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Il valore dell’interno

 

Il ruolo, l’appropriazione, la dimensione temporale dello spazio nella coppia abitare-costruire sono analizzati in questo saggio attraverso un’indagine teorico-critica e il costante riferimento ad autori di altri campi disciplinari: dalla filosofia alla psicologia, alla letteratura. La tesi della Cafiero è esplicitata sin dall’inizio:

«La fruizione vera dell’interno si manifesta nell’abitare e non nella contemplazione statica delle forme, seppure tridimensionali, in cui si configura, è importante considerare l’abitare quale una dimensione diacronica dell’esistenza, che non si racchiude in un istante che si ripete uguale a se stesso, ma che si dipana nel tempo, […] per cui il significato di una forma o di un assetto spaziale non si può considerare come una invariante, ma come una funzione variabile della cultura» (pp. 10-11).

Al carattere partecipativo proprio dell’interno abitativo, la Cafiero affianca nella sua analisi l’importanza del quotidiano, cui dà risalto tanto da parlare di «eccezionalità del quotidiano» (p. 114) . Concetto -questo- spesso bistrattato poiché è ciò che non rientra nella Storia e che sembra svanire a ogni istante se non è segnato da un evento definitorio e classificatorio. Eppure la vita del singolo si svolge proprio in questo fluire indifferente ai grandi eventi e che per lo più avviene in interni abitativi che si pongono come determinanti per la crescita dell’individuo.

«Così come la capacità di essere cittadino si fonda sul formarsi della coscienza dell’individuo, la capacità di abitare, nel senso complesso finora descritto, si costruisce prima nello spazio che ci è più prossimo, che sentiamo più proprio, che possiamo in qualche misura modellare sui nostri bisogni e desideri e che ci offre, nella continuità dell’esistenza, l’occasione di entrare con maggiore profondità nel merito e nel significato di tutte le sue determinazioni» (p. 30).

La cultura occidentale tipicamente dualistica ha impedito, però, di comprendere l’importanza del rapporto con lo spazio abitativo, poiché pone la coscienza o molto genericamente il “mentale” a un livello diverso rispetto al corporeo definendo in tal modo, pur se non esplicitamente, “di secondo livello” la cultura che ve ne fa diretto riferimento. Ritornare all’unità di mente e corpo permetterebbe di comprendere meglio persino i bisogni e i desideri dell’individuo rispetto allo spazio in cui è originariamente gettato e consentirebbe un miglioramento nel fare architettonico. Per tal ragione la Cafiero riprende il concetto cardine dell’architetto giapponese Tadao Ando che, richiamandosi all’antico concetto giapponese di Shintai, «definisce contemporaneamente mente e corpo in un’unica entità che esperisce il mondo e raggiunge la conoscenza di sé» (p. 87).

«In tal modo si manifesta l’interdipendenza tra il mondo percepito da sensi e la condizione del corpo, e il mondo, cui il corpo (sarebbe meglio tradurre corpo-mente) dà forma, diviene uno spazio vissuto e vivo. Lo shintai articola il mondo, ma a sua volta ne viene articolato» (p. 88).

Nel concetto di spazio vissuto si sente l’eco della fenomenologia e del rapporto tra soggetto e oggetto che riverbera in quel corpo vissuto che è l’uomo nella sua quotidianità. È questa una concezione filosofica che la Cafiero non tralascia ma analizza a fondo e da cui si fa condizionare volutamente nella metodologia di indagine. Inoltre riprendendo le ricerche dell’antropologo La Cecla, la studiosa si sofferma anche sulla differenza tra la concezione dello spazio nelle culture primitive, in cui è evidente il legame con le qualità relazionali e sensoriali, e nelle culture occidentali, moderne e contemporanee, in cui «la progressiva geometrizzazione ed astrazione dello spazio abitato hanno causato una perdita di contatto tra abitare e costruire che ha reso più difficile l’identificazione e il riconoscimento tra uomini e luoghi» (p. 96).

Il progressivo allontanamento delle cose, che avvicinano il mondo, e l’estraneazione dello spazio come luogo da contemplare possono dirsi causa di una perdita di senso e di orientamento nella vita dell’uomo che ha determinato il naufragio del valore della sensazione, della percezione a favore di un sentire interiore che sembra non aver nulla a che fare con l’interno architettonico e sembra scevro da ogni riferimento al “carnale”. È insomma metafisicamente vissuto come atto contemplativo fondato sulla distanza dalle cose e dunque sulla loro contemplazione. È chiaro che a questo punto non si può più neanche parlare di “sentire” che prevede nella sua stessa originarietà linguistica l’uso mediato dei sensi. Eppure la Cafiero dimostra anche attraverso il riferimento ad autori quali Bachelard -oltre che Husserl e primariamente Heidegger, che ha posto in evidenza la precedenza che l’abitare dovrebbe avere sul costruire- che «l’interno ha la funzione di portare vicino le cose e le cose hanno la funzione di avvicinare il mondo, pertanto l’interno agisce in qualità di completamento al nostro essere più intimo» (p. 19). Porre l’accento esclusivamente sulle cose senza tener conto dell’importanza dell’abitatore che, per dirla con Heidegger, non è una semplice-presenza, significa correre il rischio di un atteggiamento feticistico e cultuale nei confronti degli oggetti di arredo e di generare, riprendendo la definizione di Carmagnola che la Cafiero ricorda, una “casa arredata per paradigmi” in cui emerge la solitudine di ogni singola cosa e non la bellezza contemplativa che si vorrebbe generare. Eppure, sostiene la Cafiero, anche una casa siffatta «una volta abitata, nell’istante del rapporto diretto tra utente e oggetti e spazio, attivato dall’uso, passa dall’essere oggetto di contemplazione a strumento di partecipazione. All’abitare pertanto, che già Cacciari ha dimostrato metafisicamente diverso dal vedere, è connessa intrinsecamente la capacità di toccare aspetti meno effimeri delle cose, proprio perché è un’attività che si dipana nel tempo ed è una necessità esistenziale» (pp. 69-70). La partecipazione -e non la contemplazione- rende il senso di appartenenza dello spazio, diminuendo la distanza, affratellando al mondo, identificando l’individuo nel suo divenire attivo e non nel suo stare passivo e interrompendo “il carattere distruttivo del quotidiano”, per dirla con Benjamin, per renderci «l’eccezionalità del quotidiano, l’importanza per l’esistenza della qualità dell’ambiente in cui si abita, qualità che permea dalle cose e giunge agli abitanti attraverso l’uso, l’esercizio quotidiano dell’abitare e che per essere pienamente goduta necessita della continuità del tempo, particolare che caratterizza e distingue la fruizione estetica di un interno, rispetto a quella di altre dimensioni dell’architettura» (p. 114).
E sul tempo la Cafiero intende soffermare la sua attenzione nell’ultima parte della ricerca. Se è vero come afferma Zevi «che è la presenza dell’uomo al suo interno a dare senso specifico all’architettura» (p. 21), è vero anche come suggerito da La Cecla che «una caratteristica fondamentale dell’abitare […] è il contributo dato dalla continuità e dal passare del tempo all’intensità dell’esperienza fruitiva dello spazio» (p. 123). Infatti «la fruizione dello spazio […] non si verifica in un istante fissato nel tempo, ma nella diacronicità e soprattutto attraverso l’uso, il che consente al fruitore di intessere un rapporto più intenso con lo spazio e le cose che lo circondano» (p. 53). È dunque chiaro che il tentativo di un certo fare architettonico di sfidare il tempo pietrificando l’eternità dell’istante non può che essere in partenza fallimentare.

«Ancora una volta possiamo dire che la disponibilità ad essere usati ed abitati sottrae agli oggetti d’arredo ed agli spazi interni la possibilità di fissare nel tempo il loro significato, riconoscendo loro, invece, la potenzialità di avere infinite nuove possibilità di risignificazione e vita che scaturiscono dai processi interpretativi dell’abitare. Il solo passare del tempo costituisce quindi una forma di ri-progettazione» (p. 144)

Sia l’esterno sia l’interno non devono lottare contro il tempo ma piuttosto al suo fianco e insieme contro la volontà di inscatolare il divenire, perché «l’esperienza dello spazio è cinestetica ed è fondata sia sulla percezione del corpo come di un’unità, sia sulla capacità di organizzazione temporale, sia, infine, sulla consapevolezza che esso non ha una forma propria e stabile, ma contiene tutte le forme» (p. 84).
Del saggio non si può che apprezzare anche il costante riferirsi ad autori provenienti da differenti campi di indagine e tra gli altri a Proust che, secondo la Cafiero, «rappresenta il transito verso un atteggiamento moderno a concepire la bellezza quale elemento inscindibile dalla sostanzialità e dalla verità delle cose, non luogo di elevazione al di sopra della quotidianità, ma luogo di maggiore profondità dell’espressione umana» (p. 116).
Come sostiene Filippo Alison nell’introduzione, lo studio della Cafiero «vuole indagare in prima istanza sul significato estetico di partecipazione» (p. XVI) e giunti a conclusione dobbiamo ammettere che il contributo della studiosa è andato –e ciò a nostro beneficio- oltre quella “prima istanza” cogliendo a fondo il senso dell’essere dell’interno per la vita interiore del suo abitatore: l’uomo nella sua interezza corpomentale.

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Una risposta a Il valore dell’interno

  1. giuseppe canto scrive:

    Riflessione intensa e interessante sul nostro tempo. Ma quello che é successo é andato, penso ad esempio all`abusivismo delle nostre coste che ne hanno cambiato per sempre l`abitare di quei luoghi.
    Se testi come questi hanno una ragione é certamente nella ricerca di un modo nuovo, innovativo dell`abitare, che coinvolge politica, persone ed economia.
    Mi chiedo se servono nuove leggi, nuove regole, o solo un diverso modo di vedere e sentire la realtà, un automatico adattamento a quello che ha, semplicemente , senso, come nella nostra dimenticata cultura contadina da cui tutti proveniamo

     

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