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Un’amletica Salomé

 

(Pubblicato su Teatro.org il 9 maggio 2012)

La storia s’intreccia con la tragedia di Amleto con cui condivide l’antefatto: un padre che si rivolge al figlio per vendicarsi dei suoi carnefici, che sono sempre la madre e lo zio. E se a parlare ad Amleto è il fantasma del padre, a parlare alla bella Salomé è il padre in pericolo, attraverso una fonte magica di conoscenza da cui ci si abbevera inebriandosi del profumo generato dalla polvere sparsa sulle fiamme ardenti, che sorgono dal braciere votivo. È il venditore di profumi, Shadi, che ha questo potere. Un personaggio di fantasia che si inserisce in questa rivisitazione improbabile della storia della decapitazione di Giovanni Battista, in cui la figliastra e nipote di Erode Antipa si trova costretta a chiedere la testa di Giovanni per salvare il padre. Un nuovo punto di vista che sembra verosimile. Nato dalla penna di Mario Bagnara -drammaturgo genovese le cui opere, sia in lingua sia in dialetto, sono un fiore all’occhiello per la città di Genova-, Il venditore di profumi è un modo per far comunicare due passati lontanissimi, due storie tragiche, due figure inquietanti, due mondi apparentemente inaccessibili. Tutto nell’irrequietezza di uno spazio in cui la brama di potere è la vera faccia dell’amore, in cui le antiche virtù –integrità, incorruttibilità, morigeratezza- annegano in un pantano di lussuria e corruzione e risorgono vestite con abiti nobili. «Fingila la virtù, mamma, se non ce l’hai», urla Salomé a Erodiade.
La figura di Antipa, interpretato in modo molto convincente da Riccardo David, è davvero espressione di dissolutezza e depravazione.
In questa commedia si sente molto l’eco dei nostri giorni, in cui concupiscenza e lascivia sono state spesso vergognosamente il motore di certa improba e scellerata politica.
La rappresentazione però non convince del tutto. Forse troppo lenta, sicuramente stancante. Non mantiene il ritmo, nonostante la regia abbia avuto il merito di una costruzione scenica movimentata che divide lo spazio in modo arguto –quattro punti cardinali che si illuminano in relazione ai diversi luoghi immaginari in cui avvengono i dialoghi- e l’invadente e stretta torre di gabbia in cui si presuppone stia Giovanni Battista.
Epperò la commedia è un po’ noiosa e a volte cede all’enfatico, soprattutto nel dialogo finale tra Salomé e Shadi:

-Ascolta, lo sai perché l’ho fatto. Nessuno mi ha dato un’altra via, per salvare la vita di mio padre-
-La vita di un uomo, Salomé, non può risarcire della morte … di un altro uomo-
-No, lo so bene!  Ma è difficile! Nessuno mi ha dato un vero aiuto! Neanche lui! Nemmeno tu!-
-È vero. È difficile. Per tutti. Devo andare-.

Per non parlare dell’uscita di Shadi dalla scena, la cui ampollosità dei movimenti è ben più che enfatica.
Nessun personaggio interpretato, tranne Antipa, può dirsi scenicamente riuscito. Si sente uno scollamento con gli attori, come se questi ultimi non fossero stati in grado né di immedesimarsi né di straniarsi, ma avessero semplicemente portato a compimento un’esecuzione che non li convinceva.

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