7.647 views

Il Mediterraneo

 

È un testo universale pur parlando del Mediterraneo, perché racconta delle nostre origini, delle nostre radici, della nostra filogenesi e del mondo che ci circonda nel suo senso, nella sua struttura, nella sua culturalità e nel suo paesaggio.
I saggi non seguono semplicemente un filo conduttore ma ci consentono di viaggiare nel tempo e nello spazio, di rimanere coinvolti, di disvelare l’ovvio, di vedere quello che si legge e di sentire quello che si vede. Una pellicola si srotola davanti a noi che in modo quasi tridimensionale ci porta nel cuore del Mediterraneo sin dai primi contributi di Braudel, che fa vera e propria letteratura. Sembra che egli abbia trovato la medietà, il giusto mezzo tra il modo romanzato di far storia sino all’Ottocento e la saggistica scientifica che ha inizio nel secolo scorso. Braudel narra facendo pura poesia. Le pagine su Venezia costituiscono forse l’apice di questo coinvolgimento totale in cui insieme con il suo lettore l’autore e curatore si immerge nella storia come un provetto sommozzatore s’immerge negli abissi a fianco di un novello nuotatore.

«Ascoltiamo Le Corbusier, che anche lui, a Venezia, ha sognato. È su quella piazza San Marco della quale abbiamo visto tanto spesso l’immagine da trovarne naturale gli accostamenti. Eppure, che lezione! “Venezia, piazza San Marco,” annota Le Corbusier, “associazione limpida e brillante di epoche successive; Procuratie Vecchie, Procuratie Nuove, San Marco romanica, con le cupole orientaleggianti e i richiami di un gotico slegato da qualsiasi altro; il Campanile, il favoloso campanile… Il Palazzo Ducale con le sue colonne. Tutte le tecniche, tutti i materiali… Venezia offre la sua magistrale lezione di armonia”» (F. Braudel, p. 253).

Commenta, spiega, si appassiona, si esalta, si indispettisce sempre conducendoci per mano. Par di vederlo mentre ci indica la via, mentre ci mostra le mappe, mentre ci fa vedere le strade e le costruzioni e gli oggetti e le piante e gli animali e la pianura e la campagna e la montagna e la transumanza e il nomadismo e il mare e il litorale e le navi e gli uomini e le donne e i bambini. Braudel ci apre gli occhi rispondendo alla domanda capitale che Gauguin dipinse: Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?.
Il Mediterraneo non è soltanto un mare, anzi come tale rappresentò a lungo un ostacolo per l’incontro e lo scontro tra i popoli. Peraltro i primi borghi si formarono sui pendii, tra le montagne sia perché le pianure erano paludose, dunque portatrici di malaria o tifo, sia perché le coste erano infide e spesso luoghi di battaglia. Il mare era un deserto vuoto, sterminato, inaffidabile, i primi viaggi avvennero dunque per cabotaggio rasente al litorale e con la meta sempre visibile. Furono i popoli della Mesopotamia e dell’Egitto i primi ad avventurarsi con navigazioni più lunghe grazie anche all’invenzione di battelli a vela, in seguito muniti di carena e di chiglia. Il Tigri, l’Eufrate e il Nilo sono i fiumi che permisero la scoperta del Mediterraneo. Dal Golfo Persico al mar Rosso, dal Nilo al nostro mare, così «ha inizio un miracolo. Beni, merci, tecniche, tutto a poco a poco transiterà attraverso le rotte marittime. Il Mediterraneo sta per cominciare a vivere» (Id, p. 57).  Questo è anche il motivo per cui Braudel parla di un Mediterraneo altrui: quello orientale che fu poi dell’Islam, quello del nomadismo che permise un grande spostamento di popolazioni, armenti e persino nuove vegetazioni. Le prime civiltà sono dunque quelle dell’Egitto, degli ittiti dell’Asia minore, quelle delle coste sirio-libanese, di Creta, di Micene, che «sono proiettate sul mare e sostenute da città. Tutte, però, comunicano ormai tra di loro» (Id., p. 61). La storia del Mediterraneo è una storia che va dai sei ai diecimila anni, raccontarla sarebbe impossibile, ecco perché è opportuno guardare in direzione delle grandi comunità culturali che a partire dalle civiltà anzidette si formarono. Si tratta dell’Occidente, meglio dire della cristianità o forse romanità; dell’Islam che «costituisce da solo l’“altro” Mediterraneo, il contro-Mediterraneo prolungato dal deserto» (Id., p. 102); dell’universo greco, quello ortodosso che «comprende almeno tutta l’attuale penisola balcanica, la Romania, la Bulgaria, la quasi totalità della Jugoslavia e la stessa Grecia, carica di memorie, dove riappare e sembra rivivere l’antica Ellade; vi è poi, incontestabilmente, la sterminata Russia ortodossa» (p. 102). E di queste civiltà compare il tratto comune, la reciproca influenza, nata anche da scontri sanguinosi, da un odio smisurato. Si ritrovano delle linee di continuità nella struttura urbana, nell’organizzazione sociale, nella famiglia, nel ruolo di uomini e donne, nella casa e persino nel diritto e nella religione. Spiega Roger Arnaldez che il paganesimo, l’enoteismo e il monoteismo rappresentano diacronicamente e sincronicamente il tentativo dei popoli di difendersi dalla natura ostile, dalle continue guerre, dai venti e dalle acque, dai fuochi del cielo e della terra, «che travolgono nella loro mischia furiosa il destino e le opere degli uomini» (R. Arnaldez, p. 145). Essi furono spinti ad «assicurarsi l’aiuto di una divinità in grado di prevalere sulle altre, per farne il dio protettore della città, senza tuttavia avere l’imprudenza di trascurare i suoi rivali, cui pure veniva riservato il culto» (Ibidem). Il passaggio dall’enoteismo al monoteismo non si determina con il Dio di Israele, divinità che continua a essere “solo” di un popolo con cui ha stretto un’alleanza, «gli ebrei hanno adorato un dio, e non più dei ma non si tratta ancora del dio unico e universale» (Id., p. 149). È questa intransigenza a determinare il passaggio dal Dio di Israele a un Dio di tutti, da una religione particolare a una religione universale e questo segna il passaggio verso l’unità del Mediterraneo, che raccoglie l’eredità di Greci e Romani, e crea «l’Occidente, il nostro Mediterraneo» (F. Braudel, p. 79). Nel conflitto tra ebrei e pagani non ha avuto la meglio l’ebraismo ma il cristianesimo, grazie alla sua apertura, alla flessibilità (dovuta anche alla predicazione di San Paolo) e grazie all’universalità della sua parola. L’Islam si pone in questa controversia tra monoteismi come l’ultima parola, come la religione che supera i conflitti particolaristici presentandosi nella veste della tolleranza a tal punto da accettare tutti i profeti e validarne la giustezza, senza preferenze se non per Maometto che era riuscito a comprendere questo fondamentale ecumenismo nella sua accezione etimologica. Ecco che i “due” Mediterranei prendono una forma definitiva che dura sino ai giorni nostri: da un lato i cristiani, dall’altro i musulmani. Ma nella storia primitiva del Mediterraneo, quella delle sponde del mare Interno, non fu la costa o la pianura a portare all’unità. È Aymard, allievo di Braudel, a spiegarlo: ««Molto più che al clima, alla geologia e al rilievo il Mediterraneo deve la propria unità a una rete di città e di borghi precocemente costituita e notevolmente tenace: è intorno a essa che si è formato lo spazio mediterraneo, che ne ha animato e ne riceve vita. Non sono le città a nascere dalla campagna: è la campagna a nascere dalle città, che è appena sufficiente ad alimentare. Attraverso di esse si proietta sul territorio un modello di organizzazione sociale, di cui tutti gli emigranti, coatti o volontari, cercano di riprodurre lo schema ovunque si trovino» (M. Aymard, p. 126). E se i primi a sfidare il mare aperto furono i cretesi e i fenici, dopo il loro tramonto la prima formazione protourbana nel mar Mediterraneo si deve ai Greci, prima della nascita di Roma, tra il 778 e il 770 circa. Si tratta di Ischia, seguita subito dopo da Cuma: «La più antica fondazione greca, Pithecusa (oggi, Ischia), non è una semplice colonia di popolamento, come sarà il caso di altri insediamenti posteriori. La fondazione di Ischia si colloca al punto di transizione tra la più antica frequentazione messa in atto dai greci, probabilmente interessati alla produzione delle miniere dell’Etruria e della Sardegna, e la più tardiva colonizzazione di insediamento» (F. Coraelli, p. 85).
Ma cosa hanno in comune questo coacervo di popoli, culture, tradizioni, religioni? Primi agglomerati nati nelle montagne, prime civiltà nate nell’isolamento, primi navigatori nati nei fiumi, tutti in epoche differenti rintracciabili almeno dal sesto millennio in poi, quando ormai la forma del loro modo di abitare il mondo mediterraneo e di plasmarlo è ormai una regola che si specifica sempre di più in un’unità che tiene conto delle differenze originarie. È per questo che il mondo Mediterraneo è un’identità polidentica -come sostiene Braudel- e ripetitiva -come afferma Aymard: «Nomadi, stabiliranno il loro accampamento secondo regole immutabili. Sedentari, fonderanno una città, sempre la stessa. Così farà la Grecia nel suo dominio coloniale e poi nel mondo ellenistico. Così farà Roma, reiterando fino alla monotonia da un capo all’altro del suo impero una pianta stereotipa di campo militare, con le stesse strade che si incrociano ad angolo retto, lo stesso foro, gli stessi monumenti: tutto ciò, insomma, che agli occhi dei romani faceva una città. E così farà anche l’Islam: nulla ne esprime meglio la potenza creatrice e organizzatrice, rispetto alla città, di quelle huertas, quelle oasi di cui la circonda, e che senza di essa non esisterebbero» (M. Aymard, p.126). Ma è la casa che più di ogni altra struttura urbana mantiene tratti comuni tra le varie civiltà e si fa specchio dell’organizzazione sociale:

«Si tratta a volte di una casa semplicissima, elementare: basta un locale di tre metri per tre, con una porta quale unica apertura, come nei centri della Grecia arcaica, in tutto il Maghreb, in Sicilia o nei “bassi” di Napoli. È, ancora oggi, la casa del povero. Appena possibile, tuttavia, la casa si ingrandisce, si moltiplica, si annette uno spazio chiuso – la sariba araba -, si sviluppa intorno a una corte interna – atrium o “cortile” delle dimore patrizie -, al riparo dagli sguardi indiscreti. Il tutto in superficie, più che in altezza: a partire dalle insulae romane, la costruzione in altezza, come negli immobili moderni, sovrappone spazi distinti. La casa infatti corrisponde alla stessa esigenza: non soltanto raggruppare sotto lo stesso tetto la famiglia e i suoi beni materiali, animali compresi, ma separarla nettamente dall’esterno e difendere così quel bene essenziale, superiore a tutti gli altri, che è l’onore del gruppo familiare e del suo capo. Da ciò derivano i riti propiziatori che presiedono alla sua costruzione, e anche il valore sacrale della soglia, frontiera tra l’interno e l’esterno, barriera contro le forze del male» (Id., p. 132).

La separazione tra interno ed esterno è rivissuta anche nell’abitazione quando questa si farà più ricca e sarà capace di rappresentare la divisione dei ruoli dell’uomo e della donna: l’uno difensore della famiglia e promotore di relazioni sociali, l’altra preziosa gemma dell’eredità familiare che garantisce la purezza del lignaggio: «La duplice valorizzazione della castità e della fecondità femminile rafforza il carattere sacro e segreto della casa, i cui confini geografici si confondono con quelli dell’onore» (Id., p. 137).
La casa dunque sarà divisa in due parti, «in una delle quali si riceve, mentre l’altra è riservata alle donne: nella Grecia classica abbiamo il gineceo, lo spazio femminile, separato da quello degli uomini, detto andròn; nel mondo musulmano vi è l’harem, il luogo sacro e proibito. È una divisione fondamentale, che ritroviamo persino nelle tende dei nomadi, dove una cortina separa i due spazi. Funzionale, in quanto esprime una rigida divisione dei compiti tra uomini e donne, tale barriera è anche carica di simboli» (Id., p. 133). L’uomo agisce altrove: nella piazza, «il luogo pubblico per eccellenza, una costante dell’urbanistica mediterranea a partire dal’agorà greca e dal forum romano» (Id., p. 139). È con le città musulmane che la funzione della piazza viene meno: «Al centro delle città gli uomini non hanno altro luogo di riunione che la moschea e il suo cortile, circondato di madrase, hans e bagni. Qui vengono annunciate le decisioni del potere e le preghiere recitate in nome del sovrano. La vita commerciale si è insediata nei suq e nei bazar: altre piazze, però, probabilmente le più grandi, si sviluppano alle porte della città, dove arrivano le carovane e vengono scaricati i cammelli» (Id., p. 141).
Persino nella famiglia dunque si possono individuare alcuni elementi comuni al bacino del mediterraneo. La struttura patriarcale risaliva ai tempi del nomadismo pastorale in ambito ebraico. Il capofamiglia aveva diritto di vita e di morte sui membri dell’intero gruppo di discendenti. Questo vale per tutti i territori mediterranei. «La tradizione, buona o cattiva che sia, è ancora tra noi e continua a influenzare la nostra concezione dei ruoli familiari» (P. Salinas p. 218), ma qualcosa è cambiato nel corso dei millenni. Dalla famiglia multipla, in cui non era l’individuo a contare, ma la comunità dei soggetti, si passò al disgregamento di questo nucleo che era conosciuto sin dai greci (fratria) per approdare a un concetto di famiglia coniugale in cui sono gli individui ad agire e non più il gruppo familiare. Questo avviene dapprima in epoca feudale a causa dei rapporti di mezzadria e alla nascita del latifondo.

«Oggi tale evoluzione è praticamente ultimata: le forme della produzione capitalistica hanno prodotto un tipo di famiglia in gran parte depauperato delle funzioni morali e materiali che in passato organizzavano la totalità della vita personale e sociale. I vasti agglomerati urbani non accolgono collettività e gruppi solidali, ma miriadi di cellule familiari indipendenti, la cui esistenza è totalmente subordinata ai canali di distribuzione di servizi e di prodotti alimentari operanti attraverso il mercato» (Id., p. 217)

Jean Gaudemet spiega inoltre che la circolazione di idee, il travaso di concezioni e la declinazione rispetto alla propria cultura sono visibili anche nel diritto romano che da una genesi greca radicata nell’idea di polis e in quella di città, già nota sin dal terzo millennio nel Vicino Oriente, passa a quella di urbis prima e di civitas poi con un’originalità sconosciuta sin a quel momento. La comunità urbana infatti sarà fondata sul diritto prima ancora di essere una comunità di uomini come ad Atene. Non è egualitaria ma «la Repubblica intende almeno proteggere la libertà dei cittadini contro gli abusi del potere» (J. Gaudemet, p. 172). Ed è dal diritto arcaico, dalla “Legge delle XII Tavole” (V sec. a.C), adattandosi alle trasformazioni dovute alla conquista del bacino mediterraneo e alla nascita dell’Impero, che tra il secolo I e III «la dottrina giuridica romana raggiunge l’apogeo» (Id., p 178). Con Giustiniano si arriverà al Digesto e al Codex, alla «summa di dieci secoli di storia giuridica» (Id., p. 181). Persino «il papato, che da Gregorio VII alla fine dell’XI secolo organizza i propri servizi e afferma il proprio impero temporale, trova nel diritto secolare pagano argomenti e tecniche» (Id., p. 183). Ma la tradizione non si è fermata «il diritto romano ha dominato il pensiero giuridico europeo fino alle grandi codificazioni dell’età contemporanea: il codice napoleonico del 1804 e il codice tedesco del 1900. Entrambi lo hanno soppiantato sottraendogli il valore di legge applicabile. Ma entrambi lo hanno preservato, traendo spesso ispirazione» (Id., pp. 188-189).
Per avere un’idea di come l’influenza tra i due mediterranei e i diversi popoli e le tre grandi civiltà potesse determinare stili e forme e modi e strutture basti pensare alla ventura della terracotta.

«Sarebbe apparsa nell’ottavo millennio sul medio Eufrate, e avrebbe impiegato circa un migliaio d’anni per raggiungere il mare, appena arrivata a toccarne le sponde, però, si sarebbe diffusa con una rapidità prodigiosa dalla Siria al Sahara e dall’Anatolia ai Balcani, per invadere poi tutto il Mediterraneo occidentale; ritroviamo così sin dal sesto millennio le prime ceramiche in Italia (nelle Puglie), in Francia (vicino a Marsiglia), in Spagna (nei dintorni di Cuenca); gli stili, però, presentano una tale diversità da costringerci ad ammettere che in ciascun luogo la tecnica sia stata liberamente adattata, per non dire quasi reinventata» (M. Aymard, p. 236).

Duby individua nell’Illuminismo l’epoca in cui questa eredità interrompe però la sua fecondità. Tutto ciò infatti che veniva strappato a un territorio non moriva ma era riprodotto, trapiantato, restituito alla vita. Fu così sino al XVIII secolo quando la nascita dell’archeologia e l’invenzione del museo segnarono la morte dell’antichità classica. Duby non esita a parlare di «Mediterraneo truccato» (G. Duby, p. 280).

«Nessuno pensa più a recuperare come luoghi di piacere o di rappresentanza le ville o le taverne che gli eruditi ricercatori riportano alla luce, né a trasformare in ornamenti d’uso gli oggetti che sono frutto degli scavi. Non si riutilizza più come invece si era fatto per secoli. Il posto di tali vestigia è il museo, con le vetrine per poterle osservare a distanza, etichettate, catalogate e analizzate, Essiccate, come lo sono, nei musei, i fiori degli erbari e delle farfalle» (Id., p. 279).

D’altronde, «dopo il 1620 o il 1650 il Mediterraneo non è certo più il centro del mondo. In esso penetrano gli altrui commerci e le altrui guerre. In tali scambi e conflitti gli abitanti delle sue sponde hanno ruoli minimi. Pedine sulla scacchiera, vengono spostati secondo l’arbitrio di potenze e volontà lontane» (F. Braudel, p. 118). Il mare Interno non è stato declassato di punto in bianco con la scoperta dell’America, piuttosto è stato aggredito lentamente con lo spostamento dei traffici verso l’Atlantico e per finire due secoli dopo con l’apertura del canale di Suez (1869) che segna la fine del «lago mediterraneo» e porta alla «trasformazione del mare Interno in una via orientata essenzialmente verso l’oceano Indiano» (Id., p. 120). Sostiene Aymard che «per tre o quattro millenni le migrazioni avevano fatto la storia e l’unità del Mediterraneo: oggi minacciano di disfarla» (M. Aymard, p. 225). Molti dei suoi abitanti dalla seconda metà dell’Ottocento sono stati costretti a espatriare. L’Italia in particolar modo ha conosciuto questo fenomeno in maniera più grave delle altre nazioni poiché non soltanto ha subito un’emigrazione “esterna” ma anche “interna” (Id., p. 223). Il risultato è sotto gli occhi di tutti, un nuovo nomadismo per nulla benefico che si chiama “turismo”: ogni anno circa sessanta milioni di persone «l’equivalente dell’intera popolazione del Mediterraneo nel 1600» (Id., p. 219) si spostano nei nostri litorali, nei nostri paesaggi in cerca di sole e divertimento.

«È davvero un’invasione pacifica, dunque, ma non innocente. Distrugge infatti siti e paesaggi, sfigurati dal lusso un po’ falso degli alberghi, degli immobili “fronte mare” e delle seconde case: per l’archeologo di domani, la sua traccia avrà tutte le caratteristiche di una conquista» (Id., p. 220).

Ecco la conclusione che la più parte degli storici condivide: «Da un’estremità all’altra del Mediterraneo il nostro secolo tende così a disfare, separare e distinguere quel che la storia aveva unito, giustapposto e fuso strettamente» (Id., p. 229).

Fernand Braudel
Il Mediterraneo
Lo spazio e la storia, gli uomini e la tradizione

(La Méditerranée, Flammarion, 1985)
Trad. di Elena De Angeli
Bompiani
Milano 1987
Pagine 282

Questa voce è stata pubblicata in Letture e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Il Mediterraneo

  1. Biuso scrive:

    È molto più che una recensione. Hai dato conto in maniera esemplare di un libro assai articolato e soprattutto di uno dei massimi risultati che la«scienza degli uomini nel tempo» (M.Bloch, Apologia della storia, Einaudi 1969, p. 56) è riuscita a conseguire.
    La storiografia di Braudel e delle Annales, infatti, è esattamente come tu la descrivi: un magnifico divenire degli eventi che si dispiega allo sguardo del lettore, disvelandone le permanenze e i cambiamenti, cogliendo l’identità e la differenza tra il tempo geografico, il tempo sociale e il tempo evenemenziale.
    Questo piccolo lago del mondo -il Mediterraneo- è all’origine delle lingue, delle culture, delle religioni, dei paradigmi che ancora dominano la storia.
    Alla comprensione della sua potenza Braudel ha dedicato l’intera vita. Sono certo che sarebbe stato contento di leggere il tuo testo.

     

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *