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Non credo ma soprattutto credo

 

Qualche tempo fa ero un’agrigentina. Ora sono senza terra. La terra. Ce l’ho sotto i piedi. Non è la mia, però.
Sono andata via per vivere e per far vivere i miei figli in un modo migliore. Eppure sono orgogliosa della mia sicilianità, della storia che filogeneticamente io stessa incarno. Sono fiera dei miei templi e dei miei dèi. Sono piena di rispetto per i miei avi. Sono onorata di essere concittadina di Pirandello. Sono rispettosa delle mie tradizioni. Non basta però per accettare il resto. I grandi del passato ci hanno reso eredi di un regno che noi abbiamo ridotto a uno spazio disincarnato.
Bisogna leggere la storia per capire. Studiare. Conoscere. Non basta parlare, bisogna comprendere fino in fondo dove siamo arrivati, come ci siamo arrivati. Puntare l’indice è “cosa nostra”, puntarcelo contro “non è cosa nostra”. Partire da noi significa spogliarci della presunzione; avere il coraggio di ammettere di esserci sbagliati, di dover azzerare le scelte compiute inconsapevolmente, quando credevamo che dare il voto all’amico era soltanto un piccolo favore e non una picconata alla gloria di Akragas. Questo è il risultato dei nostri politici, a cominciare da Crispi che dopo esser divenuto presidente del consiglio proclamò lo stato d’assedio in Sicilia. Nella sua terra. E noi ancora lo onoriamo. Da noi, la destra e la sinistra non esistono se non come bacini di voti. I partiti e i politici -i nostri politici- hanno tutti dimostrato di voler male alla nostra terra. Il danno l’abbiamo compiuto noi, perché siamo stati noi a votarli.
Abbiamo all’incirca quindici politici che ci rappresentano tra ARS e Parlamento (credo sia l’unico caso in Italia, considerando il numero di abitanti) e sono tutti agrigentini o del territorio di Agrigento.
Noi li abbiamo messi lì ad amministrarci. Noi, con i nostri voti di scambio e di appartenenza. Noi che sconosciamo il voto di opinione. E pur se sono tanti, i nostri palazzi crollano, l’acqua corrente continua a essere una chimera, le strade sono uno sfacelo, le autostrade inesistenti, i collegamenti ferroviari un disastro, gli imbrogli all’ordine del giorno. Dobbiamo piangere per quello che abbiamo fatto. Sentirci profondamente responsabili. Dobbiamo puntare l’indice contro di noi e non permettere più a nessuno di strumentalizzarci. Dobbiamo chiedere perdono al primo lontano ecista che ha permesso che la nostra terra divenisse Magna e poi a Filino, Carcino, Dinoloco, Polo, Empedocle, Acrone, Pirandello, Hardcastle e a tutti coloro che hanno onorato la nostra terra; dobbiamo inginocchiarci di fronte a Borsellino, a Falcone e a tutti gli eroi che rappresentano e che hanno versato il sangue per la nostra liberazione. Dobbiamo imparare a meritare l’affrancamento che volevano per noi.
Non credo a chi dice di credere che sia l’uomo a fare la differenza e non il partito al quale è iscritto o che sostiene, perché sa benissimo di dirlo soltanto per compiacere qualche amico o tenersi le porte aperte in ogni direzione. Non credo nei nostri politici, non credo nei partiti politici. Non credo nella destra e non credo nella sinistra. Non credo negli asini che dicono sì al padrone perché l’ha detto lui. Non credo in chi non conosce la storia di tutti gli “ismi” che hanno devastato il mondo. Non credo in chi non conosce la storia del proprio Paese e vuole guidare il popolo. Non credo in chi scrive male e pensa male. Non credo in chi si dichiara buono. Non credo nei parolai e non credo in chi ha tempo da perdere.
Credo nella persona. Credo nella polis. Credo nella Costituzione della Repubblica Italiana. Credo nell’onestà. Credo nella giustizia.
Credo che da Agrigento scapperanno ancora molti altri agrigentini. Credo che ho fatto bene ad andarmene. L’Agrigento migliore si chiama Akragas, si chiama Girgenti e io me la porto nel cuore.

Il treno dell’emigrante
di Gianni Rodari

Non è grossa, non è pesante
la valigia dell’emigrante…
C’è un po’ di terra del mio villaggio
per non restare solo in viaggio…
Un vestito, un pane, un frutto,
e questo è tutto.
Ma il cuore no, non l’ho portato:
nella valigia non c’è entrato.
Troppa pena aveva a partire,
oltre il mare non vuol venire.
Lui resta, fedele come un cane,
nella terra che non mi dà pane:
un piccolo campo, proprio lassù…
ma il treno corre: non si vede più.

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