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E pensare che c’era il pensiero

 

Il testo di Giorgio Gaber e Sandro Luporini, riproposto in questo spettacolo da Maddalena Crippa, risale al 1994 ed è senza dubbio profetico. È il ritorno del teatro-canzone, di cui Gaber e Luporini sono stati artefici iniziali,  che coinvolge perché lascia spazio allo spettatore per costruirsi il suo discorso interiore, per meditare sul messaggio che intende far proprio, per parlarsi e riconoscersi e riflettere su chi è, su cosa è divenuto e su cosa fa.
Ci affliggiamo per le scelte sbagliate che avremmo potuto evitare, per una vita che avrebbe potuto prendere un’altra direzione e cerchiamo nel nostro passato più prossimo i nostri abbagli. Forse l’errore non è recente, però, forse è antico, magari è un piccolo errore che risale all’infanzia, che ci siamo trascinati sino all’età adulta, che ci ha spinto a compiere scelte scorrette e che continua a far danno. Non lo sapremo mai. Se è vero però che piccole sviste possono determinare orribili risultati, allora non è bene considerare cosa da poco l’unica forza che abbiamo per esserci, per quanto piccola e insulsa ci sembri: il voto. Non conosceremo mai tutto ciò che ci fa bene e tutto ciò che ci fa male -il futuro è buio e le possibilità tante- ma è un dovere per nulla banale e scontato rivendicare il nostro essere persone, a maggior ragione in questo tempo che ci vuole completamente fuori dalla scena. La Crippa incarna musiche e parole, tuffandosi in un passato da cui non soltanto vuole ridestare un genere artistico ma soprattutto resuscitare il vigore e la potenza di quelle idee che avevano ancora una forma, sorrette com’erano dalla speranza. Allarga il discorso dal singolo all’intera società, a ciò che ha determinato lo sfacelo e la perdita di ogni ideologia che diventa soltanto vacuo contrasto, gioco di forza e di potere tra destra e sinistra. Ripropone il testo musicato “Qualcuno era comunista” e la canzone “Destra e sinistra”. Forse è vero che in noi non c’è più «neanche l’intenzione del volo perché ormai il sogno si è rattrappito», ma la conclusione dello spettacolo è un inno di gioia, perché ognuno si rende conto che il proprio pensiero ha davvero subito il lifting, come la Crippa richiedeva ironicamente per sé all’inizio -in un lampo che illuminante giungeva- guardandosi allo specchio. Si esce più giovani, perché per un attimo si ha la sensazione di ritrovare la forza dell’incanto che si aveva in altri tempi. Aiuta senza dubbio anche il medley anni Sessanta di canzoni di Gaber che la Crippa intona -insieme al bravissimo pianista, Massimiliano Gagliardi, e alle coriste, Chiara Calderale, Miriam Longo, Valeria Svizzeri- richiamata a forza dagli applausi, che sono andati avanti per più di mezz’ora obbligandola a uscire sul palco ancora e ancora.
L’attrice ha parlato anche attraverso il suo corpo di donna che in tutta la sua semplicità ed energia, coperto da un abitino nero, dai calzini arrotolati, dagli anfibi pesanti, ha dimostrato come si può essere femmine senza bisogno di belletti posticci e sguardi ammiccanti: basta soltanto esser persone fino in fondo rivendicando i propri sentimenti e la propria fede. Un messaggio chiaro che prepotente giungeva a chiunque.
Un plauso, anche in questo verso, va alla regia di Emanuela Giordano, che ha permesso di ricostruire il significato profondo dello spettacolo attraverso il gioco di luci, di movimenti, di abiti e la semplicità della scena che pur nonostante ha segnato l’immaginazione, forzando lo spettatore -ancora una volta- a partecipare. Politica pura, nel vero senso della parola.

Una recensione più articolata e ampia dello spettacolo sarà riproposta sulla Rivista Vita pensata, nel numero nove di prossima uscita.

 

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