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L’amore è una pianta da giardino

 

Emilia Marasco ne La memoria impossibile racconta la sua storia, quella di una mamma che, pur avendo già un figlio biologico, Andrea, decide di adottarne altri due, Tilahun e Zenebech, di origine etiope. Arrivano in Italia quando sono ancora piccoli, 4 e 5 anni, ma già in grado di riferire memorie, anche sconvolgenti, che Emilia conserva gelosamente, consapevole che presto dimenticheranno linguaggio ed eventi, pur se le vicende traumatiche della vita infantile rimarranno come segno indelebile in fondo allo sguardo.
Mi si permetta una piccola digressione. In Sicilia c’è una pianta erbacea che fiorisce in primavera1. Fa dei fiori a forma di farfalla con due colori prevalenti, il rosa e il viola, ed è profumatissima. Piccina, io mi incantavo di fronte a essa, quando avevo occasione di ammirarla, tanto che mia madre decise di piantarne dei semi nel nostro giardino. Ho aspettato paziente di veder comparire dalla terra i primi ciuffi, osservando mia madre che se ne prendeva cura, poi l’ho vista crescere, farsi più alta e infine in primavera sono comparsi i fiori. Un giorno di settembre mentre sfogliavo il mio diario nuovo trovai una frase: «L’amore è un’erba spontanea, non una pianta da giardino»2. Pensai che questo saggio uomo, che credeva di aver trovato la verità dell’amore, non avesse mai sperimentato la gioia di far divenire pianta da giardino un’erba spontanea e di quanta cura peraltro necessitasse. Oggi so che quello scrittore era Ippolito Nievo, ma sono ancora dell’avviso, nonostante l’efficacia retorica della frase, che avesse torto. Il testo di Emilia Marasco lo dimostra ampiamente con un linguaggio adeguato alla difficoltà del territorio indagato: quello delle emozioni più originarie dell’animo umano di cui l’amore è disvelatore. È il linguaggio del pensiero puro che si origina da un fondo tumultuoso di sentimenti. Speculare al travaglio della partoriente, al travaglio della maternità; ritmato da momenti dolorosi e felici insieme, che si presentano nella forma di scene indipendenti l’una dall’altra, ma che nell’intero generano l’armonia; scandito da un denominatore comune, una melodia che ci fa dono alla fine di una preziosa memoria: la storia vera di Emilia e dei suoi tre figli.

«L’adozione è gestazione lunghissima e parto laborioso, un tempo dilatato che sembra interminabile» (p. 12).

L’amore è, sì, un accadimento la cui potenza ineguagliabile ci travolge, ma è determinato da condizioni che necessitano di un terreno fertile, fecondo, e della successiva dedizione e cura, che non sono mai avvertite sotto il segno dell’obbligo. Per questa ragione la realtà dell’amore si trasforma in un tale desiderio di dare che alla fine assume l’aspetto di erba spontanea, mentre invece è una pianta da giardino.

«Ha atteso tre anni l’arrivo del fratellino [Andrea, ndr] […]. Sento il suo sconforto […]. Lo stesso sconforto aveva assalito anche me quando avevo visto la fotografia di Tilahun per la prima volta. […] Quando Andrea è uscito da me e l’ostetrica me lo ha mostrato, insieme alla tenerezza ho provato una sensazione vaga di sgomento, sembrava diverso da come lo avevo immaginato anche se era difficile ricostruire una fisionomia che non era reale, apparteneva alla fantasia e già era cancellata da quella reale. In un attimo mi sembrò di non averlo immaginato altro che com’era. Guardavo e riguardavo la fotografia di Tilahun e mi accadeva la stessa cosa, passavano i giorni e mi sembrava non tanto di attenderlo ma che me lo avessero sottratto, sentivo un vuoto che somigliava stranamente alla nostalgia» (pp. 12- 13).

Emilia Marasco ci insegna di più, ricordandoci quanto migliori ci renda l’amore genuino e che non chiede, che non si aspetta di ricevere la stessa cura in cambio ma che protende piuttosto i suoi rami verso il domani alimentandosi sempre della bevanda salutare del dare.

«Definisce se stessa (Zenebech, ndr) una donna così piccola non una bambina, chissà da quanto tempo non è più una bambina […]. Non potrò mai risarcirla per l’infanzia che le è stata rubata. La vita va sempre avanti, non si può tornare indietro anche solo di pochi passi; a cinque anni Zenebech è una donna piccola, non una bambina, nel corso del suo sviluppo non dovrò mai dimenticarmi di questa sottile, raffinata distinzione che lei stessa ha suggerito» (pp. 75-76).

Leggendo il testo si ha come la sensazione che la scrittrice genovese abbia colto la radice comune di ogni tipo di amore che fa della sofferenza, della gioia, del rimpianto, del successo dell’altro, la propria sofferenza, la propria gioia, il proprio rimpianto, il proprio successo. Al punto che di fronte agli eventi negativi subiti da chi si ama, si genera in noi una rabbia tale che ci fa sentire vittime dirette. Emilia Marasco descrive molto bene questa sensazione, che si traduce in chi legge in un’emozione coglibile nel concreto poiché è originata da una delle realtà più indegne di certi esseri viventi che solo per necessità di distinzione chiamiamo umani: il razzismo.

«Gli autobus sono gli ambienti in cui si incrociano gli sguardi più ostili, la mezza frase, il commento non richiesto, la domanda sorniona. A Genova, uno dei peggiori è il 35. Tilahun si arrabbia meno di me, a volte mi nasconde qualche episodio perché conosce le mie reazioni indignate anche eccessive, lui dice: “Io non ci faccio caso”. Io, invece, non voglio smettere di indignarmi» (p. 92).

E alla fine della lettura si comprende, per quanto questo non fosse l’obiettivo, che cosa l’amore dà: la gioia dello sguardo di chi amiamo mentre ci guarda; l’abbraccio che avvolgendoci dice molto di più di un semplice incontro di corpi; la sensazione impalpabile di felicità che giunge quando si condivide il tempo; l’emozione di sapersi migliori arricchiti del sentimento dell’altro.

Note
1
È nota come “pisello odoroso”, il suo nome scientifico è Lathyrus odoratus.
2
I. Nievo, Le confessioni di un ottuagenario, Vol. 1, Le Monnier, Firenze 1867, p. 391.

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2 risposte a L’amore è una pianta da giardino

  1. maria celauro scrive:

    Sai come mi sento quando ti leggo? Un violino adagiato su di un tavolo, poi arriva un bravo accordatore e da quella che credevi una cosa vibrano deliziose armonie che toccano il cuore, lo carezzano, lo cullano, sei una pittrice quando scrivi, ma sono solo di parte! Sono solo la tua mamma.

     
  2. Giusy Randazzo scrive:

    Sì, effettivamente un po’ di parte lo sei, ammettiamolo. Anche tu, però, sei la dimostrazione che quanto dico sull’amore è molto vicino alla verità.

     

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