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Ascensore per il patibolo

 

Si amano, ma Florence è moglie di Carala un uomo ricco e potente. Decidono di ucciderlo. Un piano semplice e perfetto. Qualcosa va storto. Una corda dimenticata da andare a riprendere e Julien Tavernier, l’amante, rimane chiuso nell’ascensore sino all’indomani. Quando uscirà scoprirà di essere ricercato dalla polizia, ma non per l’omicidio di Carala, piuttosto per quello di una coppia di coniugi tedeschi, uccisi durante la notte da Louis, un giovane scapestrato, che si è spacciato per lui dopo avergli rubato la macchina con la complicità della sua ragazza, Véronique. Florence, che ha girovagato tutta la notte in cerca di Julien, vuole salvarlo. Nel frattempo il commissario scopre la macchina fotografica che i due giovani ladri e assassini avevano sottratto a Julien. Le fotografie parlano. Dicono la verità. È Louis ad aver ucciso i coniugi, ma raccontano anche dell’amore di Florence e Julien e del loro delitto quasi perfetto.
La trama è scontata. Prevedibile la logica del thriller, già dal momento in cui Julien dimentica la corda. Un errore che notano anche i bambini guardando il film. Come può un uomo tanto determinato, tanto lucido nell’azione, a cui in nessun momento trema la mano, rimorde la coscienza, si offuscano le idee, dimenticare una corda? Un oggetto così evidentemente visibile? E vada per la corda, ma il resto è macchinoso, forzatamente geometrico. I colpi di scena lo sono più per gli spettatori che per i personaggi, che sembrano subire soltanto piccole emozioni e riprendersi come se nulla fosse, pur dicendo altro con le parole. I due giovani ladri -Georges Poujouly (Louis) e Yori Bertin (Véronique)- rasentano quasi il comico quando, comprendendo ciò che hanno fatto e presi dalla paura, tentano il suicidio. Julien -Maurice Ronet- chiuso in ascensore sembra aspettare l’autobus, magari un po’ impaziente. I sussulti di Florence non sono mai abbastanza scioccanti da farle cambiare espressione. Eppure la musica di Miles Davis incanta e fa rimanere incatenati sia allo schermo sia al volto della bella Jeanne Moreau. Non ci si spiega per quale motivo si continui a tifare per i due amanti, assassini nel film e attori impassibili nella realtà. Sembra ingiusto che Tavernier sia accusato per l’omicidio dei due coniugi tedeschi. Ma è comunque un assassino. La prospettiva, però, che assume lo spettatore è quella di Florence. Non è infatti un film corale, pur sembrandolo. Al di sopra del daffare di tutti i personaggi spicca Florence, la cui passeggiata notturna per le strade di Parigi è ritmata dal jazz di Davis che come uno scalpellino incide il volto della donna nei pensieri di ognuno mentre lei incede con movenze da diva. Il regista fa il resto. Le carrellate all’indietro e laterali della cinepresa sulla sua figura ci spingono ad assumere il punto di vista di Florence. Pur se il soggetto del film lascia un po’ perplessi e gli attori troppo rigidi, il regista –Louis Malle- salva il suo lavoro, potenziandone il risultato. È il musicista però a compiere il vero miracolo: creare una trama nella trama, ermeneuticamente rilevante. Così il film finisce per raccontare davvero dell’amore, della libertà e della prigionia dell’amore, di Eros e di Thanatos, gemelli identici. E lo spettatore si ritrova: assassino e amante pure lui. Il censore che ci alberga nulla può contro la musica liberatrice che ci spinge nel fondo sacro della folie à deux. La finzione filmica diviene così più vera della realtà che è invece più vicina ai due giovani, il cui amore non convince e non appassiona, immaturo come loro. Persino la fotografia entra di diritto nell’intimità della verità, liberandosi dai vincoli di semplice mimesi del reale, perché non soltanto permette di scoprire i colpevoli ma disvela, facendosi narrazione del nascosto: in tutti i sensi.

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