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Urla del silenzio

 

The Killing fields (1984) è il primo film del regista inglese Roland Joffé approdato al cinema dalla televisione. È una storia vera. Sidney Schanberg, fotoreporter americano, viene inviato a Phnom Penh dal New York Times. È in corso la guerra civile tra le truppe governative di Lon Nol e i khmer rossi (comunisti maoisti) di Pol Pot. Presenti anche gli americani (dal 1972 al 1975) che tentano di stanare i rifugiati nordvietnamiti (è in corso la Guerra del Vietnam) impedendo -anche con attacchi aerei contro la popolazione civile- che ricevano aiuti dai cambogiani. Sidney, arrivato in città, conosce Dith Pran che diventerà la sua guida e il suo interprete sino al giorno in cui lascerà la Cambogia. Il forte legame amicale che si consolida tra i due spinge Schanberg, quando comprende che presto gli americani abbandoneranno il Paese al suo destino, a trovare il modo per far fuggire in America la moglie e i tre figli di Pran. Non vi riesce con lo stesso Pran però che è costretto a rimanere a Phnom Penh. Imprigionato e tradotto in un campo di sterminio, è costretto a lavori massacranti, a continue torture e ad assistere all’uccisione di molti prigionieri. È ormai iniziata la feroce dittatura comunista di Pol Pot. Il nuovo nome della Cambogia è Kampuchea Democratica, ma di democratico ha soltanto il nome.
Il 17 aprile 1975 i Khmer rossi erano entrati a Phnom Penh, accolti da una popolazione festante che credeva di assistere quel giorno alla fine della guerra civile e non all’inizio di un massacro. In quattro anni un terzo dei cambogiani verrà barbaramente ucciso: circa due milioni di persone. Intanto è il 1976, Schanberg ha cercato di rintracciare l’amico Pran in tutti i modi ma senza alcun risultato. Il giornalista vince il premio Pulitzer per il coraggio dimostrato durante i suoi reportage in Cambogia, ma Sidney non riesce a gioirne per il forte senso di colpa nei confronti di Dith Pran che avrebbe dovuto obbligare a fuggire in America il giorno in cui la famiglia era partita, anziché accettare egoisticamente la decisione dell’amico di rimanere a Phnom Penh accanto a lui. Nel frattempo Pran cerca di sopravvivere facendosi credere un povero ignorante. Pol Pot e i suoi accoliti ritenevano che l’umanità dovesse tornare allo stato di natura e dunque ricominciare dall’anno zero cancellando ogni espressione culturale e civile preesistente. Tutti coloro che possedevano qualcosa o che sapevano qualcosa –anche soltanto leggere e scrivere o parlare o comprendere una lingua straniera- venivano prima obbligati a chiedere perdono e a confessare il loro “crimine”, poi torturati, mutilati e quindi barbaramente uccisi. Persino la famiglia non doveva esistere e con essa nessuna memoria, tanto che convincevano i bambini ad accusare i propri genitori.
Pran tenta di fuggire una prima volta ma viene catturato e torturato. Una seconda fuga gli permette di rendersi conto dell’enormità dell’eccidio passando attraverso un campo sterminato tracimante di cadaveri e pezzi di cadaveri. Risultato degli eccidi compiuti in quelli che lui stesso definirà killing fields. La salvezza tarda a giungere, verrà nuovamente catturato da un altro gruppo di khmer rossi. Nel 1979 Pran finalmente riesce a scappare di nuovo e attraversando la foresta raggiunge un rifugio thailandese. Schanberg si precipita da lui non appena informato dell’arrivo dell’amico. Si rincontrano dopo quasi quattro anni.
Un film sincero e vero, ma mai quanto la realtà. E questo non è un demerito, piuttosto aiuta a diffondere la memoria degli eventi non allontanando lo spettatore sensibile. Chi ha studiato la storia della Cambogia; chi ha visto le fotografie di Ennio Iacobucci e del vietnamita Ho Van Tay; chi ha guardato le foto dei prigionieri della S-21; chi ha ascoltato le interviste a Duch (Kan Kek Lew) –il macellaio di Phnom Penh- e a Pol Pot; chi si è soffermato sui disegni di Vann Nath, uno dei sette sopravvissuti dei 17/20.000 prigionieri della S-21; chi insomma ha avuto la forza di entrare davvero dentro questa storia aberrante sa che se si fosse resa in modo esplicito la tragica crudeltà di quella realtà inconcepibile quasi nessuno sarebbe andato al cinema.
L’attore che interpreta Dith Pran è Haing S. Ngor, un ginecologo cambogiano sopravvissuto al regime di Pol Pot. Haing, nei killing fileds, aveva perso la moglie. Pur non essendo un professionista ha ricevuto nel 1985 un Oscar come miglior attore non protagonista, evento rarissimo. Nel 1996 è stato ucciso da tre malviventi che tentavano di rapinarlo. In realtà durante il processo a Duch (Kang Kek Lew), il direttore della prigione S-21, questi pare abbia ammesso che l’omicidio di Haing Ngor fosse stato commissionato dai khmer rossi.

“È vero, Haing è stato eliminato per una vendetta. Non gli perdonavano la sua interpretazione nel film”. E non solo per quello. Il dottore, dopo il successo ad Hollywood, si era impegnato in prima persona nel raccontare le sofferenze patite dalla Cambogia sotto i khmer. […] Per gli ex esponenti della dittatura le testimonianze di Haing erano intollerabili. “Più volte gli avevo detto di essere più prudente, di mantenere un profilo basso”, ha ricordato uno dei cugini del medico. Non era servito a nulla. Haing aveva continuato la sua campagna di denuncia con grande coraggio e andava fiero di quello che era riuscito a fare interpretando il ruolo di Dith Pran. (O. Guido, La morte dell’attore premio Oscar fu una vendetta dei khmer rossi, Corriere della Sera, 22 gennaio 2010, pagina 19)

Un ultimo accenno alla fotografia di questo film realizzata da Chris Menges: semplicemente eccezionale.

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