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Madri clandestine

 

Una donna. Sola. Sul palco. Ha parlato ininterrottamente per quasi un’ora. Ha raccontato di sé e mentre lo faceva diveniva un’altra donna e poi un’altra ancora. E ancora. Ancora. Ogni frase un lampo che assieme alle altre apriva alla tempesta che investe certe vite, chiedendo di rinascere di nuovo. Emilia Marasco, autrice del testo, le ha portate alla luce; Carla Peirolero -che ha recitato l’intenso monologo nella parte di Nunzia- ha narrato la loro esistenza, l’ha incarnata. Tutte donne nate una seconda volta. Scaraventate su un palcoscenico sconosciuto e costrette a ritrovare la loro parte. Da sole. Perché si nasce da soli la seconda volta. Nunzia è un’infermiera “zitella” che fa volontariato in un centro di prima accoglienza a Lampedusa. La sua famiglia ha conosciuto l’emigrazione. A tredici anni ha imparato a cucire e come ogni ragazza del sud anche lei ha ricevuto la coperta realizzata dalle mani laboriose della nonna. Con la sua macchina a pedale, avuta in eredità, sta cucendo una trapunta per Sofia, una bimba volontariamente abbandonata dalla mamma nigeriana, appena giunta col barcone sulle sponde dell’isola, per assicurarle un avvenire. Una bimba che Nunzia avrebbe voluto tenere con sé almeno per qualche tempo, in affido, ma che è stata data subito in adozione. E mentre cuce racconta. Diviene Danya, madre albanese, la cui figlia diciassettenne è arrivata clandestina in Italia senza il suo consenso, aiutata da un delinquente che l’ha trasformata in una donna che Danya non conosce e che ora sta nella stanza accanto a insultare le forze dell’ordine che l’hanno arrestata. E poi diventa Lin, madre cinese di una bimba mai nata, costretta ad abortire al quarto mese perché incinta di una femmina. E poi Anna, madre adottiva genovese, che dal viaggio in Cambogia è ritornata con sua figlia, una bambina di cinque anni venduta dalla donna che l’ha messa al mondo. E poi Zora, madre algerina, costretta a non vedere più la figlia Fatma e ripudiata dal marito perché posava per gli allievi di un’accademia d’arte a volte senza chador e con i piedi nudi dipinti di henné: rapita, picchiata e sfregiata per aver osato tanto. E infine Nunzia arriva ad Agrigento dove incontra una mamma con il suo neonato. Un breve dialogo e Nunzia capisce che gli occhioni che scrutano il mondo dal passeggino sono quelli di Sofia, la bimba che lei aveva raccolto appena arrivata col barcone insieme con la mamma dopo il lungo viaggio di speranza, di morte, di abbandono, di esilio. Il cerchio si chiude. La coperta è per lei. Il patchwork, fatto di tutti gli scampoli di stoffa multietnici che appena poggiati sul corpo trasformavano Nunzia in ogni esistenza narrata, è per Sofia. Sarà la sua eredità di donna come quella che Nunzia aveva ricevuto dalla nonna. Sofia è il punto di unione, la trama di senso intessuta sapientemente da Emilia Marasco e rappresentata magnificamente da Carla Peirolero. Sofia –la saggezza- è l’unico nome per tutte le donne che hanno creato, dato forma, intriso di verità, cantato le vite narrate. Questo è il filo rosso attraverso cui leggere la meravigliosa pièce teatrale, semplicemente geometrica. E il coro multietnico è ancora una volta un modo per ritrovare l’unità nella diversità, l’unum in diversis, l’universale attraverso il quale leggere il mondo, abitarlo, costruirlo superando il soggettivismo. Voci diverse nello stile, nel tono, nella melodia e tutte insieme armoniche, catartiche, femmine, vere, gioiose, commoventi. Il pubblico ha raggiunto un grado di coinvolgimento che raramente ho visto: ha cantato, ha battuto il tempo con le mani, ha gridato il proprio apprezzamento, ha sorriso, ha incarnato il senso. Solidarietà è sentirsi uno insieme con gli altri; è avvertirsi uno insieme col bambino che ci abita. Nunzia ne è il simbolo; il coro la cornice che accorda il molteplice in un sentire unico. Il pubblico è divenuto parte del quadro e ha visto: dolore vero e rinascita gioiosa.

 

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2 risposte a Madri clandestine

  1. Paolina Campo scrive:

    Non so come ringraziarla per questo testo che mi ha profondamente emozionata.
    L’ho letto e riletto tante volte.
    In quegli “occhioni che scrutano il mondo”, ho visto il mondo tutto al femminile che riesce a sentire dentro la drammaticità dell’ essere donne in un mondo troppo spesso ostile. Un mondo in cui ogni donna, ogni situazione femminile al plurale o al singolare, è madre di “Sofia”. Grazie.

     
  2. Giusy Randazzo scrive:

    Sono io che ringrazio lei per quanto ha scritto e la ringrazio anche per il commento sul sito del Prof. Alberto Biuso a cui, appena mi sarà possibile, risponderò.
    Il testo di Emilia Marasco e la rappresentazione di Carla Peirolero sono davvero paradigmatici non soltanto dell’esistenza al femminile ma anche del sentire femminile che, pur nelle differenze culturali e sociali, è unico in tutti i significati possibili.
    Grazie ancora.
    Un caro saluto,
    g

     

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