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Vedere oltre vedere dentro

 

(Pubblicato su Alcinema.org il 13 maggio 2012)

Iavaìvoì è il richiamo che un pastore, Davide, di Grancifuni, nell’entroterra siciliano, usa per i suoi animali. Sembra -quel suono- scandire un ritmo, un ballo, un modo sconosciuto di comunicare, di essere sulla terra in relazione alle cose e agli altri. E la trascrizione di quei fonemi diventa così segno per vedere al di là, oltre, e dentro la pienezza di un vivere diverso. Così sin dall’inizio Franco Carlisi ci pone nella prospettiva giusta: quella di chi è consapevole che la piena fruibilità di queste immagini sarà possibile soltanto lasciando gli ormeggi del figurativo, del realistico, per immergersi in un portfolio comunque reportagistico in cui la visione è trasfigurata per cogliere il quid, l’essenza di uomini e cose e del loro rapportarsi. Non vediamo fotografie nel senso tradizionale del termine, ma nel suo più convincente significato etimologico: qui è la luce che si fa arte e scrive la storia. Carlisi la crea, la progetta, la costruisce, riconoscendola, fedele all’idea bressoniana di scatto. Di più: il mosso restituisce all’immagine –in modo definitivo- lo statuto di opera d’arte. E semmai ci fossero dubbi, si guardi quel panorama che sembra un tramonto su un prato di fiamme, che fa pensare a certi dipinti di Turner; si veda la foto di Claudia seduta al tavolo con la testa poggiata sulla mano e il resto della stanza che le fa da cornice necessaria, sembra davvero un Boccioni prima della svolta futurista, La Signora Virginia, per esempio. E ancora: si osservi quel meraviglioso corpo di uomo nella penombra della stanza. Carne viva che brama di essere ammirata, sfiorata, amata mentre un sottile velo si frappone alla visione, che diventa surrealista, e ci allontana, ci distanzia, mentre un’ombra entra nello scatto: è Claudia, perché Davide è di Claudia. L’erotismo si trasforma in una visione di franca dolcezza, di estatica bellezza, che ci permette di sentire l’amore tra i due giovani pastori che iniziano la loro vita coniugale nell’armonia con se stessi e con la natura.

Dentro questo paesaggio smosso, capannoni smangiati di ruggine, casematte abbandonate, edifici sventrati. E sotto una pergola di vigna ormai selvatica, dondola piano un’altalena che da troppo tempo non conosce più bambini. Al vento di dicembre sbatte scolorita l’insegna della cooperativa San Marco che ha perso smalto e lettere dell’alfabeto. C’era qui un allevamento che le vicissitudini degli uomini ha portato a chiusura. Restano ancora alcune bestie: vitelli, buoi, pochi maiali e un puledro bianco che appare d’improvviso e si aggira libero per stalle troppo vaste e troppo vuote. Dentro questo paesaggio incongruo, hanno vissuto Claudia e Davide (Gaetano Savatteri, Grangifuni, in Javaìvoì, p. 6).

Ogni foto di questo volume è semplicemente un quadro; è da ritagliare, da incorniciare, da conservare sulle pareti, per donarle un luogo dentro il nostro spazio, per averla sempre a disposizione degli occhi quando necessitano di purificarsi dallo scempio di un’epoca iperfotografica e ipocritica. Sommersi dalle immagini tecniche, ottenute da automatismi antiartistici, dobbiamo lottare per riprenderci la capacità di decodificare il bello e goderne. Aprire un libro del genere e immergersi nella visione aiuta molto.

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Franco Carlisi
Iavaìvoì
Edizioni Gente di Fotografia
Palermo 2006
Pagine 116

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