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La donna che canta

 

Jeanne e Simon sono i figli gemelli di Nawal Marwan, una libanese cristiana. Il film si apre con la lettura del testamento della donna. È il notaio Lebel –datore di lavoro di Nawal e amico di famiglia- l’esecutore testamentario. La richiesta della defunta è inconsueta: chiede ai figli di cercare il fratello e il padre –a loro sconosciuti- e di consegnare una lettera a ciascuno, soltanto dopo Jeanne e Simon potranno darle degna sepoltura e far incidere sulla lapide il suo nome. I gemelli non sapevano dell’esistenza di un fratello e non avevano mai avuto notizie del padre. Jeanne è una matematica. La sua logica l’aiuterà a venire a capo del mistero, ma sarà Simon, prima riluttante alla ricerca -per rabbia nei confronti della madre che a un certo punto dell’esistenza si era chiusa definitivamente in un mutismo incomprensibile-, a scoprire che «uno più uno può fare uno». Il film procede alternando le vicende del passato di Nawal alle ricerche nel presente della figlia, sullo sfondo di un Libano scosso trent’anni prima dalla guerra civile e ancor’oggi mortificato da una mentalità asservita a una morale inaccettabile. Le donne del villaggio di Nawal diranno a Jeanne che la madre ha disonorato la famiglia. La storia invece la vede tragicamente vittima e responsabile di un omicidio politico che nella realtà è stato commesso da un gruppo di filo-siriani e che ha innescato la ferocia vendicativa dei falangisti nel tragico settembre del 1982.
La vicenda di Nawal inizia negli anni Settanta quando i suoi fratelli uccidono il compagno di lei, di cui era incinta, poiché musulmano. La nonna era riuscita a salvarla dalla ferocia dei familiari pur ritenendola, nel solco delle ragioni bieche della società in cui vivevano, colpevole di aver macchiato l’onore della famiglia.
Il neonato, subito dopo il parto, le viene tolto. La nonna, per consentirle un giorno di riconoscerlo, incide sul calcagno del bimbo tre segni di forma circolare. Nawal, nel suo addio disperato al figlio, giura e gli giura che un giorno lo ritroverà. Non sarà così, quando riesce ad andare all’orfanatrofio di Kfar Kout, dove pare si trovi il bambino, scopre che i musulmani hanno tradotto altrove gli orfanelli. Non riuscirà più a trovarlo. Assiste impotente al massacro di molte persone da parte dei maroniti e in un’occasione si salva mostrando il crocifisso che sempre porta al collo, ma lo sguardo di una madre e della sua figlioletta terrorizzata, che vengono barbaramente uccise di fronte a lei, fuga gli ultimi dubbi: decide di parteggiare per i rivoluzionari musulmani. Si fa assumere, come tutrice del figlio, da Barish Gemayel, leader dei maroniti e figlio del fondatore dei falangisti. E quando ha ormai ottenuto la fiducia della famiglia riesce a uccidere Gemayel. Sconterà 15 anni di galera, senza mai piegarsi ai suoi aguzzini, sottoposta a ogni forma di tortura compresa la violenza carnale da parte di Abu Tarek, il più spietato tra i torturatori. E di lui rimarrà incinta partorendo due bambini. Nella prigione tutti la conoscono come “la donna che canta” poiché sopporta le sevizie e le urla delle altre prigioniere cantando.
L’omicidio di Barish Gemayel è una “piccola” modifica alla realtà storica che rende però ancora più ingiustificabile –se già non bastasse la verità dei tragici fatti di Sabra e Shatila- le ragioni che precedono il massacro, a dimostrazione che la vendetta non ferma le stragi ma le moltiplica geometricamente: 1° settembre del 1976, massacro di Qarantina di circa 1500 civili musulmani da parte dei cristiani maroniti; 20 gennaio 1976, massacro di Damour di circa 500 civili cristiani da parte dell’OLP; 14 settembre 1982, assassinio di Barish Gemayel da parte dei filo-siriani; 16-18 settembre del 1982, strage di Sabra e Shatila di un numero imprecisato di civili che supera i tremila da parte dei falangisti.
A conclusione del film gli occhi terrorizzati delle vittime si sono ficcati dentro l’animo come pali appuntiti. Il mutismo che colpisce come un sasso stordente Nawan -quando uscendo dall’acqua scorge sul piede di un uomo a bordo piscina i tre antichi segni- diviene il mutismo riflessivo dello spettatore. La finzione si mescola alla realtà dei fatti e rende l’effetto filmico ancora più potente. Il Libano è stato teatro di una guerra fratricida che rientra nel complesso conflitto israelo-palestinese. E chi si confronta con la guerra, comodamente seduto in poltrona, non può che provare vergogna per il genere umano e per se stesso. E tutto sempre nel nome di dio.

 

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2 risposte a La donna che canta

  1. diego scrive:

    la vendetta non ferma le stragi ma le moltiplica geometricamente

    questo è sicuramente vero, ma temo che volte le spirali dell’odio siano incombenti e superiori ad ogni ragionevolezza, specie per generazioni «cresciute» nel dolore e nel conflitto

    su quel piccolo «senso di colpa» dello spettatore comodamente seduto, direi che è una sensazione che ricorre di fronte a certe storie, ma tutto sommato, è meglio che qualcuno abbia voglia di raccontarle e qualcun altro, magari semplicemente comoprando il biglietto al cinema, permetta che siano narrate

    sulla questione se si possa «chiudere» una vicenda di vendette, magari anche sapendo di non aver «pareggiato i conti», io credo che sia possibile, senza però mielosi richiami al perdono, ma semplicemente invocando la ragionevolezza del cercare di vivere in pace: la pace, alla fine «conviene» sempre

     
  2. Giusy Randazzo scrive:

    La pace alla fine “conviene” sempre. Ben detto, Diego, ben detto.
    Grazie per i tuoi -sempre ottimi- commenti.
    Un caro saluto,
    gr
    PS
    E grazie anche per i consigli che mi hai dato per il docx (sai di che parlo). Pare stiano funzionando.

     

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