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Riccardo III. Il dramma di un amore mancato

 

(Pubblicato su Teatro.org il 3 maggio 2012)

Nudo è il palcoscenico, flebilmente illuminato, soltanto tre maschere in scena, un uomo e due donne, serve che servono a tutto, a creare, a immaginare, a essere. E in questa «grandiosa scarsità di mezzi», sanno di «non sapere cosa cazzo sta succedendo». Tocca allo spettatore ricostruire, riannodare, ricucire, aggiungere. Come con i mattoncini Lego, dobbiamo farci la tragedia, costruire il castello, mettere insieme il malvagio Riccardo, riconoscere i personaggi, creare gli ambienti, scegliere i colori. A parte il rosso vivo, quello del sangue e della passione, che invece è presente. Si distende come un piccolo fiume di fuoco, che avvampa verso l’alto, dietro l’ipotetico scranno di Riccardo. Una striscia che dal tetto scende giù poderosa e fa della passione malvagia carne viva, eroticità potente, illuminando i tre personaggi mentre fanno sesso o mentre le due donne –come incubi viventi- divorano Riccardo prima della battaglia finale. E tornano in mente i Sei personaggi in cerca d’autore, perché sulla scena c’è sì Riccardo ma anche la sua maschera che alla lettera prova a fare Riccardo. È stordito lo spettatore. Non sa a chi far aderire quel corpo: al protagonista della tragedia shakespereana o a un attore un po’ folle che crede di essere Riccardo, ma in fondo sa che non lo è? E chi sono quelle donne? Serve di chi? Di Riccardo o dell’attore che interpreta Riccardo o semplicemente serve della tragedia? Necessarie all’uopo per interpretare questo o quel personaggio? Eppure tutto è in equilibrio e il movimento è perfetto. Compare d’un tratto ogni cosa e come si scioglie -mentre la tragedia si fa- quel trucco posticcio sulla faccia degli attori, allo stesso modo pian piano ognuno di loro diviene ciò che rappresenta e ciò che rappresenta disvela ciò che è: rabbia, furore, passione, malvagità, menzogna, inganno, impostura, erotismo, disumanità, efferatezza. Mai pietà, mai misericordia, che sono fuori dal palcoscenico sin dall’inizio, sin da quando Riccardo racconta di essere nato storpio e che per tal motivo la madre, impaurita dalla possibilità che non potesse mai trovare qualcuno disposto ad amarlo, decise di farlo divenire uno stratega, un guerriero. E lo portarono via da casa bambino, facendogli da subito vivere il trauma dell’abbandono. L’ironia attraversa tutta la commedia, è una sottile lama che punge il cuore mentre stira gli angoli della bocca; è un inganno perché spinge a gioire delle disgrazie altrui, spinge alla malvagità. E Riccardo è sì cattivo, perfido e bugiardo, ma è anche un grande retore, che rende la parola spada e scettro. È un sofista sopraffino che come Gorgia nell’Encomio di Elena cerca di convincere Lady Anna di non essere colpevole di averle massacrato suocero e marito perché è stata la sua bellezza ad averlo istigato all’assassinio; l’amore per lei è dunque il vero carnefice. E lei cede, perché la parola può contro ogni deformità e mostruosità. La malvagità di Riccardo durante la commedia emerge in modo deciso. E si disvela anche il terrore di sé e della sua deformità che lo ha spinto a divenire un mostro, a provare «tutte le varianti della (sua) deformità»; e si disvela il terrore della madre di non vederlo amato, che l’ha condotta all’orrore di non amare il figlio, anzi di odiarlo. E prima del monologo finale -la notte che precede l’ultima battaglia- Riccardo si confronta con i suoi stessi incubi, con i fantasmi di chi ha ucciso, con la sua malvagità, e lo divorano. Scena splendida, emotivamente potente. Le due donne sono famelicamente avventate su di lui, che si dimena per difendersi dai morsi. E quando riemerge, alla domanda Ritirarmi? così si risponde: «Un cavallo è un prezzo vantaggioso per un regno. Niente. Il “pentolame storico” si ripete. Nuovi mostri si apprestano a prendere il mio posto». Una luce ne illumina il volto, ormai senza trucco. È lui. Siamo in contatto con la verità del suo mondo interiore. Tutto è scoperchiato. Non abbiamo più bisogno di scene, sale, abiti, colori. Ci basta quel volto illuminato per risentire dentro tutta la tragedia, per portarcela a casa e continuare a farla lavorare in noi. Come Shakespeare, Jorio entra nel suo personaggio e lo spinge a svelarsi allo spettatore, per farlo divenire il suo Buckingham, il suo primo complice. E ognuno di noi lo diviene, perché ognuno di noi sa qual è il vero palcoscenico della sua mente. Bravissimi gli attori, soltanto qualche impercettibile sbavatura, tranne in lei, lei che colpisce e ammalia: la bellissima Alessandra Caviglia. Entra nei suoi personaggi come una mano in un guanto fatto su misura. Semplicemente splendida.

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Riccardo III. Dramma di un amore mancato
di Mario Jorio, liberamente tratto dal Riccardo III di Shakespeare
Regia di Mario Jorio
con: Federico Giani, Alessandra Caviglia, Sarah Pesca
Teatro Stabile di Genova – Sala Duse
Dal 2 al 6 maggio

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