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Un disonesto non è nulla

 

Il nulla non esiste se non come forma dell’essere. Questo ho imparato dalla filosofia. Però ancora non esisteva il web, quando Parmenide aveva fondato l’ontologia. Adesso invece che c’è il web è comparso anche il nulla. Come ogni strumento infatti la Rete non è né buona né cattiva ma è l’uso che se ne fa a essere giudicabile. Mai avrei pensato, sinceramente, che fosse in grado di creare il nulla! Su che cosa e su chi agisce il nulla? Per logica non può agire sugli enti. L’avete mai sentito uno che sta male perché non ha nulla? O uno che fa l’evasore di nulla? C’è soltanto un tipo di nulla che dà fastidio alle orecchie. Se chiedete al vostro compagno/a, che ha il broncio, che cosa abbia e lui/lei vi risponde che non ha nulla, vi arrabbiate. Non è vero? E perché vi arrabbiate? Non perché non abbia nulla ma proprio per il contrario: perché c’è “qualcosa” che non va.
Adesso io voglio discutere proprio su questo tipo di nulla che infastidisce pur rimanendo nulla assoluto. So bene che sto correndo il rischio di parlare del nulla sprecando il mio tempo e quello dei miei lettori e, soprattutto, di pubblicizzare l’avanzata del nulla con una critica che potrebbe promuoverla. D’altronde se il nulla non c’è, se se ne parla diventa qualcosa. E questa sarebbe una promozione ontologica del tutto inaccettabile. Comunque, corro il rischio perché quando la vergogna raggiunge lo scandalo la mia indignazione diventa furore. Come può il nulla avere effetto sulla gente? È di questo mistero che voglio parlare stasera. Ieri il tg1 di stato, che io pago pur non guardandolo, ha dato la notizia di un sito contro gli evasori. Il signore che ha messo su questo website si dichiara professore universitario. Potrei dire che è una bravo cittadino che vuol disvelare l’immondizia che si raccoglie dietro le quinte del nostro paese di pavidi. Eh, no, cari signori. Il professore universitario “francescano” è anonimo. Lo fa per il bene collettivo. Ma che cosa fa? Nulla. Non fa assolutamente nulla. Invita i cittadini a rimanere anonimi e a indicare ipotetiche cifre evase da altri anonimi cittadini. Poi come se si trattasse di una raccolta di fondi per un ente benefico indica l’ammontare che si è evaso. Quando io ho guardato eravamo a 40 milioni di euro. Nulla insomma. Eh, sì, nulla. Perché se anche avesse un fondo di verità, capite bene che non si sono tolti all’erario 40 milioni di euro ma soltanto una parte percentuale del tutto inconsistente rispetto ai miliardi di euro che evadono le grandi holding o che non si riscuotono con de-cretini ad hoc. Ma un grande effetto l’ha ottenuto. Dovreste vedere come litigano su quel sito. Il professore universitario -che professore universitario non è perché non ha nome e dunque non esiste- parla del nulla, costruisce il nulla, ipotizza il nulla, epperò è un nulla che ha effetto sulla gente. Ottiene un risultato: mettere i lavoratori l’uno contro l’altro. Per non parlare poi dell’idea tirannica di costruire un sito che è la copia malfatta (questa è infatti anonima) di un sistema che risale al VI a.C.: l’ostracismo. Neppure allora giustificabile. Ma credo che la cosa più simpatica in assoluto sia la pubblicità che il professore universitario inesistente, che promuove inesistenti accusatori contro inesistenti colpevoli, si fa sul suo sito con o tramite google. E che pubblicità (cliccate sull’immagine in basso e guardate bene a destra il rettangolo in rosso)! Per di più tra le parole chiave non c’è neppure una volta citata una Holding, una banca, una grande impresa.

Comunque, oggi ho avuto la dimostrazione matematica che per agire a favore dello stato nello Stato, per distrarci dai veri nemici -banche, speculazione finanziaria e legami massonici (Bilderberg, Trilateral, etc)-, per istigare alla guerra civile, non ci vuole proprio nulla. E per finire posso finalmente dar ragione a Parmenide: il nulla non esiste e se esiste è un disonesto senza patente. Neppure multabile, dunque. Diciamo il paradigma degli evasori.

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Una risposta a Un disonesto non è nulla

  1. Biuso scrive:

    Cara Giusy,
    tu scrivi giustamente che in quel sito privato e anonimo “tra le parole chiave non c’è neppure una volta citata una Holding, una banca, una grande impresa”.
    Sul Fatto quotidiano del 16.12.2011 un articolo di Marco Travaglio ti dà ragione, evidenziando quanto massiccia e grave sia l’evasione fiscale attuata dalle grandi banche. Il titolo è: Evasori? No, pacifisti. Per chi non è abbonato l’articolo non è più leggibile sul sito del giornale Lo riporto dunque per intero.

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    Intesa San Paolo, la prima banca italiana, ha appena versato al fisco 270 milioni di euro più interessi: a tanto ammontavano le imposte evase contestate dall’Agenzia delle Entrate fra il 2005 e il 2007. Lo stesso han fatto di recente i principali istituti di credito: Montepaschi (260 milioni), Bpm (170), Credem (53,4), Unicredit (99, che però non chiudono il contenzioso, visto che il fisco le contesta altri 444,6 milioni). In totale nel 2011 i banchieri evasori hanno scucito 1 miliardo di tasse non pagate, ovviamente dopo essere stati beccati. La notizia è clamorosa, in qualunque altro paese campeggerebbe sulle prime pagine dei giornali e nei titoli dei tg. Tanto più che Intesa San Paolo è al governo, con tre suoi papaveri ministri (Corrado Passera, ex-Ad, ed Elsa Fornero, ex vicepresidente del Consiglio di sorveglianza) o viceministri (Mario Ciaccia, ex Ad e Dg di Biis, gruppo Intesa). Invece il Corriere l’ha confinata a pagina 47, con un titolo alla vaselina (“Intesa fa pace con il Fisco per 270 milioni”) che solo un decrittatore di codici segreti riuscirebbe a collegare all’evasione, parola proibita e mai pronunciata. Le parole, diceva Moretti, sono importanti: se l’Agenzia delle Entrate contesta una somma evasa a un contribuente, non è detto che abbia ragione lei: potrebbe avere ragione lui. Ma se lui paga una somma a sei zeri, non c’è dubbio che aveva torto lui. Soprattutto se lui è una banca quotata in Borsa, con un preciso obbligo verso clienti e azionisti: non gettare centinaia di milioni. Specie in tempi di scarsa liquidità che hanno appena costretto lo Stato, tramite il governo di Larga Intesa, a garantire per le banche in caso di insolvenza. Fa sorridere la nota di Intesa che rivendica “la correttezza del proprio o p e ra t o ” e spiega di aver pagato “solo in ragione dell’inopportunità di contenziosi lunghi e onerosi”. Non scherziamo: se uno ritiene di aver pagato tutte le tasse, non scuce 270 milioni per evitare un contenzioso che, per lungo e oneroso che sia, sarà sempre meno pesante di un quarto di miliardo. La nota di Intesa ricorda quella degli imputati che patteggiano anni di galera per corruzione o stupro e poi dicono: sono innocente, ma ho preferito evitare un lungo processo. Se sai di essere innocente, non patteggi: ti difendi. Anche perché, quando la notizia esce, nessuno crederà mai alla barzelletta dell’innocente che concorda col giudice 3-4 anni di galera. Per le grandi evasioni, invece, la notizia di solito non esce. E, se esce, si fa in modo che non si capisca (anche perché di solito l’evasore è editore di giornali o amico loro: Intesa possiede il 5% del Corriere). L’evasore potente e famoso non “restituisce il maltolto”: “Fa pace col fisco”. Come se scoprire che uno evade significasse dichiarargli guerra. Basta digitare su google le paroline in dolce stilnovo “pace col fisco” per trovare decine di Vip feriti sul fronte bellico del Fisco guerrafondaio e costretti, povere animucce candide, a “fare la pace”.
    “Mps fa pace con il Fisco per 260 milioni”, “Coppola fa pace col Fisco: verserà 200 milioni”, “Va l e n t i n o Rossi e il fisco, pace da 20 milioni”, “Capirossi fa pace col fisco per 12 milioni”, “Fisichella fa pace col fisco. Accertamento per 17,2 milioni, il campione di F1 ne verserà 3,8”. Già, perché questi bei tomi ottengono pure forti sconti sulle tasse evase. Come se uno prendesse una multa da 100 euro e dicesse al vigile: “Facciamo la pace, gliene do 20 e ossequi alla s i g n o ra ”. O uno rapinasse 100 milioni in banca e, una volta beccato, tornasse indietro: “Facciamo la pace, oggi mi sento buono, ve ne restituisco 20 e un bacio sopra” e i giornali titolassero “Rapinatore fa pace con la banca”. Ecco perché nessun governo fa mai una seria lotta all’evasione, né potrà farla il governo dei tecnici, cioè dei banchieri: l’evasione è nel Dna delle nostre classi dirigenti e intellettuali. In America chi evade 100 dollari finisce dentro e quando esce diventa un paria. Da noi vige la regola classista di Trilussa: “La serva è ladra, la padrona è cleptomane ”. Il poveraccio che evade è un evasore, il Vip è un pacifista.
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