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Oltre il giardino

 

Mi si perdoni se il film di Hal Ashby, Being there, del 1979, mi dà occasione per togliermi un rospo dalla gola. Degli uomini silenziosi o di poche parole si pensa sempre che siano particolarmente intelligenti. È una certa tipologia di donne che in effetti ha costruito questo mito. Soprattutto perché ciò consente a tale categoria di poter trascorrere del tempo con le amiche a tracciare -con la potenza magnifica della loro fantasia e del loro amore irragionevole in cui sempre cercano un senso e una motivazione- personalità inesistenti. Spesso le chiacchiere iniziano a partire magari da un sms del tipo: “ciao…”. I tre puntini di sospensione –di cui molti uomini fanno larghissimo uso- sono sempre forieri di chissà quali parole inespresse. L’osservatorio di signorine si riunisce appositamente, al richiamo della ricevente, per smascherare l’arcano. Si comprenderà che essendo le possibilità infinite, a conclusione della chiacchierata fenomenologica tra donne, il poeta in questione oscillerà ignaro, grazie alle argute intuizioni, tra due estremi: follemente innamorato o playboy consumato. Nessuna prenderebbe in considerazione l’ipotesi lapalissiana che non avesse niente da dire. Al contrario, gli uomini che si attardano in carinerie e che profumano di sfacciata cultura rischiano di annoiare, poiché limitano l’esercizio intellettuale delle donne che mal sopportano di non poter attivarsi in analisi psicanalitiche e connesse attività cerebrali con le amiche di prima, tranne che non si infili tra le parole –e basterebbero soltanto tre puntini sensati- il germe del dubbio. In tal caso qualsiasi frase o dichiarazione comincia a divenire un espediente per la conquista, che le signorine smaliziate riescono sempre a sgamare. Il non detto è potente. Per ritornare all’argomento iniziale, potremmo concludere che per ogni cretino la natura ha creato appositamente una cretina e un corteo a sostenerla. Being there presenta questo lato della verità dei rapporti tra gli esseri umani amplificando, in modo divertente e astuto, all’intera comunità di animali pensanti la possibilità di cadere nella trappola del “credere che” a partire dal non detto. La conclusione è che il cretino rischia persino di divenire un dio da emulare e alle cui perle di saggezza –rare per l’appunto come le perle preziose- affidarsi. La realtà è dunque mistificata, costruita o semplicemente vera come una favola?
Chance –interpretato da Peter Sellers- ha sempre vissuto in una casa dalla quale non è mai uscito. L’unico mondo a lui noto è quello della televisione che crede di poter controllare parimenti attraverso il telecomando. È un giardiniere di mezz’età, metodico e preciso, buono e sincero, elegante nei modi e inespressivo, ingabbiato dentro una povertà mentale che ha tutto l’aspetto di un deficit cognitivo grave. Quando muore il padrone di casa, Chance è costretto ad andar via. S’immerge così nella vita oltre il suo giardino a lui sconosciuta. Con sé porta una piccola valigia e il telecomando. Appena apre la porta d’ingresso, si nota la prima strana contraddizione che catapulta lo spettatore dal mondo mentale di Chance a quello reale. Infatti, sembrava dalle scene iniziali che vivesse in una villa enorme mentre invece è un appartamento che dà su una strada malfamata e povera. La prospettiva dunque cambia e Chance appare per ciò che è nel confronto con la realtà. Vuole trovare un’altra casa con giardino. Le prime ore trascorse nella volgarità dell’esterno rivelano l’incapacità di Chance di ricostruire il mondo a partire dalle immagini vere che gli si presentano davanti sotto forma di insensata e violenta confusione. Non appena si trova in una situazione non gradita e persino pericolosa, sfodera immediatamente il telecomando per cambiare canale, ma pare che non funzioni. Incappa in seguito in un piccolo incidente. È investito dalla macchina di Eve Rand, moglie di un uomo ricchissimo, che sentendosi colpevole dell’accaduto lo porta a casa per curarlo con i medici personali del marito –Ben- anziano e ammalato, confidente del presidente degli Stati Uniti. Da quel momento inizia un crescendo di malintesi a cominciare dalla prima impressione ingannevole. La poca loquacità di Chance, infatti, che nelle uniche occasioni in cui discorre parla soltanto di giardinaggio, viene scambiata per discrezione eloquente e saggezza filosofica. Eve se ne innamora perdutamente. Il marito è affascinato dalle metafore –così crede- che Chance sforna a ogni occasione, aventi come tema sempre, e ovviamente, il giardino. Le sue parole vengono adattate da chiunque al senso generale della conversazione traendone insegnamenti che Chance non ha in verità alcuna intenzione di impartire. Nel suo candore non se ne compiace neppure, è interessato soltanto a guardare la televisione. L’equivoco raggiunge i massimi livelli quando Ben, in un incontro personale con il Presidente, permette a Chance di partecipare. Ancora una volta -di fronte alle problematiche economiche del Paese, esposte dal Presidente preoccupato- Chance interpellato da Ben parla della ciclicità del tempo nel giardino. Sia Ben sia il Presidente ne sono ammirati. Chance si ritrova persino a partecipare con successo a un talk-show. Per non parlare dell’appassionante sentimento di Eve che non provoca in Chance nessuna emozione: lo incasella nei suoi semplici schemi. Non risponde agli stimoli con pulsionali atteggiamenti causali ma attraverso l’appaiamento di azioni apprese dalla televisione -al bacio di lei, bacio di lui; all’abbraccio di lei, abbraccio di lui- ma quando cambia canale, cambia anche la risposta di Chance che, pur se Eve si contorce conturbante davanti a lui, rimane impassibile mentre la donna ne trae la conclusione di un uomo con istanze sessuali particolari e condivisibili. I servizi segreti cercano di capire chi sia quell’uomo che sembra venuto dal nulla, ma non trovano niente sul suo passato, poiché Chance Giardiniere –questo il cognome che credono abbia- non è mai stato registrato all’anagrafe e avendo sempre vissuto nella prima casa non ha alcun passato. Così finiscono per concludere che sia un uomo protetto dalle più alte e sconosciute sfere del potere. Soltanto il medico di Ben ha compreso la verità, ma nel momento in cui sta per comunicargliela questi inizia a raccontare di come si senta molto più tranquillo e sereno da quando Chance è entrato nella sua casa. Ben muore e durante i funerali alcuni uomini politici discorrono segretamente sul prossimo presidente degli Stati Uniti e fanno il nome di Chance. La scena finale è la più simbolica. Chance affascinato dal giardino del cimitero si allontana dal gruppo e va in giro. Vede un laghetto e vi si addentra ma –sorpresa!- non sprofonda, cammina sulle acque con passo sicuro.

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4 risposte a Oltre il giardino

  1. diego scrive:

    Degli uomini silenziosi o di poche parole si pensa sempre che siano particolarmente intelligenti.

    è vero, cara prof.ssa giusi, e, viste le premesse, non mi dilungo oltre

     
  2. diego scrive:

    commentando con più serietà, mi sono convinto che spesso nelle vicende umane, il successo, l’importanza, la visibilità, il marketing riuscito di una persona, è legato al caso, all’intreccio fortuito delle circostanze; se assomigli a quel che gli altri hanno in mente per te, stai sicuro che con nessuno sforzo sarai incastonato nel ruolo; non è affatto semplice dire a qualcuno qualcosa che non gli pare adatto per la tua bocca, non ti prenderanno mai sul serio.

     
    • Giusy Randazzo scrive:

      Lei ha ragione, Diego. Credo che la maschera, di cui tanto parlano a proposito del “vizio” dell’essere umano di nascondere se stesso agli altri, sia una bufala. Una delle tante che ci raccontiamo. Ci presentiamo per quello che siamo: marionette con un volto inespressivo che senza gli altri sarebbe una maschera. Gli uomini -e le donne, ovviamente- compiono un lavoro da artisti, giornalmente. Costruiscono volti, quelli degli altri, mentre presentano il proprio ai più intimi chiedendo loro di dipingervi espressioni, emozioni, sentimenti, sensazioni, gioia, dolore, piacere, amore e rughe dove far scorrere le lacrime, sempre più vere nel tempo. Nessuna sorpresa dunque se i cretini sembrano intelligenti e se gli intelligenti sembrano cretini. Il danno compiuto su di noi è dovuto agli altri e quello sugli altri a noi. Un eterno rimando insensato in cui tutti siamo innocentemente carnefici. Il punto di snodo che renderebbe tutto più evidente è la mancanza di consapevolezza. Ognuno di noi crede di avere un’identità unica e irripetibile, di averla costruita nel tempo o di averla ricevuta in dono dalla natura benigna, di poterla gestira e di poterla presentare a proprio piacimento al mondo. E la ama, profondamente, tanto da aver timore di perderla. La chiamiamo “Io”, mentre è sempre frutto di un “tu”, un “voi”, un “noi”, altrimenti non sarebbe nient’altro che quello che in realtà è: niente.
      Un caro saluto,
      gr

       

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