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La regola del gioco

 

(Pubblicato su Teatro.org il 10 maggio 2012)

La regola del gioco è teatro d’avanguardia. La costruzione scenica è una felice scelta registica che ha messo in risalto la bellezza dell’opera teatrale, consentendo al testo di dire di più dicendo il meno possibile. L’intreccio coreografico e il movimento iniziale -che, come sostiene il regista, «sistema lo spazio scenico»- predispongono attori e spettatori a superare il limite della propria soggettività per ritrovarsi nel personaggio.
Emanuele Conte ha coordinato l’attività di attori, tecnici e addetti al suono e alla luce in modo stimolante, dando spazio alle emozioni di ciascuno e promuovendo il confronto e il dialogo. Questo ha permesso di trovare i tasti giusti per dar risalto al ritmo e alla musicalità del testo, in grado di affrontare e di trattare la tematica delle relazioni sentimentali, evitando il rischio dell’ovvio o peggio la caduta nel banale. Un testo che pur rimanendo su un registro realistico si presenta con un plot coinvolgente e soprattutto imprevedibile. Nulla di didascalico può esser terreno fertile per restituire il mondo emotivo di una coppia. Conte e D’Andrea ci sono pienamente riusciti.
Il palcoscenico è diviso da quattro quadranti di luce in cui hanno luogo altrettante diverse situazioni, che si realizzano in contemporanea. Gli unici oggetti di arredo presenti sono sette sedie. Null’altro, se non qualche panno e pezzi di carta. Altri enti non si danno, se non umani. Perché? Per dar spazio agli attori, par che suggerisca il regista, per dar voce all’azione, per attivare lo spettatore: impoverire l’ambiente significa che nulla è scontato. S’impoverisce per arricchire. Come una bella donna. Meno belletti indossa, più è in risalto la semplicità magica della sua bellezza. Epperò, se è brutta, è peggio. E allora ecco perché la commedia di D’Andrea viene esaltata dalle scelte di Conte. È bella di suo. È intelligente. Vien fuori da una giovane testa matura. Sì, perché la D’Andrea è della classe 1980, ma par che si sia mangiata un vecchio saggio. Già nota al pubblico genovese come ideatrice e regista di Cabaret Burlesque.
In scena ci sono tre coppie: due anziani, due sposi già stanchi, due lesbiche. In un quadrante tutto suo sta invece l’amante. Lei è la giovane donna segreta del marito di Claudia. È vestita di rosso. La passione. L’amore. La rabbia. Il dolore. Il sangue. C’è tutto in quel colore. Come nel rosa antico dell’abito di Claudia. Liceità. Stanchezza. Giustezza. Poi gli anziani con le loro piccole azioni, con le loro brevi frasi ripetute, con il loro amore fedele, con il loro senso compiuto. E infine le due giovani omosessuali che vivono in relazione in modo sostanzialmente diverso. A una di loro gli uomini non piacciono proprio, l’altra invece non ne può fare a meno.
E tutti e sette si muovono mentre un occhio divino li riprende dall’alto, proiettando il loro doppio su uno schermo ampio quanto il palcoscenico. Lo spettatore ha così due prospettive: l’una di fronte –il proprio punto di vista-; l’altra dall’alto –il punto di vista di dio. E i personaggi? Impariamo persino ad amarli. Se tanto accade è perché l’autrice è riuscita a renderceli familiari in poco tempo. L’arcano è presto svelato. Ce li fa riconoscere da piccoli gesti ripetuti, ce li fa comprendere dall’ossessivo ritorno dell’uguale, ce li fa cogliere dalla passiva accettazione dello stesso. Isterismo, sgomento, angoscia, nevrosi, collericità, velocità, passione, inganno, inquietudine, irrequietezza, egoismo. E tutti i loro contrari. Troviamo tutto. Eppure né il regista né l’autrice hanno avuto la pretesa di esaurire l’intero panorama delle relazioni amorose.
Nulla è fuori posto in questa commedia all’italiana figlia di questo tempo, immersa totalmente nella nostra triste e veloce epoca, destinata a incantare gli spettatori, che si nascondono persino da se stessi, riconoscendosi in uno dei sette personaggi o più semplicemente in una delle loro tante azioni. C’è chi si sente urlare, chi rivede l’amante, chi avverte un pianto noto, chi si emoziona per gesti familiari o chi non vuol né ritrovare né ricordare, preferendo esser soltanto uno spettatore. Mai però potrà dirsi annoiato. Sarebbe anche un bugiardo.
Non temete se non siete riusciti a vedere La regola del gioco. Le due serate erano un’anteprima nazionale. La prima dell’opera andrà in scena la prossima stagione.

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Teatro della Tosse
La regola del gioco
di Elisa D’Andrea
Regia di Emanuele Conte
Produzione: Teatro della Tosse
Coreografie di Michela Poggi
Tecnico video: Luca Riccio
Luci: Tiziano Scali
Con: Silvia Bottini, Linda Caridi, Bruno Cereseto, Sara Cianfriglia, Andrea Di Casa, Sara Nomellini, Lucia Schierano
Dall’8 al 9 maggio 2012

 

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