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Pagliacci

 

A Genova l’orchestra del Teatro Carlo Felice è senza dubbio un fiore all’occhiello della città. In occasione della messa in scena dei Pagliacci di Leoncavallo con la regia di Franco Zeffirelli hanno dimostrato di essere dei musicisti straordinari. Per dare il respiro a un recitativo cantato di tale livello, a una scenografia architettonicamente spettacolare come questa, a colori e luci, che rendevano magica l’atmosfera, era necessaria una grande orchestra. E grande è stata. Il melodramma di Leoncavallo ha emozionato sino al punto da generare le vertigini.
La trama è nota. Arrivano in un paesino della Calabria dei commedianti che daranno luogo a una rappresentazione comica. Canio è il capocomico della compagnia. Nedda, la moglie, nella commedia vestirà i panni di Colombina mentre il marito quelli di Pagliaccio. La storia che metteranno in scena in chiave comica avrà come tema principale il tradimento di Colombina che innamorata di Arlecchino intende lasciare il marito, per l’appunto Pagliaccio. La finzione però diviene reale nella vita. Nedda ha una relazione segreta con Silvio, ma verrà scoperta da Canio grazie a Tonio che, invaghitosi della donna, al rifiuto di questa, si vendica informando il capocomico della relazione della moglie. Durante il secondo atto ha luogo la rappresentazione della commedia, annunciata precedentemente al pubblico del paesino. La sofferenza di Canio, per le vicende personali, ha il sopravvento. Mentre Nedda crede ancora di recitare, Pagliaccio invece rappresenta se stesso e il suo dolore. Dalla finzione si passa alla realtà di fronte a un pubblico sempre meno ignaro e più consapevole che Pagliaccio non sta recitando più. Canio/Pagliaccio chiede ripetutamente alla moglie chi sia il suo amante brandendo un coltello, ma Colombina/Nedda non intende rivelarlo. Il marito disperato la uccide. Silvio, che stava assistendo alla rappresentazione, cerca di salvare Nedda. Pagliaccio comprende che l’amante è proprio lui e con la stessa arma lo uccide.
A conclusione del primo atto l’orecchiabile aria Ridi pagliaccio, magistralmente cantata dal tenore Antonello Palombi, ha generato l’incanto, provocando autentica gioia.
All’apertura del sipario dopo l’ascolto del Prologo –cha già anticipava la meraviglia del prosieguo- si è aperto davanti agli spettatori un mondo: il paese calabrese di Montalto riprodotto con maestria da Zeffirelli che ha attualizzato un’opera dell’Ottocento dimostrando l’eternità di certa arte.
La soprano Maite Alberola –Nedda- e il baritono Domenico Balzani –Silvio- hanno eseguito un duetto brillante e pieno di pathos. Non meno coinvolgente è stata la scena precedente in cui Juan Pons –Tonio, ma anche Prologo- ha espresso per Nedda dapprima il suo amore e in seguito il suo risentimento con capacità drammatiche notevoli e una voce che difficilmente si dimentica. Un ultimo accenno al popolo che animava la scena. Molto più di un centinaio di persone stavano sul palco. L’abilità del regista forse trova la sua cifra proprio in questo pubblico numeroso che avrebbe potuto generare confusione mentre invece si muoveva con armonia, lasciando che la correlazione tra finzione e realtà, come era negli intenti di Leoncavallo, emergesse nella sua trasparente specularità.

[Una versione più ampia di questa recensione uscirà sul numero 11 di Vita pensata]

 

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