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more craft more design

 

La mostra, dedicata ad Annibale Oste, artista napoletano scomparso nel 2010, è stata allestita dal Prof. Claudio Gambardella, in occasione del Ravello Festival 2011, nel chiostro inferiore della villa Rufolo.
Sin dall’entrata, le Bocche di luce, in fiberglass, rivelano la sua attitudine alla scultura e al design, offrendo un ragguardevole esempio del fenomeno che Filippo Alison e Renato De Fusco hanno definito arti design. Si tratta, secondo Claudio Gambardella, come è scritto nel saggio riportato all’interno del catalogo della mostra, di «…un genere ‘terzo’ –- rispetto a due fenomeni colti in una loro profonda metamorfosi che allontana il primo, dalla seconda metà dell’800 in poi, dalla produzione dei secoli precedenti e l’altro dal modello definito negli anni ‘20 e ’30…» (C. Gambardella [a cura di], More craft more design, Arte’m, Napoli 2011, p. 17). La mostra è introdotta dall’opera di Studio Azzurro Nodi del Mediterraneo che precede la visione spaziale, tattile ed estetica, di mobili, cassettiere, librerie, poltrone, portagioie, maniglie, vasi, sottopiatti e sculture-contenitori. Il visitatore può agevolmente scegliere attraverso un touchscreen tra i video realizzati in Italia, Libia, Marocco, Francia, Siria, Grecia. Insomma, realtà mediterranee in cui la materia si coniuga al suono dell’artificio umano che la lavora, producendo una melodia che ogni visitatore non potrà che trovare magica. Il suono dell’artigianato e l’armonia prodotta dalla poiesis si aprono all’immaginario quando, declinati in musica da Giorgio Battistelli nell’opera Experimentum Mundi, è possibile ascoltare e vedere il concerto per sedici artigiani nel video della sala successiva. Preamboli, questi, che accompagnano per mano lo spettatore/visitatore all’arte di Oste, al suo percorso esistenziale che ne ha fatto un magnifico artefice. E un altro monitor con un video dedicato ad Annibale Oste – arti designer ha permesso di cogliere la misura del suo lavoro e la cura con cui la mostra è stata allestita da Gambardella. L’ultima sala -in cui le opere esposte lasciano non soltanto sognare ma anche riannodare i fili della decodifica all’intera opera di Oste, alla quale le stanze precedenti indirizzano pur lasciando spazio a più percorsi ermeneutici – è preceduta da una parete di “pensieri materici” del grande designer che proprio per questo è stata associata dal curatore al portato concettuale delle Wunderkammer.
Infine lo scrigno, dopo il breve corridoio della parete anzidetta: la sala di mobili e oggetti di Annibale Oste. Non è un caso che la prima opera che compare, proprio di fronte al magnifico bassorilievo, Uccellini uccellacci, in ceramica smaltata, sia proprio un souvenir-scrigno in tarsia lignea di Sorrento. Artificio e natura si sposano senza scontri nell’artidesign di Oste, in una perfetta compenetrazione di sensi e valori. Quando l’una tace, l’altro parla per tutt’e due in segni, forme, colori e immagini. È l’arte più vicina all’essenza dell’essere culturale che siamo e che non dimentica l’intimo rapporto con la terra, nell’utopica -ma non per questo non perseguibile- volontà di mirare al “modello climax” di Rifkin o alla “post-crescita” evocata da Giampaolo Fabris come «una possibile soluzione ai guasti imposti dalla crescita indiscriminata» (Ivi, p. 11).
Il gesto umano e quotidiano è catturato, riprodotto negli oggetti che diventano “nostri” in un modo così naturale da rasentare l’animistico. Per questo parlano e dicono di noi e ci ricordano che l’artificio non è contro il naturale se contro non lo si costruisce.

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