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Ryle su Platone

 

Plato’s progress, titolo originale del nostro Per una lettura di Platone, non è soltanto l’ultimo lavoro di Ryle, ma anche il suo testo più ardito. Le ipotesi su Platone sono talmente radicali da indurre persino il sorriso. Sono sostenute però con un tale rigore e una tale scientificità argomentativa da non poter essere licenziate come pura fantasia. Ryle si inserisce nel dibattito tra gli specialisti -sulla cronologia dei dialoghi, sulle lezioni non scritte, sulla biografia, sull’evoluzione della filosofia platonica- davvero a gamba tesa. Sostenendo tutt’altro, «congegnando un gioco di artificio di ipotesi» (p. 20), scrive Giuseppe Cambiano introducendo il testo. Platone ne esce prima mortificato e poi innalzato a padre della filosofia. Una teoria questa non nuova. Anche Giorgio Colli riteneva che con Platone si fosse giunti a un nuovo genere letterario: la filosofia, per l’appunto, risultato dell’evoluzione di dialettica e retorica. Ryle fa di più, molto di più. Sconvolge l’intera cronologia delle opere platoniche e individua lo spartiacque in un presunto processo che Platone avrebbe subito, avvenuto intorno al 370.  L’accusa sarebbe stata incentrata sui dialoghi Eutidemo, Gorgia, Menone, considerati forse trasgressivi, poiché Platone avrebbe con essi diffamato personaggi di prestigio sul piano politico e sociale. La vittoria del querelante avrebbe determinato la condanna: a Platone sarebbe stato vietato di insegnare la dialettica e gli sarebbero stati espropriati i beni. In realtà la premessa a monte di questa conclusione è molto più stravolgente. Secondo Ryle, Platone fino al 370 era soltanto un compositore e un cronista di mimi dialettici, che spesso rappresentava egli stesso in qualità di attore. Scriveva insomma per partecipare ai giochi olimpici durante i quali si tenevano anche agoni intellettuali: i dialoghi elentici. Queste gare seguivano un modello prestabilito, di cui abbiamo testimonianza anche in Aristotele. Vi era un interrogante e un interrogato che sostenevano due tesi opposte. L’interrogante doveva condurre l’interrogato, con una serie di domande ad hoc, all’elenchos, alla confutazione della sua stessa tesi, spingendolo a dare una serie di risposte contraddittorie. La vittoria arrideva all’interrogante quando riusciva a far giungere l’interrogato all’aporia. Esistevano, secondo Ryle, degli elenchi autorizzati, aggiornati di anno in anno, dei temi che potevano essere trattati nei dialoghi elentici. Questo è il motivo per cui molti dialoghi di Platone avrebbero due titoli, uno riferito al tema e uno a un nome proprio. I dialoghi in competizione erano numerosi e dunque bisognava distinguerli in base al nome di una delle dramatis personae. Platone avrebbe scritto, dunque, per il pubblico dei giochi fino almeno al 370 ovvero prima della fondazione dell’Accademia, avvenuta soltanto in seguito. La sua attività era anche quella di registrare i dibattiti elentici per memorizzare modelli dialogici riusciti da poter poi utilizzare nella composizione di nuovi testi e nella successiva drammatizzazione. Dunque molti passaggi delle argomentazioni dei dialoghi platonici sarebbero soltanto trascrizioni di dibattiti realmente avvenuti. Se questo sembra abbastanza non è però ancora tutto. Il personaggio Socrate, che ha la parte più consistente nei dialoghi del primo Platone -ovvero il compositore di mimi dialettici- in realtà altri non sarebbe che Platone stesso che scelse per sé il nome di Socrate per rappresentare i propri dialoghi. Quando la scena è lasciata a qualcun altro, come nel caso dello straniero di Elea o dello schiavo di Euclide, la motivazione riguarda un possibile viaggio di Platone o addirittura una sua malattia, insomma eventi che gli impedivano di essere attore dei propri componimenti. Durante i giochi, il tempo concesso ai dibattiti era probabilmente fissato in partenza e questo dimostra come mai i dialoghi platonici elentici, tranne la Repubblica e le Leggi –anche queste considerati facenti parte del primo gruppo di opere-, abbiano più o meno la stessa lunghezza. Il pubblico a cui Platone si rivolgeva non era sempre lo stesso. Secondo Ryle ad Atene esistevano anche dei circoli letterari di anziani che si dilettavano ad ascoltare letture più complesse di quelle utilizzate nei giochi, che in altro contesto sarebbero state considerate noiose o addirittura incomprensibili. Nella Repubblica (tranne nel I libro) e nelle Leggi non si trovano parti drammatiche e questo, così come il contenuto, fa ritenere che il destinatario fosse un pubblico più elitario. È probabile che gli anziani, non disponendo di occhiali e dunque non potendo leggere da soli i manoscritti, si riunissero in circoli per ascoltare qualcuno che leggeva ad alta voce.

Se davvero esistevano in Atene i circoli letterari, o letterari ma insieme sociali e politici, come abbiamo supposto, è possibile che uno di essi nel corso –diciamo- di un inverno abbia esaminato per intero un dialogo di ampie dimensioni come la Repubblica e le Leggi (p. 59).

Non è finita. Il processo a Socrate e la successiva condanna, raccontati a più riprese nell’Apologia, nel Fedone, nel Gorgia e nel Critone, sono metaforicamente utilizzati per  riferirsi al processo e alla condanna di Platone. Si dilunga Ryle nel giustificare questa vera e propria illazione. In sostanza, Platone difenderebbe se stesso e non Socrate. La sorte subita da Platone avrebbe determinato una svolta nella sua attività. Non potendo più insegnare la dialettica ed essendogli stati confiscati i beni, Platone dapprima seriamente affranto rinasce a nuova vita divenendo filosofo. Se nel dibattito elentico l’aporia era la conclusione, nella filosofia l’aporia è il punto di partenza. La filosofia prende, dunque, il suo avvio dalle aporie nel tentativo di scioglierle.

Platone non scrisse dialoghi eristici perché era un filosofo; divenne filosofo perché non poteva più prendere parte alle contese a domanda e risposta, e non poteva più essere il cronista che trasformava questi dibattiti in drammi. I giudici gli spezzarono il cuore, ma alla lunga ne fecero un filosofo capace di camminare con le proprie gambe (p. 169).

A questa magnifica serie di ipotesi se ne aggiungono –oseremo dire, a corollario- altre. Le lezioni Sul Bene –che come sappiamo hanno dato luogo a lunghissimi anni di studi e ricerche seguendo l’idea di una filosofia platonica non scritta- sono in realtà un’unica conferenza tenuta da Platone a un pubblico non accademico che non comprese, determinandone l’insuccesso. La teoria delle idee non costituirebbe il nucleo teoretico della filosofia di Platone. D’altronde se così fosse, secondo Ryle, si farebbe torto alla stesso Platone che risulterebbe un filosofo sclerotizzato su un unico principio per tutta la vita.

La filosofia non è adesione a un principio o appartenenza a una chiesa o a un partito. È esplorazione. […] Un filosofo, al pari di ogni altro ricercatore, impara, lungo il corso della sua vita, almeno da se stesso e, nel migliore dei casi, da sé e dagli altri. Se Platone aveva qualcosa del filosofo, non può essere stato un semplice platonista per tutta la vita (p. 32).

In estrema sintesi questi i contenuti più rilevanti del testo, sicuramente molti sono gli spunti interessanti per quel che riguarda la storia della dialettica e la sua evoluzione, di cui mi sono occupata, però, in altro luogo proprio a partire dal testo di Ryle che, al di là di questo contributo, lascia davvero alquanto perplessi. Che Ryle sia un filosofo serio, anzi serissimo, non può essere messo in dubbio, dunque dobbiamo ritenere che non soltanto ci credeva ma era convinto, forse, di contribuire a determinare una svolta negli studi su Platone. Con molta probabilità ha ragione Cambiano quando scrive: «Occorre tuttavia riconoscere che col suo Platone, lontano da ogni stereotipo, incomparabile con ogni altro rintracciabile nella storiografia filosofica moderna, Ryle ha gettato un sasso nelle placide acque degli studi platonici» (pp. 20-21).

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