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Il primo uomo

 

(Pubblicato su Alcinema.org il 28 aprile 2012)

Il film di Amelio è tratto dal romanzo incompiuto di Albert Camus e del filosofo racconta la vita. Jacques Cormery, il protagonista, altri non è che il suo alter ego. Sullo sfondo, un’Algeria in cui il conflitto con la Francia si fa sempre più acceso e violento. Le figure dello scrittore celebre e della madre analfabeta sono una carezza sul volto dello spettatore che per tutto il film si sente cullato e che lentamente giunge nei pressi della fine incompiuta con gli occhi pieni di poesia e di orrore. L’orrore della violenza terroristica, delle esecuzioni cruente e mai giuste, degli scontri tra uomini e idee. Gli stessi uomini che un tempo avevano superato la barriera linguistica e che ora si dispongono a creare una nuova babele, regno dell’incomunicabilità. Un film sempre misurato, mai retorico, giammai enfatico. Davvero splendido il bambino che interpreta Jacques Cormery fanciullo. Si tratta di Nino Jouglet, la cui naturalezza ed efficacia espressiva sono da considerarsi una delle cifre di questa pellicola davvero riuscita, a tal punto da avere il plauso anche della figlia di Albert Camus, Catherine, che nella lettera aperta a Gianni Amelio scrive: «La ringrazio di aver fatto questo film con tanto pudore, misura e bellezza profonda. La ringrazio anche di avere, con precisione e con scrupolo, mantenuto la parola. Nel mio “mestiere” ho incontrato molto raramente un tale rispetto, una tale attenzione e gliene sono profondamente grata» (Grazie Gianni, il suo film è bello e pieno di pudore, in «La Repubblica», 17 aprile 2012, p. 66).
L’andamento lento di questa pellicola accarezza come accarezzano gli occhi di madre in cui quelli del figlio si perdono, annegando nell’abisso d’amore che li inonda e li accoglie e che da sempre sono simbolo del porto sicuro, cui far rientro per ricontattare se stesso. E Jacques Cormery si ritrova, rintraccia il suo percorso di vita ancorandosi a quegli occhi immutati, a quello sguardo sereno e vigile, a quelle mani antiche, a quella figura esile ma ben salda, a cui –sì- piace la Francia ma non abbastanza perché non ci sono gli arabi. Eppure nella sua Algeria imperversa la rivoluzione, la guerra etnica, lo scontro che si fa incomprensibile a chi come Jacques si sente algerino esattamente come un arabo, a chi come Jacques e sua madre sono cresciuti in una povertà pura che rendeva fratelli, che condivisa con gli arabi appariva più dolce e più sopportabile. E l’adulto scrittore e saggista ripercorre la memoria quando un Cormery piccino faceva fuggire i cani imprigionati nel carretto dell’accalappiacani arabo, insieme con i suoi amici; e poi quel giorno in cui lui, l’accalappiacani, gli aveva dato una gran lezione lasciandolo per ore rinchiuso nel carretto. Al ritorno a casa, la nonna, un vero kapò, l’aveva picchiato con la frusta, com’era solita fare quando doveva punirne le monellerie. E aveva imparato. Imparato che di solito le guerre anche quando sono grandi si combattono tra poveri e che tra i poveri si trovano i morti, che sono sempre giusti e innocenti, così come tra i poveri si contano gli eroi, uomini disposti a morire per un’idea, perché le idee sono la loro grande ricchezza. E aveva imparato che il determinismo è come l’ateismo, sovrastato dal principio di causalità per cui a ogni azione segue un effetto necessario ben legato in una maglia che a rete avvolge l’intera esistenza. Senza lasciare scampo, senza alcuna speranza, ma con la lucidità arguta di chi sa che la miglior cosa è vivere questa vita più volte possibili e intensamente. Vere e proprie incursioni della memoria che aprono uno squarcio sulle ragioni del presente, filosofiche e politiche. E da lontano arrivano anche le motivazioni profonde della guerra -che dagli anni Cinquanta si protrarrà sino al 1962 quando l’Algeria diverrà indipendente-, senza parteggiare, senza schierarsi, con il rispetto che certe guerre fratricide necessitano da chi si fa giudice storico. Perché quella era una guerra civile, perché gli algerini musulmani e gli algerini francesi erano fratelli, figli di una terra arsa dal sole e dalla povertà.

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 Il primo uomo
Titolo originale: Le premier homme
Regia di Gianni Amelio 
Italia, Francia, Algeria 2011
Con: Jacques Gamblin, Catherine Sola, Maya Sansa, Denis Podalydès, Ulla Baugué. 

Trailer ufficiale: http://www.youtube.com/watch?v=QSnuhG0DCO4

 

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