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Operetta in nero

 

Nanni Balestrini nel libretto di scena avvertiva lo spettatore: «quando entrerete nel teatro, superata la biglietteria e il guardaroba, quando entrerete nella sala non vi troverete di fronte un palcoscenico chiuso dal suo bravo sipario, ma qualcosa di inaspettato che non vi sto a dire per non sciuparvi la sorpresa. E non sarà che l’inizio di quello a cui state per andare incontro»1.
Effettivamente il sipario era già aperto e gli attori in posa. Bravissimi nella loro immobilità quasi sconcertante, a tal punto che qualcuno si è chiesto se fossero reali o statue. Noi spettatori, disorientati da quell’intimità esposta al nostro rumore e assunto il rischio già presente in quella liquefatta separatezza tra finzione e realtà, abbiamo assistito e ascoltato, abbiamo visto e ci siamo visti, abbiamo sentito e ci siamo sentiti, ma al termine abbiamo gioito perché la riflessione è stata feconda e ha partorito la speranza di poter ancora agire per evitare la catastrofe o per accoglierla consapevoli. Sì, perché siamo all’indomani della fine del mondo: un’Apocalisse annunciata e involontariamente voluta. Sulla terra sono rimasti soltanto due uomini –il Generale e Bolla- e la loro ombra malefica –Mephisto. Il Generale, il brillante Federico Vanni, racconta la sua storia, la sua parte in quello sterminio, il lavoro svolto con cura «per trasformare tutto in merda». Loro -i burattinai del Sistema- hanno costruito il consenso «sempre sulla soglia del senso di colpa», inventando il nemico -il diverso- che è la cosa più compassionevole che si possa fare, altrimenti si finisce con l’odiare se stessi; esportando la pace; trasformando la conoscenza in comunicazione e la cultura in intrattenimento –con tanti rasserenanti culi e un po’ di pazienza. E ricorda l’ultima guerra trasmessa alla televisione, che andava in onda come se fosse un film, tra una pubblicità e un’altra, tra un pannolino e un detersivo, con un bel logo fisso sullo schermo. E Mefisto entra e canta del logos trasformato in logo: «dal logos al logo». È la superba Helga Davis il Diavolo che ancora una volta, come nel Faust di Goethe o ne Il maestro e Margherita di Bulgakov,  rappresenta «quella forza che vuole costantemente il Male e opera costantemente il Bene»2: «Io mi son parte di quella possanza che vuole continuamente il male, e continuamente produce il bene»3. La potenza della sua voce arriva energicamente alle orecchie e rimane nel cuore dopo aver operato il miracolo proprio della musica: permettere all’uomo di sospendere il principium individuationis e innalzarsi a soggetto del conoscere puro e liberato da «ogni sofferenza del volere e dell’individualità»4. Le parole della Davis penetrano con una forza erotica che, accompagnata dalla sensualità dei suoi gesti lenti e decisi, si fa melodia e ritmo e armonia.
Il mondo è azzerato, i superstiti sono divenuti antropofagi, ma ben educati, e sono morti tutti. Il Generale racconta e Bolla –interpretato efficacemente dal bravo Vito Saccinto, che a tratti fa sorridere e a tratti spinge alla compassione- è lì, ascolta, intrappolato nel presente, senza un passato e senza un futuro, ripete senza capire e parla di rimozione forzata della lotta di classe. S’illumina il Generale, perché ricorda che proprio la lotta di classe era l’obiettivo del suo lavoro: la lotta di classe rovesciando le classi. E così all’epoca del mondo i ricchi facevano i trasandati e la grande massa vestiva bene ostentando un benessere finto: in realtà era soltanto serva dei potenti. E Mefisto canta di nuovo, rammentando che è l’ombra dell’anima sporca dell’uomo, che presto smetterà di comunicare anche con se stesso. Questo diavolo sensuale si erge inquietante dietro il Generale e Bolla, passeggiando su un asse che si protende sul palcoscenico. Ed è sempre radicale ciò che dice, persino crudele e crudo.
Il testo, riuscitissimo, è stato scritto, in collaborazione con Luca Ragagnin, da Andrea Liberovici e, da lui stesso, musicato e messo in scena. Grazie a Sandro Sussi, i giochi di luce e di ombre sono da considerarsi i veri altri protagonisti principali di quest’opera. Donano senso alla riflessione ma anche maestosità alla scenografia davvero ben realizzata da Lucia Goj. Come immagini incorporate si fanno poesia e insieme alla musica e alla parola costruiscono la magia di questo spettacolo: opera d’arte totale.

Note
1
N. Balestrini, Istruzioni per gli incauti spettatori, Libretto di scena, p. 3.
2
La frase citata dal Faust si trova in epigrafe a Il maestro e Margherita.
3
J. W. Goethe, Faust, (Trad. it. G. Scalvini e G. Gazzino), Le Monnier, Firenze 1857, p. 78.
4A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, Libro III, cap. 43, Bompiani, Milano 2006, p. 435.

[Una versione più ampia di questa recensione apparirà sul numero di aprile di Vita pensata]

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2 risposte a Operetta in nero

  1. rosa angela scrive:

    Visto lo spettacolo. Sicuramente ben portato avanti dagli attori. La drammaturgia mi ricordava i film “Apocalypse now” e “The day after” ma il tutto condensava nello spettatore profonde riflessioni sul rischio relativo all’uso delle nuove tecnologie, delle nuove economie, dei disastri ambientali. Attuale, ma con il rischio di divenire talvolta didascalico. Sicuramente “SCURA” e per questo realistica la scenografia ed adatta ad un’OPERETTA IN NERO. Potente ed emotiva la voce cantante.
    Rosangela

     
  2. Giusy Randazzo scrive:

    Cara Rosangela, grazie del tuo commento. Sei una persona molto attenta e sensibile all’arte. Spero di rileggerti ancora sul mio sito.

     

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