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Per un’epistemologia dell’architettura

 

Quale sia lo scopo della filosofia dell’architettura è difficile a definirsi. Diversi sono gli studiosi che ne stanno tentando –e ne hanno tentato- un approccio che metta in evidenza l’originarietà della tematica prima ancora di dar spiegazione della sua apparente originalità che sembra tale soltanto ai non addetti ai lavori. E questo perché siamo costitutivamente gettati in uno spazio architettonico. Nasciamo già pronti per abitarlo e per esserne abitati, anzi nessun uomo potrebbe essere-nel-mondo senza vivere all’interno di uno spazio architettonico. Da qui l’inutilità di una distinzione tra interno ed esterno architettonico, poiché di fatto siamo sempre dentro l’architettura, a cominciare dal pianeta che ci ospita e che per la nostra necessità di sopravvivenza abbiamo modificato nel corso di milioni di anni, rendendolo oggi altro rispetto a ieri. Basta guardare la Terra da un satellite per rendersi conto di quali modificazioni abbia prodotto la nostra specie con la sua attività costruttrice tesa non soltanto al riparo e alla protezione ma anche ad assecondare l’emergentismo culturale che è forse il risultato dell’interazione tra necessità di soddisfazione dei bisogni primari e la biologica memoria comportamentale. In tal modo l’opposizione natura-cultura è superata dalla naturale inevitabilità dell’attività dell’uomo rivolta alla sua sopravvivenza che, immagazzinata in dati sempre più complessi, è utilizzabile anche al di là dello scopo originario. Sulla base di questa premessa D’Agiout indaga la filosofia dell’architettura da un punto di vista scientifico sia antropologico sia fisico individuando tre frontiere della scienza rispetto all’architettura: quella di iscrivere il divenire architettonico nell’ambito della biosfera; di riconoscere nel suo processo generativo la sottesa logica quantistica; di considerare l’architettura nell’ambito delle scienze dure fondando di conseguenza una teoria dell’architettura.
Il testo di d’Agiout, per quanto breve, ha l’intensità di un manifesto programmatico, ben argomentato in ogni punto. A partire dalla struttura del saggio è possibile individuare la ragione dell’articolazione scientifica ideata dallo studioso con l’intento di creare dei prolegomeni a ogni filosofia dell’architettura futura. I due punti fondamentali –necessità di una teoria dell’architettura e definizione dei concetti- vengono analizzati attraverso proposizioni che giungono sin nel cuore del problema che ha avviato la ricerca. Sembra che nulla rimanga fuori, tanto da far pensare a un tractatus logico-filosofico della teoria architettonica. Il punto debole è forse l’evidente volontà dello studioso di approfondire o affrontare nello specifico alcuni punti in un lavoro successivo che in realtà non è ancora edito. Insomma, benché breve, la lettura del saggio impegna il lettore in modo assai intenso e proficuo con la necessità di tornare indietro continuamente per ritrovare il cammino logico e il significato delle singole mete raggiunte rispetto all’interezza del testo. Operazione non facile ma interessante e feconda.
Il presupposto è che l’architettura «si colloca a pieno diritto nell’ambito della “biosfera”: essa è la risposta degli organismi viventi ad uno stimolo derivante dal rapporto con l’ambiente naturale, con le condizioni vitali dell’ambiente naturale» (p. 7). Gli individui agiscono non soltanto passivamente per la soddisfazione dei propri bisogni ma anche attivamente ricreando un ambiente artificiale funzionale alla loro sopravvivenza. È infatti specifico dell’uomo l’essere progetto-gettato. Si tratta di una progettualità che non intende dimostrare alcuna libertà, è piuttosto a fondamento dell’abitare dell’uomo come soggetto gettato passivamente nel mondo e pur nonostante consapevole che scegliere una possibilità significa già non poterne scegliere altre: libero insomma di muoversi all’interno di un limite ontico inalienabile. L’attività, inscritta in questa progettualità innata, trasforma la dinamica stimolo-risposta in una più complessa produzione che è oggettivamente osservabile, ma soprattutto che è resa possibile dalla memoria comportamentale dell’individuo, una sorta di “apertura” predisposta nel suo apparato biologico che consente di attingere dati anche in assenza di una sollecitazione. Riprendendo Monod, d’Agiout chiama questa predisposizione, in linea con il discorso heideggeriano di esserci come progetto-gettato, prestazione teleonomica. E se la biosfera è dunque l’ambito primario e originario in cui è possibile decodificare l’attività architettonica, non minori sono le analogie «con il comportamento fisico della materia a scala microscopica» (p. 9). Nonostante l’architettura sia un discorso macroscopico nel suo processo generativo evidenzia una logica quantistica propria della «materia a scala microscopica». Essa infatti non è determinata soltanto da bisogni naturali ma anche culturali che mettono in campo uno stato o un’entità in cui sono ambedue ravvisabili. La diversità originaria e previsionale di queste due forme di bisogno consente soltanto un’informazione indeterminata dello stato dell’architettura, un’informazione massimale propria della fisica quantistica: «ogni indagine che cerchi di definire una delle due proprietà tende a rendere indeterminata l’altra» (p. 11). Sulla base di queste premesse che, come ho detto all’inizio, costituiscono due delle tre frontiere della scienza, d’Agiout ne individua un’altra. «Secondo un modo di pensare ancora vigente, esisterebbero due universi: quello delle cose umane (a cui apparterrebbe l’architettura) e quello delle realtà conoscibili dalla scienza» (p. 12). Eppure la conoscenza umana è un fenomeno che risponde alle leggi della natura. Iscrivere dunque la teoria architettonica nell’ambito delle scienze dure è la terza frontiera della scienza, ma per far ciò è necessario che l’architettura passi da disciplina “descrittivo-classificatoria” a teoria scientifica. D’Agiout spiega cosa dovrebbe intendersi per teoria “valida”: un discorso che sia in grado di prevedere, di classificare, di adempiere a funzioni, di ipotizzare, di inferire. Nella teoria dell’architettura il fattore probabilistico –e non quello deterministico- giocherebbe un ruolo chiave. Non basta però. D’Agiuot ritiene che una teoria non può essere valida –e dunque falsificabile e dunque scientifica- se non possiede un grado di comprensività basato su un’economia dei mezzi concettuali necessaria alla semplificazione della sua logica interna. È per tale motivo che lo studioso passa alla costruzione di tutto l’apparato concettuale possibile di una teoria dell’architettura, senza inventarsi nulla -sia chiaro- piuttosto istituendo un linguaggio adeguato agli eventi già dati o ai pre-dati già immagazzinati. È per questo che nel testo usa spesso una metafora linguistica: quella dell’alfabeto, delle parole e del discorso. Innanzitutto per lo studioso una teoria dell’architettura dovrebbe mirare a un’unificazione sistematica e «a condurre nello stesso corpo teorico le due componenti fondamentali che sono alla base di essa: la componente derivante dai bisogni naturali e quella derivante dai bisogni culturali» (p. 16). I due apparati concettuali fondamentali sono: le unità significative (2.1) dell’architettura, ovvero quegli elementi, quei tipi architettonici riconoscibili e comunicabili, e le procedure (2.2) architettoniche attraverso le quali si possono prevedere le trasformazioni che la messa in atto di un processo architettonico può determinare. Componenti delle unità significative sono i corpi concettuali: quello descrittivo e quello normativo. Partendo dalla metafora dell’alfabeto potremmo dire che i concetti descrittivi nella loro declinazione in concetti primitivi e derivati corrispondono i primi alle lettere dell’alfabeto i secondi alle parole. Le lettere sono rappresentate dagli elementi primordiali dell’architettura –lo spazio primario (non inteso qui alla maniera di Carlo de Carli ma come luogo immediato e originario di riparo per l’uomo) e l’accesso a questo spazio- da cui si generano le parole e le proposizioni ovvero «le strutture cellulari elementari, i tipi fondanti dell’architettura: la casa, il tempio, il teatro, …» (p. 20). I concetti derivati sono dunque questi tipi architettonici o unità significative di secondo livello «connotanti la soddisfazione dei bisogni spaziali di relazione dei gruppi sociali» (Ibidem), suddivisibili in tipi edilizi (casa isolata, reggia, chiesa, teatro, etc) e in tipi urbani (strada, piazza, parco). I concetti normativi o regole di comportamento costituiscono «l’aspetto procedurale attuativo» (p. 21) della teoria architettonica: le proposizioni che si costruiscono o si può prevedere di costruire sulla base dell’analisi dei tipi. Per un altro verso essi sono gli obiettivi concettuali del progetto -senza i quali sarebbe vuoto o privo di senso- che costituisce l’orizzonte previsionale in base al quale si dà vita a una procedura architettonica. Un primo gruppo di concetti normativi riguarda la conservazione, il recupero e la rivitalizzazione, mentre il secondo gruppo è identificabile in una sola categoria denominabile sviluppo urbano.
La conservazione è un mantenimento dei tipi con «l’esclusione delle “parti urbane” che, in quanto tali ed essendo il prodotto di processi complessi, rifiutano la possibilità di essere fissate nel tempo e nella storia» (p. 22). Il recupero è il «trasferimento storico dei “tipi”» (Ibidem) classificabile in tre momenti: il primo è il riconoscimento delle parole, «delle tipologie come fattori del tessuto urbano» (p. 23); il secondo è l’analisi del valore delle parole -fuor di metafora dei tipi– rispetto al discorso poiché «le scelte devono rendere conto non solo al singolo evento, anche se qualificato, ma anche al complesso ed alla concatenazione degli eventi costituenti il tessuto urbano» (p. 22); il terzo momento riguarda «l’ammodernamento ambientale e l’adeguamento tecnologico» (ibidem) nel rispetto delle tipologie. La rivitalizzazione è invece la gestione dell’insieme degli interventi per ridare nuova vita a una parte urbana nel contesto di un centro storico o di una città.
Mentre nel primo gruppo di concetti tutte le operazioni tendono al mantenimento dei tipi, il concetto di sviluppo urbano prevede invece che la tipologia rinnovi il suo campo connotativo per adattarsi al tempo e alla storia. Nella città sono dunque presenti due volti: uno è quello che fa riferimento alla storia sedimentata e l’altro che riguarda le evoluzioni socioculturali.
Lettere (gli elementi), parole (i tipi) e proposizioni (rivitalizzazione e rinnovamento) costituiscono la sintassi del discorso architettonico che permette di costruire un apparato previsionale ed esplicativo di determinati fenomeni.
Come può non venire in mente Wittgenstein?

Non lasciarti confondere dal fatto che i linguaggi (2) e (8) consistono esclusivamente di ordini. Se vuoi dire che, per questo, non sono completi, chiediti se sia completo il nostro linguaggio; – se lo fosse prima che venissero incorporati in esso il simbolismo della chimica e la notazione del calcolo infinitesimale; questi infatti sono, per così dire, i sobborghi del nostro linguaggio.  (E quante case o strade ci vogliono perché una città cominci ad essere città?)  Il nostro linguaggio può essere considerato come una vecchia città: Un dedalo di stradine e di piazze, di case vecchie e nuove, e di case con parti aggiunte in tempi diversi; e il tutto circondato da una rete di nuovi sobborghi con strade diritte e regolari, e case uniformi. (Ricerche filosofiche, Parte prima, § 18).

D’Agiout passa in ultimo all’analisi delle procedure che rendono possibile una previsione sugli effetti dell’azione architettonica già realizzata o da realizzare. È  qui che rientra la complessità della delineazione progettuale che dunque deve partire da un’analisi tipologica che possa portare a un progetto. Il concetto di progetto è oggi da ridefinire tenendo conto della realtà virtuale dei nostri tempi che lo ha trasformato in «un fenomeno dove la linea e il punto non hanno più senso, se non in una fase meramente tecnico-costruttiva, dove la luce, il colore e le tessiture sono le componenti elementari della rappresentazione del progetto e dove il tempo è finalmente un componente attivo della percezione» (p. 27). Insomma, oggi il progetto è architettura esso stesso tanto da determinare una nuova coppia che sostituisce quella progetto-architettura: architettura virtuale e reale. Il rischio è però in agguato: un’uniformità di modelli virtuali che non tengono più conto del contesto umano. È necessario per questo un calcolo progettuale che definisca delle ipotesi che possano essere verificabili sia formalmente sia empiricamente.
Stabilito dunque l’apparato concettuale che costituisce i mezzi per una teoria dell’architettura con le sue relative regole di inferenza (analisi tipologica e calcolo previsionale), appare alla fine lo schema intero di unificazione sistematica che tiene conto dei due bisogni umani –naturale e culturale- e manifesta la sua potenzialità conoscitiva.
La necessità di una teoria dell’architettura nasce dall’importanza di una funzione normativa che determini un controllo oggettivo nell’attuale trasformazione architettonica in cui è ormai chiaro il rischio che la volontà dei singoli sia ininfluente e che le decisioni siano soltanto condizionate da scelte politiche, economiche e di profitto.

«Ed è per contrapporsi a questa metamorfosi asservita, pena l’annullamento della Storia delle Città con le loro trasformazioni in “Città virtuali” del consumo, che bisogna costruire le strategie di una cultura scientifica degli interventi urbani e dell’architettura come derivato di una cultura della “Città della Storia”» (p. 30).

Guglielo Thomas d’Agiout
Filosofia dell’architettura.
Prolegomeni per un’epistemologia dell’architettura

SWIF- Sito Web Italiano per la Filosofi
Formato PDF – 2006
Indirizzo web: http://lgxserve.ciseca.uniba.it/lei/biblioteca/cxc/public/d/dagiout1.pdf
Pagine 34

 

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