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Melancholia

 

Le due parti in cui è diviso il film –Justine e Claire- sono precedute da un prologo potente in cui le fotografie scorrono sulle note del preludio del Tristano e Isotta di Wagner, colonna sonora di tutta la pellicola. Sono otto minuti che raccontano l’intero film allo spettatore ignaro. Melancholia, lo si è detto tante volte, è il nome latino -e prima ancora greco- che sta anche per depressione. Il film di Lars Von Trier racconta proprio la malinconia cronica che diviene depressione e lo fa in modo universale, con uno sguardo che raccoglie l’intero cosmo. Nella prima parte la protagonista è Justine, interpretata da una splendida Kirsten Dunst che ha vinto il premio come miglior interprete femminile al 64mo festival di Cannes. È il giorno del suo matrimonio, la sorella Claire – Charlotte Gainsbourg- le ha organizzato una grande festa. Justine però è malata. È in depressione. La festa scivola su un piano inclinato che dall’allegria giunge al sarcasmo, quello della madre della sposa che si mostra sprezzante e insolente quando prende la parola, e che finisce col completo fallimento: infinite attese degli ospiti, ripetute delusioni dello sposo, il tradimento di Justine con un uomo appena conosciuto e infine la definitiva rottura con il capo che l’aveva appena promossa a direttore artistico. È la conclusione del magnifico matrimonio, che nonostante tutto si trascina sino a sera con le mongolfiere-lanterne che illuminano la serata volando verso il cielo con le tante scritte augurali. La sorella Claire è sempre lì però, pronta a darle una mano, a comprenderla, ad accoglierne il malessere, a farle da madre. I ruoli si invertono nella seconda parte. Claire è sempre più spaventata per l’arrivo di Melancholia, un pianeta che minaccia la Terra. Il marito, un ricco astrofilo, la esorta a rimanere tranquilla sostenendo che non ci sia nulla da temere. Justine invece è calma, eppure sembra convinta del contrario: «La Terra è corrotta. Non c’è alcun bisogno di affliggersi per lei. Nessuno ne sentirà la mancanza». E ancora: «Siamo soli. La vita esiste solo sulla Terra e non per molto». La disperazione di Claire trova conforto nella lucidità di Justine, che adesso è quella forte, quella che tranquillizza il nipotino Leo e con il quale costruisce la grotta magica che sarà il rifugio dove ripareranno al momento dell’impatto. La natura si anima, ogni essere avverte la fine, si mostra ai due soli. Le stagioni si confondono e gli uomini si rintanano nelle loro vite nell’attesa di una fine imminente. Sono rimasti in tre nella villa sontuosa immersa nel verde: Justine, Claire e Leo. La magnifica architettura non li protegge però. Sono invece i rami della grotta magica il loro ultimo spazio abitato, quello che li presenterà al nulla della storia stretti per mano.
La colonna sonora, la fotografia, la sceneggiatura, il montaggio, il film nel suo complesso lasciano un segno profondo nello spettatore. L’andamento è lento, mai noioso; l’uso della camera a mano si fa interprete dell’agitazione, dell’inquietudine e del turbamento nel mondo prima di Justine, poi di Claire. Nessuno spettatore può allontanarsi dalla sala senza aver fatto i conti con se stesso, con la propria coscienza di esserci, con la quantità di ovvietà che fanno credere eterni. E invece che deprimere questo film illumina. Mentre Melancholia splende, a chi guarda si rivela la malinconia profonda di chi Melancholia se lo porta dentro; di chi ospita nell’anima questo pianeta bellissimo che permette di comprendere il senso puro della vita ma lo fa rubando la vita.

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Melancholia
di Lars Von Trier
Con: Kirsten Dunst (Justine), Charlotte Gainsbourg (Claire), Kiefer Sutherland (John), Charlotte Rampling (Gaby), Alexander Skarsgård (Michael), Stellan Skarsgård (Jack), John Hurt (Dexter)
Danimarca, Svezia, Francia, Germania 2011
Trailer del film


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Una risposta a Melancholia

  1. Biuso scrive:

    Splendida e densa recensione, cara Giusy, nella quale hai restituito la complessità e la bellezza di uno dei pochi film che si possano accostare ai capolavori di Kubrick. Un’autentica meditazione filosofica sulla materia di cui siamo fatti, sul suo destino di entropia, sullo scintillare del tempo nonostante la potenza del male.
    Come sai, a me sembra che il genio malinconico e gnostico di Von Trier abbia costruito un’opera che offre all’arte cinematografica l’estrema tensione della totalità e della verità ultima delle cose -la verità del mondo è la morte- e a chi guarda dona lo stupore di aver visto millenni di pensiero sull’umano e sul cosmo diventare una sola immagine.

     

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