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Trilogia su Nietzsche al teatro Akropolis

 

(Pubblicato su Mentelocale.it il 16 aprile 2012)

È un tempo, questo, in cui Nietzsche è decisamente al centro del mirino. Si tratta della questione aperta, nata sulle pagine di Repubblica l’anno scorso e poi trasferitasi su quelle del Manifesto, neorealismo versus postmodernismo.

I protagonisti sono Vattimo e Ferraris, gli inquisiti sono i fatti e le interpretazioni della nota frase nietzscheana contro il positivismo: «Proprio i fatti non ci sono, bensì solo interpretazioni» (Frammenti postumi 1855-1887, 7 [60]). Ovviamente i realisti affermano che ritenere che i fatti non esistano significa dar man forte a chi vuol manipolare la verità, per esempio ai negazionisti; dal canto loro i postmodernisti sostengono che tener per vero qualcosa significa monopolizzare la verità con il rischio di una caduta nel totalitarismo.

E mentre la polemica diventa sempre più frizzante, con il contributo di nomi eccellenti nel campo filosofico, c’è chi Nietzsche lo mette in scena per applaudirlo, facendo rivivere del grande filosofo il fondo più fecondo: «Corpo io sono in tutto e per tutto, e null’altro; e anima non è altro che una parola per indicare qualcosa del corpo» (Così parlò Zarathustra, Dei dispregiatori del corpo). E come ha affermato il filosofo Carlo Angelino, la verità che si esprime attraverso il linguaggio del corpo ci prende, ci strappa dalla quotidianità, per metterci di fronte all’essenzialità.

La verità così, da totem, da simbolo trascendente, da idolo a cui sacrificarsi, diventa luogo, accadimento, heideggeriano evento che attraversa la temporalità del corpo, sposa la sua finitezza e si fa prospettivismo. Lo spettatore costruisce insieme con l’attore una realtà più vera perché l’infingimento proprio del ruolo attoriale e la maschera propria di ogni individuo sono diluiti in un crescendo che ne fa emergere la parte sacra, quella folle diciamo. E quando gli attori entrano in scena sembra quasi di assistere al Dioniso delle Baccanti che entra in città, rompendo gli equilibri razionali così faticosamente costruiti.

È sempre Dioniso che vediamo in scena, come dire che ciò che vediamo sono sì tre splendidi attori ma primariamente un soggetto universale che si fa ogni cosa e si fa tutto, da Zarathustra a Nietzsche, dal fiore alla fiera, da me a te: «Tra gli indiani sono stato Buddha, in Grecia Dioniso -Alessandro e Cesare sono le mie incarnazioni, come pure il poeta Shakespeare Lord Bacon. Da ultimo sono stato ancora Voltaire e Napoleone, forse anche Richard Wagner. Ma questa volta vengo come Dioniso vittorioso, che renderà la terra un giorno di festa… Non che io abbia molto tempo… I cieli gioiscono per il fatto che sono qui… Sono stato anche appeso alla croce…» (A Cosima Wagner, Torino, 3.1.1889, Epistolario 1885-1889, Vol. V, Lettera 1241).

L’orgiastica volontà di esserci, la musica, i movimenti primigeni e felini, la gioia ridanciana, la pelle liscia e muscolosa, il sesso sensuale e animalesco, la nascita, la rivoluzione, gli incendi, la verisimiglianza, il disprezzo per il risentimento, per la morale, per la menzogna, il tragico e il santo dire sì alla vita, il rifiuto del sacrificio, l’apertura al mito, l’equilibrio infido del germano Apollo, l’affermazione del sacro. Questo è in sintesi lo spettacolo che il Teatro Akropolis, con la regia di Clemente Tafuri e David Beronio, autori della Trilogia su Nietzsche, ci propone.

Non basta però. Perché la rivendicazione del proprio ruolo che il linguaggio corporeo urla nel silenzio dei movimenti decisi e ritmati, in un mondo ormai definitivamente dominato dalle parole, succube del linguaggio verbale (tragedia che ha dato luogo a un nuovo dualismo, non più anima-corpo, ma parola-corpo), che troppo spesso si fa arma di persuasione per la massa instupidita dalla televisione e dai quotidiani di partito, è giusta, è politicamente importante, è necessaria, è forte. Forte, sì, perché coinvolge lo spettatore, perché rende l’attore interprete del dionisiaco che è in lui e lo tramortisce facendolo rinascere a una vita in cui riesce a sentire il sapore di una volontà pura. La scena dei mucchi di quotidiani strappati con cui giocano gli attori, nel secondo lavoro L’anticristo, in una lotta senza sosta che sembra voler distruggere la verità propinata, imposta, edulcorata, creata, sputando, alla lettera, sulla menzogna, è da vedere.

Quel parto finale della Notte che nel suo contraddittorio venir alla luce accade in un intrecciarsi di corpi vissuti e strafatti di vita, è da vedere. Tutto da vivere insieme con gli attori. Il linguaggio si fa povero e l’ineffabile diventa l’unico strumento per raccontare ciò che ha bisogno della nostra partecipazione fisica con il suo esser mentale perché corpo vivo, corpo vissuto, per poter semplicemente essere reale, significante, vera.

Non ci siamo soffermati abbastanza sui bravissimi attori: Giusi Lorelli, Luca Donatiello e Felice Siciliano. Straordinari. Semplicemente. Paradigmi del superamento del dualismo cartesiano poiché non soltanto si fondevano tra loro, come se i loro corpi potessero davvero attraversarsi come fluidi e divenire l’altro, ma perché essi stessi, in quanto individualità, erano ognuno un corpomente capace di aprirsi al mondo, di sentirlo.

Domenica 15 aprile il filosofo Carlo Angelino e il grecista e poeta Angelo Tonelli sono intervenuti prima della terza e ultima rappresentazione Morte di Zarathustra. Tonelli ci ha invitato durante il suo intervento a definire gli attori dróntes, poiché «nel théatron dionisiaco [gli attori, ndr] si trovavano a essere parti, o ologrammi, di un accadere rituale in cui abdicavano dalla propria individualità e individuazione per vivere il rito teatrale» (Teatro Akropolis. Testimonianza ricerca azioni, Vol. III a cura di Clemente Tafuri e David Beronio, AkropolisLibri Le mani, Genova 2012, p. 30).

I nostri dróntes sono stati magnifici.

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Amor Fati, L’Anticristo, Morte di Zarathustra. Una trilogia su Friedrich Nietzsche
di Clemente Tafuri, David Beronio
Regia di Clemente Tafuri, David Beronio
Teatro Akropolis
Con: Luca Donatiello, Giusi Lorelli, Felice Siciliano

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