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Sull’amicizia e la bontà

 

Leggendo l’ultimo romanzo di Margaret Doody, Aristotele e i delitti d’Egitto -di cui darò conto nel prossimo numero di Vita pensata– pur lasciandomi coinvolgere dalla trama sempre ben congegnata e cinematografica, non ho potuto fare a meno di riflettere ancora una volta sulla cifra di questa serie di mistery, che prende l’avvio da Aristotele detective e che la distingue da tutti gli altri romanzi di questo genere: l’amicizia tra Aristotele e Stefanos, l’io narrante e anche protagonista principale della serie.

Aristotele è riconoscibile proprio in virtù di quel legame solido e rappresentativo della sua concezione dell’amicizia. Lo stagirita ha dedicato ben due libri al tema dell’amicizia, l’VIII e il IX, dell’Etica Nicomachea, distinguendo tre tipi di amicizia: quella fondata sull’utile, quella fondata sul piacere e infine «l’amicizia dei buoni, vale a dire di coloro che sono simili in virtù» (VIII, 4, 1156b, 6, trad. Marcello Zanatta). Parrebbe, dunque, che il presupposto per l’amicizia vera sia il carattere degli amici, di necessità buono. Le altre forme non danno luogo a un vero legame e tendono a sciogliersi facilmente. Saggio è colui il quale comprende che, mentre il desiderio dell’amicizia è immediato, essa non può nascere che dopo una lunga conoscenza. Eppure la premessa sembra altrettanto necessaria: il carattere buono. Chi non lo possiede evidentemente non potrà avere amici o almeno tenderanno a scomparire. Non sarà dunque la quantità di presunti amici a indicarci che un soggetto è buono –altrimenti tutti gli iscritti di Facebook sarebbero un popolo di buoni- ma la qualità di vecchie amicizie che, se esistenti, potrebbero essere un buon indizio. È statisticamente improbabile che nel corso di una vita una persona non ne incontri mai un’altra simile in bontà, così come è altamente probabile che un numero elevato di amici ne nasconda molti traditori, infidi, imbroglioni, truffatori o, più semplicemente, voltafaccia, insinceri, doppi, ambigui, ipocriti e subdoli. La definizione aristotelica poi è a tal punto geometrica da mettere all’angolo non soltanto i non virtuosi, ma anche i presunti virtuosi. L’esser buoni, infatti, è una qualità indefinibile. Non si indica, non si vede, non si sente. Neanche ricevere in premio il Nobel per la pace confermerebbe la bontà di una persona, perché si troverà sempre qualcuno pronto a dimostrare o a sostenere il contrario. Come riconoscere la bontà? Sarebbe necessaria, forse, la redazione di una sorta di DSM –il famoso manuale diagnostico e statistico per i disturbi mentali; in questo caso con ben altri fini. Per spiegare come è strutturato il manuale, sommariamente potremmo dire che l’individuazione della malattia mentale è diagnosticata se il soggetto possiede un certo numero delle caratteristiche indicate per quel problema. Chiunque si sia ritrovato a maneggiare il DSM, nella sua ultima edizione, la IV, ha compreso che soltanto l’enorme affetto che ciascuno ha per se stesso lo ha spinto a non riconoscersi in nessuna patologia, perché in realtà un pensierino l’avrà fatto sicuramente. Tant’è vero che dalla lettura riusciamo a individuare, anche se con qualche dubbio, molti dei nostri “amici” e, per dirla proprio tutta, spesso anche qualche parente. Detto questo, qual è lo scopo del DSM? Ovviamente -si dirà- classificare le malattie mentali. E invece, secondo me, la faccenda dell’obiettivo che vuol raggiungere il DSMIV è molto più interessante poiché, salterellando a destra e a manca tra le pagine, ci si rende conto di quale soggetto alla fine si vuol descrivere proprio non descrivendolo: il soggetto sano. Il sano di mente è quello che si presuppone i redattori del DSM avessero ben presente nel momento in cui descrivevano una per una le caratteristiche di chi non lo è.

Per individuare la bontà si dovrebbe procedere allo stesso modo. Il problema è forse che in questo caso il DSBX -il manuale diagnostico e statistico per i disturbi di bontà umana dell’anno 2010- dovrebbe consistere in una decina di volumi di circa mille pagine ciascuna tenendo presente che mentre il “folle conclamato” lo si riconosce senza sforzo alcuno -non bisogna neanche essere esperti in psicologia- il “nonbuono conclamato” è a tal punto non buono da essere persino abile ad apparire buono e quindi passibile di dare e ricevere amicizia.

La situazione si fa davvero complessa, perché l’assemblea di esperti per la redazione del DBMX dovrebbe essere formata sia da buoni sia da “nonbuoni”. Insomma, un bel pasticcio. Mentre potremmo trovare esperti “nonbuoni” in luoghi deputati, tipo tra i mafiosi già in prigione, per i buoni sarebbe più difficile. Chi è d’accordo a cercarli dentro le istituzioni ecclesiastiche? Io, vi dico sinceramente, non me la sento.

Insomma, accantoniamo l’idea del DSBX. D’altronde Aristotele ci dà qualche dritta. Dovremmo prima conoscere la persona verso la quale avvertiamo il desiderio dell’amicizia. Il tempo potrebbe essere una buona variabile. Eppure non ci aiuta del tutto, perché l’altra questione da risolvere è scoprire se noi stessi siamo buoni.

Ecco dunque il secondo grande problema: chi ci garantisce che noi siamo buoni? Siamo così tanto innamorati di noi stessi che non abbiamo il coraggio di giudicarci “nonbuoni” e quelli che si odiano se non amano se stessi certamente non potranno che essere anaffettivi. Insomma, l’amicizia così come Aristotele la definisce, anche se non è impossibile, non soltanto è rara, ma pure non individuabile. Dobbiamo operare soltanto attraverso premesse probabili. La prima è che noi stessi siamo buoni, la seconda è che, se abbiamo la fortuna di campare abbastanza, è statisticamente probabile che negli anni un altro buono lo  incontriamo. Poi dovremmo ricordarci che per divenire amici non basta avvertire il desiderio dell’amicizia ma è necessaria una lunga conoscenza che ci permetta almeno di comprendere che l’altra persona non vuol la nostra amicizia esclusivamente per un fine di utilità o di piacere. Quest’ultimo punto sembra facilissimo da risolvere, perché –diciamo- in un annetto, il tempo di sfruttarvi a dovere, compare il meschino che si cela in lei. Ci sono però quelli, che in Sicilia si definiscono “boni abbabbasunati”, che neppure quando vengono derubati sotto gli occhi sono in grado di dire che effettivamente l’altro è un “nonbuono”. Non è raro rivederli camminare fianco a fianco, perché il “nonbuono” per eccellenza sa anche chiedere perdono –senza vergogna, essendovi abituato- e far cadere nella solita trappola il “bonu abbabbasunatu”.

La faccenda si fa ardua tanto che dopo questa riflessione ho compreso perché sul letto di morte pare che Aristotele abbia detto: -Cari amici, non esistono amici-.

L’ultimo punto, dunque, è quello in assoluto più sconcertante, che mi porta a credere che la frase di Aristotele non sia realmente sua o forse a sperarlo. Se la definizione dello stagirita è corretta, lasciandoci inferire sul letto di morte che non poteva annoverare amici, allora Aristotele non era buono. E se è così, come ha fatto a definire l’amicizia sulla base di una bontà che non possedeva? Se invece era buono, e non ha mai incontrato un altro buono, allora certamente -avendo a disposizione un popolo di conoscenti ed essendo statisticamente improbabile che non ne incontrasse uno- non soltanto l’amicizia è rara ma rasenta l’impossibilità.

In estrema sintesi: chi trova un amico non soltanto trova un tesoro ma persino la sua stessa bontà.

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6 risposte a Sull’amicizia e la bontà

  1. diegob scrive:

    avrei una domanda a latere: perchè verso taluni amici, seppur conosciuti da poco, si prova una specie di deja vu dell’amicizia, cioè ti pare di averli sempre conosciuti?

    la domanda non c’entra molto con l’esposizione, di questo chiedo scusa, ma è quel che mi è venuto in mente leggendo che l’amicizia può nascere solo dopo una lunga conoscenza, che è molto saggia come idea, ma confligge con quella impressione di cui riferisco

    cara prof.ssa, mi perdonerà se ad una trattazione colta come la sua accosto chiacchiere un poco da bar, ma penso le piaccia sapere quel che frulla in capo, leggendo, ad un devoto lettore

     
  2. leonardo scrive:

    cara giusy,
    il tuo pezzo sull’amicizia (dove aristotele pare solo un pretesto) è bellissimo, ricco di verve e di intelligenza. ci ritrovo proprio la giusy migliore, al top della sua irresistibile simpatia. che peccato abitare così lontano!
    un abbraccio dal tuo leonardo. (ho appena visto l’ultimo film di woody allen con anthony hopkins…bellissimo…).

     
  3. Giusy Randazzo scrive:

    Caro Diego,
    in realtà io credo molto nell’amicizia, credo anche, però, che ci siano degli aspetti davvero paradossali in questo legame che ho cercato di mettere in evidenza nel mio articolo.
    Mi permetterei di sostenere, a proposito della sua domanda, che Aristotele avrebbe risposto che con taluni si avverte -con una sorta di intuizione simile all’illuminazione- la sensazione di conoscerli già pur avendoli appena incontrati poiché in realtà si “(ri)conoscono”. E’ questo forse quello che lo stagirita chiamava il “desiderio dell’amicizia”, a cui dovrebbe seguire un tempo dedicato alla falsificazione o alla corroborazione dell’intuizione. Quindi -aggiungerei, come al solito- la sua domanda non è inopportuna.
    Anch’io credo molto nella prima impressione che, a quanto dicono alcuni psicologi, è quella più vera per noi (che si attivino i neuroni specchio?). La “secondary impression” pare invece sia dovuta ad aggiustamenti che sopravvengono, spesso di comodo e spesso nella speranza “che ci siamo sbagliati”. In realtà si comunica a livelli talmente diversi che limitarci a una valutazione del verbale conduce inevitabilmente all’errore. Io non saprei cosa dirle. Sinceramente ogni volta che ho avuto un’impressione iniziale e poi ho cambiato idea, alla fine sono approdata all’esito della prima impressione, in buona sostanza, confermandola. Di fatto, però, un ragionamento del genere è di tipo induttivo o abduttivo e dunque non porta a nessun assioma ma a generalizzazioni, semmai; con le generalizzazioni però non si fa scienza ma pura chiacchiera. Per questo non mi permetterei di consigliare l’affidamento esclusivo a questo primo step della conoscenza amicale.
    Un caro saluto,
    Giusy
    PS
    Come al solito le mie sintesi sono almeno di una cartella :-)

     
  4. diegob scrive:

    cara prof.ssa, un tratto che la caratterizza, leggendola, è il rigore,

    cioè l’attenzione ad evitare le fumose nuvole di belle parole, che magari suonano bene, ma che sono il flagello di tanti blog

    certamente, scrivere con rigore, costa più fatica

     
  5. Giusy Randazzo scrive:

    Caro Leonardo,
    che piacere leggerti su questo blog. Un bel complimento, quello tuo, che mi inorgoglisce come ben sai e non soltanto perché sei uno scrittore di valore oltre che un filosofo ben noto, ma soprattutto perché sei una persona che stimo moltissimo e so che quando non ti piace quel che scrivo me lo dici senza riserve.
    Un abbraccio,
    Giusy

     

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