951 views

Agrigentini a Roma e ovunque

 

Il successo di una rivista, al tempo di Internet, deve dipendere necessariamente dall’interesse che essa suscita, a maggior ragione quando è cartacea e sono pochi i riferimenti sulla Rete. È il caso di Agrigentini a Roma e ovunque. Un’idea di Giuseppe Jannuzzo, già docente di lettere a Roma, che –ormai sedici anni fa- diede vita a questo semestrale, la cui peculiarità è il continuo confronto tra chi racconta la città che ha nel cuore e chi la città che abita ancora, in un arricchimento reciproco che sembra far emergere un’altra Agrigento, che si estende in quel luogo immaginifico che è lo spirito di un popolo, più reale della stessa terra su cui la città è edificata.
L’articolo, Amuninni a Santuli’, di “U Rabattiddisi” –lo scrittore anonimo soltanto a coloro che non sanno quanto Alessandro Finazzi Agrò ci tenga al quartiere dove è nato- è un’immersione nel tempo. Par di vedere quei ragazzi che in un’epoca davvero lontana si avventuravano dal centro verso il «piccolo borgo marinaro di Santulì, affacciato sul mare» (p. 8). Li seguiamo nella loro giornata, mentre scorre un paesaggio antico ma presente e vivo, ancora intatto e identico alle fotografie in bianco e nero che corredano l’articolo. I ricordi diventano sapori, odori, financo sentimenti carichi di emozioni conservate in un cantuccio dell’anima, per alcuni, e nella memoria di occhi cari che un tempo ne raccontavano, per altri.

I più abili riuscivano ad aprire i ricci con l’aiuto di due giache e mettere allo scoperto il meraviglioso fiore giallo dorato delle uova: la luna era piena e i ricci ben chini. Il sapore del pane fresco spalmato di uova di riccio è la cosa più buona che si possa trovare […].
Si avvicinava l’ora di riprendere la corriera per Girgenti come segnalava il sole che pian piano tuffandosi in mare a largo di Punta Grande illuminava le case di una straordinaria luce arancione. (p. 10)

E poi la Kolymbetra, che Mary D’Alessandro dipinge con pennellate vibranti com’era prima del «recupero effettuato nel 2001 dal F.A.I.» (p. 16).

Per i miei familiari quella valletta era “u Jardinu d’a batia” […] Per anni penetrare in quell’intricato percorso e poi farsi largo là dove si poteva respirare l’aria ricca di effluvi agrumati degli aranci vaniglia e rinfrescarsi sotto le chiome del carrubo, è stata la nostra meta preferita. […] Oggi, […] un comodo ponte di legno permette il passaggio sul torrente e tutto il paesaggio è cambiato. (Ibidem)

Il giardino della Kolymbetra lo si può visitare persino arrivandoci in treno con una sosta al tempio di Vulcano e la successiva passeggiata all’interno della valletta, come ci spiega Salvatore Indelicato. La vecchia stazione centrale di Porto Empedocle, infatti, grazie all’Associazione “Ferrovie Kaos”, con la collaborazione di Trenitalia e del Comune di Porto Empedocle, è tornata «a rivivere per la gioia dei turisti e di quanti vogliono provare il fascino antico del treno tra le bellezze naturali e archeologiche» (p. 18).  E di archeologia ci parla Ernesto di Miro che illustra struttura e finalità del santuario di Asclepio, sito nella piana di San Gregorio. Per rimanere nella storia dell’Isola, ma di una Sicilia delusa dalle mancate promesse della neonata nazione, Antonio Palermo racconta di un certo brigantaggio che brigantaggio non era ma voce scomoda di quei gruppi segreti, rappresentanti delle masse popolari, povere e tradite, soggette a nuove tasse e a leva obbligatoria subito dopo l’Unità.

È un termine improprio (il brigantaggio, ndr); fu scelto dalla classe politica del tempo per liquidare come manifestazione di criminalità comune, un fenomeno sociale fatto di miseria e malcontento. (p. 23)

Scopriamo, così, attraverso una storia dimenticata o mai conosciuta, di un’Agrigento attiva, di uomini disposti al sacrificio e non soltanto alla rivolta per il riconoscimento di diritti mai avuti o semplicemente per non subire ancora vessazioni e soprusi.
Rivediamo luoghi, abitudini e tradizioni di un tempo attraverso gli splendidi disegni dell’artista Andrea Carisi e grazie al suo articolo, Metamorfosi di Agrigento.

La vecchia Agrigento scoppiava di umanità. La maestosa villa Garibaldi, la passeggiata Cavour, gli itinerari verso i templi che si compivano a “piduna”, ma anche la via Duomo e Garibaldi erano sempre ingrossate da fiumi di folla festosa e ridanciana che durante le ore del passeggio si snodava in su e giù, con i giovani che avevano tutto il tempo per osservare e corteggiare ragazze. (p. 34)

Sebbene la conclusione sia velata da una tristezza condivisibile per il turpe scempio dell’edilizia urbanistica successiva «con conseguente smarrimento delle emozioni e dei sentimenti» (Ibidem), proprio quelle emozioni e quei sentimenti Carisi riesce a farci ancora percepire e sentire.
Di novità ed eventi ci danno conto, tra gli altri, lo stesso Giuseppe Jannuzzo –che subito dopo l’editoriale racconta della rappresentazione, avvenuta l’11 ottobre del 2010 nell’Auditorium dell’Università di Tor Vergata, di una “Vastasata”, «genere teatrale in voga a Palermo già alla fine del diciottesimo secolo» (p. 2)-; Margherita Biondo -con l’articolo sulla «Mostra Internazione di Arte Moderna e Contemporanea “AgrigentoArte”, maggiore fiera del centro sud d’Italia e patrimonio artistico-culturale della città dei templi che anche quest’anno, dal primo al 3 ottobre, è stata densa di contenuti e ha interessato un gran numero di visitatori» (p. 6). Infine emergono volti di personaggi noti e meno noti che hanno fatto la storia della città o che dalla città provengono: professionisti, scrittori, autori e famiglie. E perché la musica che corre tra gli articoli arrivi più potente al lettore, quasi cantata, c’è l’angolo della poesia di Nonio Baeri che allieta chi legge e lo sprona ad andare avanti. Sfogliare la rivista, d’altronde, è un piacere anche dell’occhio, poiché la grafica è curata con particolare attenzione.
A rallegrarsi è soprattutto lo spirito, però.
Apprendiamo sin dall’inizio -dal testo di Lella Maldonato- che lettori e collaboratori di Agrigentini a Roma e ovunque sono soliti, da quattro anni ormai, incontrarsi d’estate a Villa San Marco nel cuore della Valle dei Templi. Un’iniziativa che dà la dimensione di come la rivista sia molto più di uno scambio informativo o di pura comunicazione fine a se stessa. Rinascono insomma i legami affettivi o si consolidano. Anche se le amicizie lasciate molti anni prima sono ormai tramontate o se gli ultimi parenti rimasti non ci sono più, gli agrigentini nel mondo ritornano perché nuovi volti li attendono o quelli di un tempo non li hanno dimenticati, come se fossero famiglia, come se la città stessa, mamma di ognuno, li richiamasse per un abbraccio sentito, voluto e desiderato.
Giuseppe Jannuzzo, in modo del tutto gratuito –come gratuita è la rivista-, ha costruito con dedizione e costanza un progetto che dona ogni volta un nuovo senso al vissuto di chi pur lontano vuol vivere ancora fino in fondo e in modo più sincero e autentico la propria agrigentinità.

Per informazioni su come ricevere la rivista scrivere a pecinpe@alice.it

Questa voce è stata pubblicata in Letture e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Agrigentini a Roma e ovunque

  1. rosa scrive:

    Carissima Giusy il problema di fondo,secondo il mio modesto parere di agrigentina doc, non è solo il turpe scempio dell’edilizia selvaggia ma il fatto che i nostri giovani non conoscono nulla della “nostra città”. Se tu chiedessi loro cos’è Santuli o dove si trova “u rabbateddu” ti direbbero di parlare un po’ meglio perchè questa lingua antica non la capiscono. Si sono perse tutte le bellezze dei quartieri storici e si sono persi persi i valori che avevamo noi. A tutti gli agrigentini che sono andati via (purtroppo o per fortuna) resta solo la memoria storica di quello che hanno vissuto da giovani e che se ritornassero a vivere nella nuova citta ricca solo di monumenti vivrebbero come dei pesci fuor d’acqua.

     

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *