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Presentazione Dopo la notizia peggiore alle Stoai di Agrigento

 

Cosa narrare del mio breve soggiorno ad Agrigento? Volti, parole, cortesia, affetto, meraviglia. E mani. Tante mani da stringere con calore. La sala alle Stoai era piena. La gente anche in piedi. Non c’è da stupirsi. La mia Agrigento mi ha accolto con gioia grazie alla bella organizzazione di Roberta Tuttolomondo, agli amici che mi seguono, alla presenza di relatori d’eccezione: la Prof. Ines Testoni (Università degli studi di Padova), il Prof. Alberto Giovanni Biuso (Università degli studi di Catania), il Dr. Antonio Liotta (Ospedale “San Giovanni di Dio” di Agrigento).
Non era soltanto la presentazione di un libro ma credo molto di più, tant’è che abbiamo voluto nominare l’incontro Più forte della fine, affinché potesse essere chiaro sin dall’inizio che anche quella sera faceva parte del cammino di ricerca e di confronto per cogliere del nostro errare nel mondo l’autenticità più propria, in cui l’essere umano non è semplice presenza ma tempo incarnato e finito. Di questa fine come apertura abbiamo parlato il 17 dicembre; di questa morte tanto temuta persino nel linguaggio, combattuta come fosse la grande estranea, vissuta come un evento non nostro o nostro soltanto quando si spalanca la tragedia nell’orizzonte personale e intimo di ciascuno. Ne abbiamo parlato, il 17 dicembre, con la consapevolezza che questo modo di affrontare la tematica della morte non è soltanto la via per imparare la condivisione e la solidarietà con coloro che hanno avuto la notizia peggiore ma per aprirci a loro con l’atteggiamento dell’allievo che impara dal maestro, che si affida al dono del suo insegnamento sapendo che ne potrà trarre soltanto il beneficio di un’esistenza più autentica. Ne abbiamo parlato insomma coscienti che affrontare questo tema con lucidità e piena apertura è il criterio migliore per vivere e per esserci in modo più consapevole. Il Dr. Antonio Liotta, fondatore dell’Hospice ad Agrigento, ha dato testimonianza del dolore vissuto, portando l’esperienza di anni di quotidiano impegno «accanto, dentro, intorno al dolore totale», aprendo spazi di riflessione nuovi. Ha spiegato come la morte sia ancora vissuta come un tabù da lasciare a chi ne fa esperienza sia professionalmente sia esistenzialmente, quando l’evento tocca da vicino. E ha ricordato che ad Agrigento sebbene il vuoto riguardante un luogo di terapia del dolore sia stato colmato con la fondazione dell’Hospice, ancora rimane una carenza istituzionale relativa al sostegno ai familiari, che subito dopo vengono abbandonati come se il dolore finisse con la morte del congiunto sia essa traumatica sia attesa a causa della terminalità. La Prof. Ines Testoni, psicotanatologa, direttrice e fondatrice del Master Death studies and the end of life, nonché curatrice del testo “Dopo la notizia peggiore. Elaborazione del morire nella relazione”, partendo dalla prospettiva severiniana e riflettendo sul coraggio del pensare l’eternità, ha parlato della formazione di coloro che vivono a contatto con la morte. La curatela della Testoni ha avuto il pregio di riuscire a far dialogare diverse figure professionali, permettendo un discorso senza fratture, in cui i confini delle singole discipline sono divenuti mobili e valicabili. Pregio che ho voluto mettere in evidenza durante la moderazione degli interventi e che è risultato chiaro grazie alla presentazione del Prof. Alberto Giovanni Biuso che ha fatto emergere il fil rouge che attraversa tutti i contributi del saggio. Citando il Tristano e Isotta di Wagner, le cui note intessono il Prologo del film di Lars von Trier Melancholia (2011), Biuso ha spiegato che «all’ultima potente e terribile scena del film segue il silenzio. Non più una parola, non più un’immagine. E neppure una nota», aggiungendo che «Lars von Trier è riuscito a trasformare in immagini ciò che probabilmente prova chi sta sentendo avvicinarsi la fine. Il regista danese ha costruito un capolavoro che descrive la verità ultima delle cose e del mondo: questa verità è la morte». Biuso è entrato nel cuore dell’argomento evidenziando l’impoverimento subito dal concetto di morte, sempre vissuta come annichilimento dell’io, come male da combattere. Guarire dalla morte è la sfida che l’uomo contemporaneo persegue, lo scacco che costantemente la medicina subisce, il desiderio che l’essere umano coltiva di più. Tutto ciò impedisce di comprendere la naturalità dell’evento.
Eppure, si può aggiungere, il morire è nostro; ci fa vivere perché esso è proprio della vita che scorre permettendo l’apertura dell’è stato al non ancora. Senza questo è stato, insomma, non ci sarebbe alcun sarà. Morire è vivere. Quando non moriremo non vivremo più; quando non moriremo più si sarà giunti all’impossibilità di ogni altra possibilità. Sembra ovvio ma non lo è. Questa profonda e trasparente realtà non è pensata e per di più è costantemente elusa dal desiderio di volersi sentire a tutti costi eterni senza tener conto del rischio di spendere la propria vita in modo superficiale e incosciente. È la morte di chi amiamo a farci svegliare dal sonno di eternità che alberga in ciascuno e che è promosso da una cultura del visuale che ci ha messo i paraocchi e ci fa ritenere che la morte sia soltanto un concetto da tenere alla larga, quasi volgare, su cui tacere, da evitare persino linguisticamente, rinnegando questo scacco presente nella vita sin dal primo respiro con la presuntuosa convinzione che la morte sia sempre degli altri. Allontanare il pensiero dalla nostra finitezza significa allontanare da noi il senso dell’esistenza più autentica e del dono prezioso che è ogni respiro successivo. È stata Roberta Tuttolomondo a spiegarlo con la sua testimonianza di dolore e di passaggio dalla disperazione a una rinnovata speranza non fideistica ma concretamente realizzata con un’autentica apertura al mondo e alla cura di sé, che ha permesso a lei e alla sua famiglia non soltanto di sopravvivere all’evento traumatico della morte del figlio Francesco Tirone, a cui la serata era dedicata, ma soprattutto di vivere sereni nel convincimento che si muore soltanto quando si viene dimenticati. Non un’escatologica speranza, dunque, ma un amore per il presente in cui le tracce di chi è morto sono vive più che mai. La testimonianza di Roberta arrivava dopo l’intervento della brava attrice Anna Grazia Montalbano che ha letto la storia dell’esperienza della Tuttolomondo che racconto nel mio saggio Dentro, attraverso, oltre la finitudine. La sfida della consulenza filosofica, contenuto nel volume della Testoni e che qui riporto integralmente nella parte che si riferisce a Roberta. Un’ultima considerazione. Durante una serata come quella del 17 dicembre non avrebbe avuto nessun valore il dialogo da me moderato tra i relatori se non ci fosse stato un pubblico disponibile all’ascolto e consapevole che il tema affrontato necessitava di un’attenzione nuda dalle ovvietà che si dicono intorno a esso, a cominciare dal fatto che potesse essere stonato rispetto all’aria di allegria prenatalizia. Questo pubblico -silenzioso, commosso, partecipe, attento, numerosissimo- c’era e la potenza emotiva che emanava ha permesso di raggiungere vertici di confronto inaspettati. La mia Agrigento mi ha fatto un dono prezioso, mi ha ricordato che in un tempo che continua a vederla violata e violentata, la magnificenza di una parte del popolo –e ovviamente non mi riferisco esclusivamente a coloro che erano presenti- e degli dèi che ancora la abitano nelle sue rovine, nei suoi preziosi monumenti e nei suoi incantevoli paesaggi sono la vera speranza, il vero appiglio contro la disperazione che come voragine, come fauci fameliche aprono quegli uomini che operano credendosi eterni e che invece morendo lasciano come eredità ai loro stessi figli il lerciume della loro semplice presenza in questo mondo.

 

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4 risposte a Presentazione Dopo la notizia peggiore alle Stoai di Agrigento

  1. diegob scrive:

    argomento di enorme interesse

    ricordo anche il bel numero di «vita pensata» dove si tratta di queste tematiche

    ovviamente cara giusy tu ne sei a conoscenza, ma oso suggerire agli altri amici che leggono queste pagine il famosissimo storia della morte in occidente di p. ariès, dove certo il taglio è storico, ma emerge bene come in passato non vi fosse quella sorta di «vergogna» della morte, ma fosse un rito collettivo, non una festa, ma poco ci mancava

    il tema è immenso, eppure quotidiano, sembra quasi che la morte non ci appartenga più, sia una sorta di vergogna da nascondere, mentre, come dice con semplici, esatte, sapienti parole l’amico prof. b., va vissuta in modo naturale (fa un pò effetto dire «vivo» la morte, eppure è così)

     
  2. Il tema della morte è il tema della vita.
    Come architetto ho avuto occasione di affrontare questo tema nella progettazione cimiteriale e mi sono reso conto che l’atmosfera triste che circonda questo problema è frutto di uno status mentale a cui siamo abituati ed educati. Nell’architettura e quindi nei luoghi che essa circoscrive e discrimina nel mondo dei significati in cui siamo “gettati”, è evidente la differenza di concetti che derivano da diverse culture. Ci hanno inculcato la “paura della morte” per essere condizionati nella vita. Infatti la maggiore pressione che esercitano i poteri dittatoriali dichiarati o non dichiarati è la minaccia o l’esercizio della morte fisica (le guerre o l’omicidio) o mentale (la persuasione occulta od il condizionamento mentale a volte anche istituzionalizzato).
    Come architetto ho affrontato questo tema leggendo ed interpretando quelli che sono i comportamenti della gente nell’ambito cimiteriale, la volontà e la necessità di rivitalizzare i luoghi dedicati alla morte con la cultura dei fiori, con la ricerca del colore. La mia posizione culturale è stata quella di immergere gli spazi cimiteriali in una sinfonia di colori, di pensare alla città dei morti come alla città dei vivi. Questo non per parlare di architettura ma per esprimere la coscienza dell’aspetto strumentale di quello status mentale a cui siamo abituati, della morte come atto triste e drammatico. La morte è il compimento di un percorso nel quale ci hanno preceduto miliardi di uomini.
    Il problema non è la morte ma è quello di come si vive.

     
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