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L’eterno Liolà della Valle

 

Essere attori può voler dire poco in certi casi, anche quando si è bravi. È una professione che nell’immaginario collettivo rimanda all’apparenza, alla finzione e nel linguaggio ordinario approda persino a un’accezione dispregiativa che riguarda una certa mistificazione della realtà. È questa la ragione per cui dire che Pippo Montalbano era un attore non è abbastanza. È necessario allargare l’orizzonte e spiegare a chi non lo conosceva che in questo caso una vita dedicata soprattutto al teatro non si può separare dall’amore per la famiglia, per gli amici e per la propria città. Si trasforma in un impegno fecondo e polivoco che moltiplica i suoi effetti a più livelli: sociale, culturale, umano. Pippo Montalbano non viveva di teatro o di cinema. Per scelta. Avrebbe potuto giungere a una notorietà molto più ampia, ma non ha voluto perché non avrebbe mai rinunciato alla libertà di esser se stesso, di rappresentare sulla scena ciò che voleva, di continuare a vivere l’amore per la sua arte come immagine speculare dell’amore per la sua famiglia, di farsi interprete del mondo che voleva narrare, che voleva cambiare, che voleva esaltare. Per tale motivo i ruoli che ha scelto di accettare nei film sono tutti socialmente significativi, seri, profondamente legati alla sua volontà di dire di più, di andare oltre le battute e farsi portatore di valori universali. Da buon siciliano sapeva cosa combattere, sapeva in che cosa credere e sapeva a quale realtà mirare: la libertà dalla delinquenza e dalla prigionia della mafia, per esempio. E non è possibile operare una scelta etica di tal sorta semplicemente con il linguaggio verbale, il quale fallisce la sua missione quando si fa pura retorica tendente alla persuasione come certo politichese. Se si vuol seminare nell’animo umano, se si vuol mirare a un cambiamento radicale, è necessario parlare con l’intera corporeità. Il vero attore, colui che fa della finzione una ricapitolazione della realtà, colui che zooma sui particolari sfuggiti o dimenticati o non compresi, sa che per farsi soggetto di comunicazione è necessario un coinvolgimento totale, sa che è necessario incarnare il messaggio. Pippo Montalbano era questo attore. In quanto agrigentino sentiva il profondo legame con Pirandello, della cui opera si è fatto interprete autentico, a tal punto che chi ha avuto la fortuna di vederlo sul palco non può non associare il suo volto, il suo corpo e la sua voce a molti dei personaggi dello scrittore. Si aveva quasi la sensazione quando lo si ascoltava recitare che Pirandello, per quanto impossibile potesse essere, avesse costruito il personaggio pensando a Pippo Montalbano come interprete. È questo il motivo per cui è ricordato da tutti come l’eterno Liolà della Valle.
Agrigento è una città difficile, estremamente contraddittoria, ma è anche un luogo che configura uno spazio magico reso tale non soltanto dalla storia gloriosa dell’antichità ma anche dagli uomini illustri che l’hanno narrato e di cui ha partorito l’ingegno. È un dovere dunque per ogni agrigentino proteggere la memoria di chi ha alimentato la gloria della città, soprattutto in questo tempo in cui sembra essere rovinosamente e irreversibilmente scivolata nella decadenza. L’esempio di certi uomini non può che offrire un paradigma esistenziale che, nel caso di Pippo Montalbano, è senza dubbio la dimostrazione che la scelta di vivere in questa terra, di non rinunciarvi, di non dovere cambiare le proprie abitudini, il proprio stile di vita, il proprio linguaggio, di poter rimanere nei luoghi natii, curandosi della propria famiglia, del proprio ambiente, facendo delle proprie aspirazioni un bene sociale e non soltanto una soddisfazione personale è il modo per permettere una svolta storica radicale. Una svolta che ci consenta di poter dire che non è più vero che «tutto cambia affinché nulla cambi»1 ma piuttosto aprirci a un domani in cui orgogliosamente potremmo affermare che il cambiamento non deve più riguardare la forma del vivere ma la sostanza: “nulla cambia eppur tutto cambia”.


1
Cfr. «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi», G. Tomasi Di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli, Milano 2002, p. 50.

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