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Valzer con Bashir

 

È settembre. Il 1982. Siamo in Libano. I cristiani maroniti controllano il sud del Paese e sono alleati con gli israeliani che a loro volta lo sono degli USA; il nord del Libano è filo-siriano, musulmano e sostiene ed è sostenuto dall’OLP. A giugno le Forze di Difesa Israeliane avevano invaso il Paese in risposta agli attacchi dell’OLP in Galilea, assediando Beirut dove si trovavano 15.000 combattenti palestinesi. Dopo lunghe trattative i guerriglieri dell’OLP lasciano ad agosto i campi profughi di Sabra e Shatila, a ovest di Beirut. Arafat si è assicurato che le forze multinazionali proteggano i civili rimasti nei campi. I contingenti americani, francesi e italiani arrivano sul luogo, presto andranno via però. Il 14 settembre il presidente libanese Barish Gemayel, neoeletto e figlio del fondatore della fazione estremista dell’esercito maronita –i falangisti-, viene assassinato. Due giorni dopo Sharon, ministro della difesa israeliano, affermando che nei campi profughi sono ancora presenti 2000 guerriglieri palestinesi –notizia consapevolmente falsa-, dà ordine alle FDI di assediare Sabra e Shatila mentre le truppe dei cristiano falangisti –come vendetta per l’uccisione di Gemayel- entrano nei campi. La strage sta per iniziare. Durerà tre giorni: dal 16 al 18 settembre. Sotto lo sguardo attento degli israeliani, posti con i carri armati tutt’intorno ai campi per impedire la fuga di chicchessia, i falangisti massacrano donne, bambini, anziani, giovani uomini –tutti-. Mutilazioni, torture, supplizi, sevizie, crudeltà e assassinii senza sosta, mentre Ariel Sharon dorme beato. Un giornalista israeliano, Ron Ben Yishai, lo chiama al telefono nel cuore della notte per informarlo della strage: «I informed the then minister of defence, Ariel Sharon, of an alleged massacre being committed by Christian Lebanese militias in the Palestinian refugee camps»1. Sharon non si scompone minimamente e ritorna a dormire. Il totale dei morti fa parte ovviamente di stime sempre approssimate e tendenziose, come se la quantità determini il livello di ferocia: 400, 800, 1000, 3000, 3500? Nessuno ha pagato per tanta crudeltà.
Waltz with Bashir
è stato realizzato come cartone animato. Le scene procedono con un ritmo quasi flemmatico come possono essere certe immagini mnestiche più lente del pensiero che corre e cerca di ricostruire i fatti vissuti. Il protagonista principale del film è il regista Ari Folman, ex combattente dell’esercito israeliano. La sceneggiatura è costruita attraverso un espediente che consente di narrare gli eventi a partire da quanto vissuto da chi era presente: Ari non riesce a ricordare i fatti che lo videro coinvolto nel massacro. Una rimozione voluta per sopravvivere al trauma. Incontra vecchi commilitoni, amici, reduci, veterani e giornalisti. Lentamente i ricordi riaffiorano e con essi la tragedia. Il senso di colpa ha attivato il meccanismo di difesa della rimozione. Lui, insieme con gli altri, lanciava i bengala per illuminare a giorno i campi e permettere ai falangisti di perpetrare il massacro anche di notte. Senza sosta. Lui, insieme con gli altri, aveva asserragliato i campi con un lungo muro di carri armati per impedire a chiunque di trovare scampo. A conclusione del film ricorda ogni cosa. Rimane incerto se si sia perdonato. Sorge il dubbio però, guardando il film, che Ari Folman abbia cercato piuttosto una giustificazione all’azione compiuta dagli israeliani: le FDI non c’entrano, non avevano capito quello che stava accadendo nei campi profughi.
Lo shock dello spettatore arriva alla fine. Alle immagini cartonate si sostituiscono quelle reali. Corpi ammassati, donne che urlano per il dolore della perdita, bambini smembrati. Un film che sicuramente accenna a un risveglio delle coscienze, ma rimane esplicito anche il tentativo, come si diceva, di dimostrare l’inconsapevolezza della FDI di quanto stessero compiendo i cristiano-falangisti durante l’assedio. Troppa vicinanza per poter credere a una tale ipotesi; troppo forniti di strumenti per poterci convincere che non vedessero.
Niente può giustificare una crudeltà tanto ineffabile. La vendetta è semplicemente disgustosa. Non ci sono guerre giuste ma solo morte ingiusta. Quella naturale è propria di ogni ente, temerla è umano. Quella innaturale è propria dell’umano, la cui crudeltà supera qualunque stato di cose naturali. Nessuna difesa è possibile. Non serve neanche la memoria. Si pensi a Nanchino; si pensi a My Lai; si pensi agli armeni; si pensi ai cambogiani; si pensi agli ebrei, si pensi ai gulag. Una lista che potrebbe continuare ancora a lungo fino a far perdere il confine tra carnefici e vittime. Gli unici innocenti riconoscibili, tutti veramente uguali -al di là della nazionalità, al di là della religione, al di là dell’ideologia, al di là di qualsiasi motivo politico- sono loro: i bambini. La morte innaturale di ognuno di loro è l’assassinio della speranza. Meritiamo che la Natura ci vomiti all’inferno. E non sarà una vendetta perché la stiamo armando noi. È questione di tempo perché del Tempo siamo la vergogna.

1Sophie Morris (interview by), Question Time: Ron Ben-Yishai, The Independent, monday, 17 november 2008.

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