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Il Fatto Quotidiano incontra i candidati sindaco di Genova

 

Dei tredici candidati sindaci a Genova, ieri sera, 16 aprile 2012, erano presenti in otto. I più coraggiosi, senza dubbio, come d’altronde ha detto lo stesso Marco Travaglio, perché erano lì «ben sapendo che avrebbero preso applausi, fischi, contestazioni, consensi». Vero, verissimo. Il pubblico è stato il protagonista indiscusso della serata: passionale, con picchi di simpatica follia –una donna si è avvicinata al palco e ha chiesto ai partecipanti di sbrigarsi a dire cose serie sul futuro dei nostri figli perché lei doveva tornare a casa-, a tratti arrabbiato, ma deciso e costruttivo.
Certo, ammettiamo che la provenienza topografica degli applausi faceva sospettare cordate a sostegno dei vari candidati, come ha detto simpaticamente Ferruccio Sansa, giornalista genovese del Fatto, che ha avuto l’onore –che era soprattutto un onere- di moderare una serata che di moderato ha avuto ben poco. Il che è un gran bene poiché è stata la dimostrazione di una passione politica ancora viva, a tal punto che in una giornata feriale centinaia di persone si sono recate al Teatro della Corte rimanendovi sino quasi a mezzanotte.
Si è parlato di crisi politica ed economica, di lavoro –meglio dire disoccupazione-, di giovani, di legalità, di antipolitica, di democrazia partecipata, di periferia, di centro storico, di movida e di grandi opere come la Gronda, il Terzo valico, ma soprattutto di promozione e sviluppo del porto e di Fincantieri. I più simpatici tra i candidati sono stati senza dubbio quelli che hanno  ironizzato sulla loro presunta minore importanza rispetto ai grandi nomi dati per vincenti: tra gli altri in particolar modo, Paolo Putti del Movimento Cinque Stelle, Giuseppe Viscardi di Gente Comune e soprattutto Roberto Delogu del Partito Comunista-Sinistra popolare, la cui verve ha fatto sorridere di cuore sino alla risata generale quando ha parlato di voler proporre «un monocolore comunista». La simpatia però non era tutto, i candidati hanno dimostrato –almeno a parole- di essere disposti a comprendere le ragioni della crisi e a entrare dentro i singoli problemi cercando di fare qualcosa di concreto. Persino divertente, e oserei dire coraggioso, anche Edoardo Rixi, il candidato della Lega Nord che, nonostante le ultime scoperte di prestidigitazione di Belsito & company, alla domanda di Ferruccio Sansa: «Com’è che non vi siete accorti di Belsito?» -ricordiamo ai lettori che Francesco Belsito è divenuto membro, addirittura vicepresidente, del Cda di Fincantieri su indicazione del suo partito- ha dichiarato che l’errore è stato dell’amministrazione di Fincantieri che avrebbe dovuto fare dei controlli, «perché già su questa persona qua c’erano delle perplessità». Ovviamente, ogni qualvolta si domanda a un candidato, e qui non ci si riferisce soltanto a Rixi, conto e ragione delle opere del suo partito, sembra quasi che lui sia altra cosa rispetto al simbolo che rappresenta. E no, non è così. Aveva ben ragione Giuseppe Viscardi a dire a gran voce che molti dei candidati considerati di serie A «hanno dietro gli stessi partiti che hanno fatto cose che stiamo qui a deprecare». D’altronde perché secondo voi non si sono presentati ieri sera tanti candidati a cominciare da Vinai del PDL? Perché cercano un pubblico selezionato, intervistatori ammaestrati e facce sorridenti che quando fanno una critica si autocensurano un minuto dopo. Ieri sera no, la situazione era ben diversa. Presente anche Susy De Martino de La destra, unica donna della serata tra i candidati presenti, il cui coraggio è noto sin dai tempi del G8 quando denunciò gli appalti irregolari. È stata accolta con simpatia e applausi sinceri. Un po’ flemmatico invece -e mi si dice forse a causa di un qualche corso di auto training poiché prima risultava molto più esuberante- Armando Siri, il candidato di Italia Nuova che, pur dicendo cose interessanti, prima di carburare necessitava di tutti e cinque i minuti a sua disposizione.
È stato chiaro durante la serata, anche per chi non lo sapeva ancora (pochi), che il vero testa a testa sarà tra Enrico Musso, che dichiara di non essere né di destra né di sinistra, e Marco Doria, sostenuto dal PD e appoggiato dichiaratamente da Don Gallo.
E mentre Paola Zanca, giornalista del Fatto che aiutava nella moderazione dell’incontro, si affannava a far trillare la sua campanella che segnava il tempo a disposizione dei candidati, il pubblico interveniva spesso con urla da stadio.
Le provocazioni da parte dei giornalisti del Fatto non sono mancate. Sansa ha chiesto se i candidati se la sentivano di comunicare le spese della campagna elettorale. Putti ha subito dichiarato che il Movimento a Cinque stelle spenderà 6.500 euro, anche se avevano preventivato una spesa di 5000.
Fatti a pezzi durante la serata i due Claudio -Burlando e Scajola- dei quali è stato stigmatizzato il sistema di potere che nel tempo hanno costruito.
E non nascondiamo comunque che ieri sera demagogia, genericità, populismo e, perché no, anche qualche nota di qualunquismo non sono mancati nei discorsi dei candidati. Prima delle elezioni è davvero difficile comprendere se si andrà in paradiso o all’inferno. Tutto è edulcorato da un linguaggio persuasivo in cui non si fa economia di termini quali svolta, cambiamento e novità. E tutti sembrano coraggiosi, leali e liberi.
Le domande arrivavano da alcuni esponenti autorevoli di Genova che provenivano dall’imprenditoria, dall’associazionismo, dai sindacati, dalla chiesa e dall’università. Tra gli altri Don Farinella, che da sette anni si occupa del centro storico, il quale ha raccolto grandi applausi soprattutto quando ha affermato con fermezza che le risorse economiche non mancano: «Se mi date l’incarico ve li trovo io i soldi pubblici».
Presente in sala anche Sergio Cofferati che si è beccato qualche fischio e qualche «a casa!» quando ha preso la parola per rispondere a una domanda di Antonio Padellaro, direttore del Fatto.
E per finire Marco Travaglio. Splendido Marco. Ironico, persino divertente, eppure sempre serio. Si è soffermato ad analizzare il rapporto malato tra politica e affari. «Siamo in un momento storico in cui non c’è nessun partito che può dare lezioni agli altri». Poi un po’ di satira su Berlusconi e quella volta che a Torino fece lo stesso discorso che gli era stato preparato a Genova, ritrovandosi a parlare di Lanterna;  su Schifani che dall’alto del suo candore ha chiesto a Rosy Mauro, di recente espulsa dalla Lega Nord, di dimettersi per la dignità del Senato; e infine sui tre segretari Alfano, Casini, Bersani, che «hanno diramato un allarme: la democrazia è in pericolo a causa dell’antipolitica; […] la democrazia rischia di crollare di fronte alla terribile minaccia che vengano un po’ ridotti i rimborsi elettorali, perché l’eventuale riduzione dei rimborsi o, peggio che mai, l’abolizione dei finanziamenti pubblici ai partiti potrebbe consegnare i partiti addirittura in mano alle lobby. Pensate che rischio che stiamo correndo! Dio non voglia che le lobby si impossessino dei partiti!». Messa da parte l’ironia, Travaglio ha spiegato che il problema vero è il rapporto tra politica e affari che non è da demonizzare, semmai da controllare attraverso norme e regole precise. E infine una serie di domande più che sensate: «Esiste una ricetta di come separare la gestione dalla regia politica? C’è un’idea per evitare che il politico che va a occupare la carica pubblica metta le mani direttamente su questioni economiche e magari se le sporchi? Gli incontri segreti con gli imprenditori interessati a fare affari nel territorio possono essere normati? […] E altra cosa, che potrebbe essere un segnale, non soltanto diteci quanto avete speso per la campagna elettorale ma anche chi vi ha dato i soldi per la campagna elettorale».
La serata è stata allietata dal cantautore genovese Max Manfredi, perché come ha spiegato Ferruccio Sansa bisognerebbe associare alla politica, la musica e l’armonia e soprattutto ricordare quanti talenti abbia Genova.
Travaglio, a conclusione dell’incontro, ha ringraziato il pubblico a modo suo: «E poi volevo ringraziare voi che avete resistito con piaghe da decubito per tre ore nette anche con l’entusiasmo di qualche bandiera. Prima di salutarvi vorrei chiedere a Don Gallo una benedizione apostolica romana, naturalmente telegrafica». E Don Gallo ovviamente non ha resistito alla simpatica provocazione e ha chiuso la serata con una bella storia accadutagli tanti anni fa e che riguardava un sindaco che già alle sette del mattino era al Comune a lavorare per il bene della città e dei cittadini.
Chi era costui?

 

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Un versione più breve di questo articolo è stata pubblicata sul quotidiano Mentelocale.

 

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