è un privilegio riservato a pochi.
    Da un lato mi rattrista, ovviamente, in quanto percepisco il tuo sentimento avendolo condiviso fin dal giorno in cui, durante una nostra conversazione telefonica, se ricordi, l’idea di trasferirti a Genova e di lasciare Agrigento prese forma e consistenza. Dall’altro mi consola. Mi consola? Come mai, potresti pensare. E’ subito detto. Ti ho sempre vista felice e realizzata nella tua scelta di “emigrare”. Ne hai sempre parlato con entusiasmo, ed inoltre ti ho vista tornare troppo poco ad Agrigento, mentre invece hai provveduto, negli anni, a portare insieme a te quasi tutta la tua famiglia. E quindi in contrapposizione al mio dolore di averti vista partire, vedevo la tua soddisfazione per averlo fatto. Non te l’ho mai detto, ma questa cosa mi faceva arrabbiare.
    Ne parlavo con Linda e Roberta e con loro, che sapevo provavano il mio stesso sentimento, dicevo: “Ma come, Giusy se ne va voltando le spalle ad una città che le ha dato i natali, lascia la sua meravigliosa casa al centro storico venduta come se fosse un libro di seconda mano, la sua famiglia, i suoi amici, me, che ho appena dato alla luce un figlio che lei non vedrà crescere giorno per giorno come io ho fatto con i suoi… Ma come? E non ne soffre? E ne è felice? Ma come può????”.
    Mi dava, e mi ha continuato a dare tanto dolore quella partenza, ma non soltanto, ripeto, per il fatto in sé, ma perché il sentimento che accompagnava il tuo distacco dalla nostra città, non era di dolore. O almeno ho creduto che non lo fosse. E la mia rabbia aumentava. Al mio cuore ferito perchè un’amica, LA MIA AMICA, mi stava lasciando, si aggiungeva l’orgoglio di una agrigentina che vedeva la sua città trattata ed abbandonata con disprezzo. Oggi, dopo aver letto il tuo intenso articolo, pieno di sofferenza e di dolore, per la prima volta capisco di essermi sbagliata. Non è vero, e non lo è mai stato, che tu hai lasciato la tua terra con disprezzo ed ingratitudine, come pensavo. Hai sofferto, soffri ogni giorno di quella amara nostalgia che accompagna tutti coloro che, di questa città, con tutti i suoi problemi e le sue contraddizioni, non possono farne a meno. E questo rende la tua scelta ancora più coraggiosa!
    Ora non so se sono riuscita ad esprimere il mio pensiero, però oggi sono contenta di sapere che alla mia amica, che mi manca così tanto da piangere di nostalgia tutte le volte che avrei desiderio di vederla, alla mia amica la cui partenza ha, in parte, determinato anche la mia (anche se un po’ più vicina), alla mia amica la cui assenza nella mia quotidianità mi avvolge fino a togliermi il respiro, alla mia amica che anche se lontana continua a vivere di Agrigento e per Agrigento tanto si spende… a questa amica è rimasto inalterato lo spirito.
    E questo, anche se non basta a cancellare l’amarezza per non averla più concittadina, come una volta, di certo contribuisce a farmi accettare la realtà con meno rabbia.
    Un abbraccio, Giusy… purtoppo solo virtuale.
    Caterina

     
  2. Giusy Randazzo scrive:

    Cara Caterina,
    ho pensato tanto a come rispondere al tuo dolcissimo commento. Non sono riuscita però a trovar niente di adeguato e, come ti è noto, è difficile lasciarmi senza parole. Mi hai commosso.
    Ci sono cose, a volte, che evitiamo di dire a noi stessi, come il sogno che ho avuto il giorno prima di questa pubblicazione e che ti ho raccontato. Queste pietre non sono mie, questi monumenti non sono miei, queste strade non sono mie, quest’aria non è mia. Lacerare la sfera di appartenenza di un individuo è davvero un delitto. Io ho subito questo delitto e qualche giorno fa mi sono svegliata consapevole di essere vittima e non carnefice della mia storia. Grazie di avermi compreso.
    Un abbraccio,
    Giusy

     

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